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L’Italia è in crisi ma in Lombardia si registrano scosse di ripresa. Un modello che Roma dovrebbe prendere come esempio

agosto 30, 2014 Daniele Guarneri

Pil in crescita, costi standard già applicati, bilanci in regola. Patrimonio pubblico messo a reddito, investimenti, sostegno alle imprese. Perché queste buone pratiche non possono essere imitate?

Alla vigilia della sua settimana di vacanza a Isola Rossa, Sardegna, Roberto Maroni è da Pierino Penati, mitico ristoratore di Viganò, in alta Brianza, a prendere nota per i compiti dell’estate. Al tavolo, insieme al cronista di Tempi, ci sono una decina di imprenditori lombardi e un veneto venuto da Treviso per conoscere il governatore della Regione che ancora traina quello zero virgola di Pil che tiene a galla l’Italia. Non c’è sconcerto per i risultati industriali. Anzi. Tutti avvertono segni di ripresa. Ma gli affari vengono dall’esportazione, non dal mercato interno. «I problemi sono sempre gli stessi, caro presidente: tasse esorbitanti, burocrazia che non funziona, giustizia mortifera. Ma cosa possiamo fare? Scendere in piazza?». Maroni allarga le braccia, sospira, «ditemi voi, le risorse in Lombardia le abbiamo, ma tra Patto di stabilità e fame di tasse per tenere in piedi un sistema che è tecnicamente fallito, si fa fatica a utilizzarle. E il gioiello di macchina amministrativa che è la Lombardia è costretto a viaggiare con il freno a mano tirato. Per carità – e voi sapete che con il mio predecessore non sono mai stato tenero – il gioiello io l’ho ereditato da Formigoni. Il merito è suo se oggi abbiamo una buona amministrazione e non siamo in default come nelle altre regioni. Dopo di che, il problema è: con una minima parte del gettito fiscale che mandiamo a Roma potremmo già abolire l’Irap. I nostri comuni hanno i conti a posto ma il Patto di stabilità impedisce loro di spendere i soldi. In Sicilia si tengono il 100 per cento e, in più, pescano pure nella cassa comune per continuare a fare assunzioni nel pubblico. Qui ci tengono a stecchetto e siccome siamo i più virtuosi ci tocca ripianare i deficit altrui. Come presidente della Regione sono pronto a fare la guerra, ma ho bisogno d’avere con me i sindaci: se su 1.500, almeno mille alzano la testa, facciamo la rivoluzione. Ovvero, ci teniamo in un fondo regionale i circa 8,5 miliardi di euro che per il Patto di stabilità i Comuni lombardi hanno fermi nelle loro casse o, meglio, alimentano il fondo nazionale per chiudere i buchi di Roma, di Napoli e di Palermo». Insomma, con 8 miliardi e mezzo di euro il governatore potrebbe già azzerare l’Irap e far ripartire l’occupazione finanziando anche le imprese, come ha già fatto lo scorso anno con il programma Start Up e Re-Start. In effetti, nonostante la grandine recessiva che continua a imperversare sull’Italia, la Lombardia continua a macinare resistenza e scosse di ripresa.

Ci sarà un motivo se in Italia il Pil cala per il secondo trimestre consecutivo, mentre in Lombardia fa registrare ancora un segno positivo. Se a livello nazionale la produzione industriale si è fermata a un misero 0,4 per cento mentre in Lombardia è a +2,6; se gli imprenditori fuggono all’estero per trovare condizioni fiscali più agevoli mentre in Lombardia resistono e lottano sostenute anche da semplici politiche regionali. E perché a livello nazionale ricerca e innovazione rimangono parole nel vuoto mentre in quell’isola felice del nord Italia sono una vera vocazione e l’assessore Mario Melazzini le ha usate come base per costruire una riforma che rilanci università e imprese? Perché in Italia ci sono Regioni con bilanci in rosso che succhiano risorse allo Stato mentre la Lombardia è l’unica a non aver preso un euro da Roma per pagare le proprie spese? E come fa, solo con le proprie gambe, a far crescere gli investimenti del 14 per cento in un anno senza aumentare il debito pubblico? A essere considerata da Moody’s – l’agenzia di rating che ha appena tagliato le stime sulla crescita del Pil nazionale – la Regione più virtuosa, con un rating superiore addirittura a quello dello Stato? E che dire della appena inaugurata BreBeMi, un gioiellino di autostrada che corre da Brescia alla Tangenziale est milanese? Poco più di 62 chilometri, è costata 2,4 miliardi di euro e lo Stato non ha tirato fuori un soldo. È stata realizzata in project financing, grazie a investimenti privati e prestiti da parte di istituti di credito, a dimostrazione di come il mondo bancario si fidi ancora di questo lembo di terra. E sul successo di Expo, nonostante i casi di malaffare ben reclamizzati sui quotidiani italiani, dalla Regione sono sempre convinti. Un evento fondamentale, un trampolino necessario per innalzare la qualità delle imprese, della vita e della nostra immagine a livello internazionale. Un volano economico non solo per Milano e la Lombardia, ma per tutta l’Italia. E sono già in molti a credere in Expo, visto che ad oggi sono più di quattro milioni i ticket acquistati dai visitatori che il prossimo anno si riverseranno a Milano.

Ca Granda cortile_farmacia_1L’esempio del Policlinico
Cos’altro? Bè, il patrimonio rurale di oltre 85 milioni di metri quadrati del Policlinico che i vertici di via Sforza hanno deciso di far tornare in vita. Come? Da una parte mettendo a reddito i vari palazzi per raccogliere i 200 milioni che servono per costruire il nuovo Policlinico e dall’altra salvando dall’incuria terreni e cascine per farli tornare a produrre e utilizzare i prodotti come latte e riso per la ristorazione dell’ospedale. E perché no, magari creando un marchio alimentare sinonimo di qualità da immettere nel mercato. Un tesoretto con un valore impressionante: 1,5 miliardi di euro. Il governo solo ora sta iniziando a pensare di creare un fondo, cui conferire porzioni del patrimonio immobiliare, che emetta obbligazioni da scambiare con i titoli di Stato in circolazione. In Lombardia, il Policlinico ha già fatto tutto. E questa è la soluzione giusta anche per Paolo Savona, economista ed ex ministro dell’Industria del governo Ciampi. «La cura choc resta l’unica strada per riacquistare Bot e Btp e sistemare il debito. Altro che fare ricorso all’avanzo di bilancio: la sola riduzione della spesa pubblica o un aumento delle entrate ucciderebbe del tutto la crescita dell’economia», ha spiegato l’economista al Corriere della Sera.

Altro modo per risparmiare e far quadrare i conti? Utilizzare i costi standard promessi dal decreto Bassanini nel lontano 2000. Erano stati studiati proprio per stabilire un livello medio di costo per le singole prestazioni cui le centrali d’acquisto regionali si sarebbero dovute adeguare per evitare sprechi o lievitazione di prezzi. Ad oggi si usano solo in sanità e i risultati si vedono, sempre in Lombardia, considerata da tempo modello di efficienza a livello europeo e mondiale: «Applicandoli per un mese e mezzo abbiamo recuperato 65 milioni di euro», spiega a Tempi Massimo Garavaglia, assessore all’Economia, crescita e semplificazione della Regione.

Così si può risparmiare
I costi standard andrebbero estesi a tutti gli altri settori della spesa statale, ma difficilmente li vedremo con questo governo, visto che l’andazzo intrapreso sembra essere quello di accentrare tutte le competenze a Roma. Così, un modello da sostenere e imitare è invece punito, tartassato e piegato al centralismo renziano. «Allora facciamo un bel referendum per lo statuto speciale e chi s’è visto s’è visto», taglia corto Garavaglia. «Il fondo sanitario nazionale è finanziato da quasi la metà di tutto il gettito Iva ma pure dall’Irap (l’imposta regionale sulle attività produttive, ndr). A Regione Lombardia torna solo la metà di quello che versa nel calderone romano. Se si riuscisse a trattenere sui territori almeno quest’ultima imposta, si eliminerebbero le sperequazioni». Invece ci sono regioni con un debito pregresso che supera il miliardo di euro e che non badano certo a spese. È il caso della Puglia di Nichi Vendola, che a inizio agosto aveva annunciato 2.563 nuove assunzioni nelle Asl, approfittando della solidarietà del fondo sanitario nazionale da cui incassa 487 euro pro capite. C’è chi dà, c’è chi prende. Chi risparmia e chi spende. Così, se Lombardia e Veneto contribuiscono al fondo rispettivamente con 402 e 193 euro pro capite, Puglia e Basilicata incassano 487 e 691 euro pro capite.

«Le casse dello Stato non sono messe bene, però è evidente che più si sono aumentate le imposte per far quadrare i conti, più gli stessi sono peggiorati. Allora, prendendo esempio da certe regioni, bisogna invitare il signor Renzi a fare l’esatto opposto: lasciare gestire le risorse a chi è in grado di farlo. A regioni che, come la Lombardia, hanno dimostrato di saperlo fare, o quelle famiglie e imprese che da una vita li tengono in ordine per andare avanti ogni anno», attacca ancora Garavaglia. Per riequilibrare i conti dello Stato e rimpinguarne le casse non bastano nuove tasse e non si possono continuamente prelevare risorse dalle Regioni, come per altro si sta facendo e si vuole continuare a fare. «L’attacco alle Regioni va letto in quest’ottica, per giustificarsi fanno notare i bilanci in rosso di alcuni enti. Ma la Lombardia ha i conti in ordine; pensate se tutti avessero i nostri costi standard: i margini di risparmio sarebbero nell’ordine dei 20 miliardi di euro. Ora immaginate la loro applicazione in ogni settore, dalla scuola all’esercito alla giustizia: il risparmio sarebbe imponente. Cosa stiamo aspettando?».

Stiamo assistendo è un accentramento di tutte le risorse, «Renzi sta facendo l’esatto opposto di quello che la sinistra ha fatto in Italia fin dagli anni Settanta, quando, con la nascita delle Regioni, si era deciso di lasciare alcuni poteri agli enti locali che si sarebbero dovuti autofinanziare. Non solo, Renzi è in controtendenza anche rispetto alla sinistra europea. Pensiamo alla Catalogna giusto per fare un esempio di buona politica della sinistra. Questo premier mi pare un buon vecchio democristiano. A lui interessano i poteri forti, non è un caso che tutti i provvedimenti presi abbiano più o meno contenuto un favore a grandi gruppi bancari».

Da qualche anno c’è anche il Patto di stabilità a rallentare crescita e investimenti delle amministrazioni. Nato per porre un freno a spese pubbliche smisurate, oggi si è trasformato in un cappio al collo per tutti gli enti che sanno fare buon uso delle proprie risorse. Al Patto di stabilità va poi affiancato il ritorno alla Tesoreria unica. Fa parte del decreto sulle liberalizzazioni del governo Monti, entrato in vigore nel gennaio 2012 e che tra i vari capitoli è intervenuto sulla gestione delle tesorerie di Regioni ed enti locali, riportando in vigore norme in uso negli anni Ottanta. Pertanto, nel febbraio 2012, il tesoriere di ciascun ente ha dovuto versare una enorme fetta delle disponibilità liquide presso la tesoreria statale, limitando fortemente la propria autonomia nel gestire risorse e programmare interventi e investimenti. Non solo, in questo modo gli enti locali hanno dovuto spostare le proprie entrare dagli istituti di credito locali a Roma, “svuotando” le banche che da quel momento hanno avuto più difficoltà ad acconsentire prestiti o finanziamenti a famiglie e piccole medie imprese della zona. Il tutto in un momento di crisi economica e finanziaria globale.

Per i comuni sotto una certa soglia di abitanti il discorso è diverso ma altrettanto vincolante. Se il bilancio di previsione di un paese viene fatto in modo prudenziale, come vorrebbe il Patto di stabilità, alla fine dell’anno il primo cittadino potrebbe trovarsi in cassa un piccolo gruzzoletto. Ma con quei soldi non potrà farci quello che vuole. I sindaci sostengono che le attuali leggi impongono loro di utilizzare l’avanzo solo per estinguere eventuali mutui. Allora cosa succede se alla fine dell’anno si guasta l’impianto di riscaldamento della scuola comunale? I soldi ci sarebbero, ma sono bloccati. Il primo cittadino non può fare altro che chiamare un’impresa per sostituire la caldaia e pagarla quando i soldi saranno sbloccati, ritardando l’esborso il più possibile, a danno, evidentemente, dell’imprenditore.

Riforme adeguate ci sono già
In attesa della rivoluzione di sindaci e governatore, Regione Lombardia si muove in modi meno battaglieri ma allo stesso tempo proficui. È qui che entra in ballo il residuo fiscale, cioè la differenza tra quello che la Regione versa nelle casse dello Stato e ciò che Roma le restituisce. Per la Lombardia parliamo di circa 59 miliardi di euro che in percentuale significa un buon 65 per cento. Ancora distante da quel 75 che Maroni prometteva di mantenere nelle casse regionali durante la campagna elettorale che lo ha promosso al Pirellone. Eppure qualcosa si muove. E a mescolare le carte è ancora l’assessore Garavaglia: «Ci stiamo avvicinando alla percentuale prospettata recuperando risorse a legislazione vigente su tutti i fondi e su tutti i settori di spesa esistenti. Grazie ai costi standard applicati in sanità abbiamo recuperato 65 milioni di euro utilizzati per eliminare il ticket farmaceutico a circa 800 mila anziani». A inizio mese, inoltre, è stato approvato il riparto delle risorse previste dal fondo sanitario nazionale per il 2014 e nella speciale classifica la Lombardia si è classificata al primo posto, portando a casa 17,5 miliardi di euro, «500 milioni in più rispetto al 2013». Esempi di buon governo il premier li ha sotto gli occhi, basterebbe prendere esempio, adottare riforme o modelli già esistenti. Altrimenti, conclude l’assessore, «lasciateci adottare il modello trentino. A me piace molto: si tiene il 90 per cento delle risorse e solo il restante 10 lo versa a Roma».

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