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Israele aiutaci a casa nostra

luglio 25, 2017 Max Ferrari

Come si affronta una crisi migratoria prendendo di petto Soros, le Ong e le ipocrisie contro “quelli dei muri” senza passare per nemici dell’Africa (e dell’umanità)? Chiedere a Netanyahu

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«Soros mina l’operato dei governi democraticamente eletti di Israele attraverso il finanziamento di organizzazioni che diffamano lo Stato ebraico, cercando di negare il suo diritto di difendersi». Questa durissima nota, diffusa dal ministero degli Esteri israeliano poco prima del viaggio di Benjamin Netanyahu in Ungheria, è stata snobbata dai media, ma è qualcosa di profondo.

Il premier dello Stato ebraico si è fatto precedere da questa presa di posizione ben sapendo di arrivare in un’Europa in preda al terrore (anche per avere sempre rifiutato di ascoltare allarmi e consigli israeliani) e di incontrare i leader dei paesi dell’Est arroccati nel “gruppo di Visegrad” e in rotta di collisione con l’Unione Europea proprio sul capitolo immigrazione. Una invasione islamica organizzata da Bruxelles, secondo il premier ungherese Viktor Orbán, in scontro totale con le Ong straniere, in particolare con la Open Society di Soros, accusate di minare la stabilità e la sovranità dello Stato attraverso l’organizzazione della migrazione di massa.

Tematiche considerate vitali tra Budapest, Praga e Varsavia, tant’è vero che Donald Trump in Polonia ha fatto un gran discorso non contro la Russia – come si è raccontato – ma incentrato sulla difesa dell’identità a partire dalla religione. Dal presidente slovacco al ceco Miloš Zeman, da Orbán alla polacca Beata Szydło, il mantra è uno: non possiamo accogliere masse di musulmani che sconvolgerebbero la nostra demografia e distruggerebbero la nostra identità nazionale e religiosa. Poteva Bibi Netanyahu essere insensibile a tali argomenti che per Israele sono ancor più vitali?

A proposito di interferenze
Certo, la polemica tra Budapest e il miliardario americano, ebreo di origine ungherese, era un elemento di possibile imbarazzo, viste le accuse di malcelato antisemitismo lanciate dalla stampa a Orbán, ma Bibi non si è sottratto e la dura presa di distanze da Soros non solo compiace i “sovranisti” europei, ma leva ogni alibi agli “opinionisti” antisemiti sempre pronti a suggerire una regia ebraica dietro le campagne di Soros. Eppure che quest’ultimo sia sgradito alla destra israeliana non è un mistero, basta leggere cosa scriveva Caroline Glick sul Jerusalem Post già nel 2016. Affermata giornalista e scrittrice considerata tra le donne più influenti di Israele, già capitano dell’esercito ed ex consigliere di politica estera di Netanyahu, Glick sostiene che Soros mira a «sovvertire le democrazie occidentali e a rendere impossibile per i governi mantenere l’ordine e l’identità sociale».

Le Ong dell’oligarca «lavorano per dipingere Israele come una società razzista e illegittima che non ha diritto di difendersi». Con parole di questo tenore recentemente il deputato Miki Zohar, del Likud, ha annunciato una proposta di legge volta a impedire alle organizzazioni non governative ostili a Israele di essere finanziate dall’estero. Interessante, alla luce del processo mediatico in atto contro Trump e delle mai dimostrate interferenze russe nelle ultime elezioni presidenziali americane, questo passaggio della Glick: «Le email rese pubbliche dagli hacker dimostrano che Ong sorosiane hanno interferito nelle elezioni europee per far vincere politici disposti ad aprire le frontiere agli immigrati dal mondo arabo. Lavorano coi musulmani per demonizzare chi si oppone e finanziano i giornalisti che scrivono cose favorevoli. Dagli Stati Uniti all’Europa a Israele, Soros usa l’immigrazione per minare la composizione demografica delle nazioni e la loro identità».

L’identità non è acqua
Identità: martedì 11 luglio, nel ricevere l’ennesimo folto gruppo di ebrei in fuga da una Francia sempre più insicura, Natan Sharansky, famoso dissidente sovietico oggi a capo della Agenzia ebraica, ha sottolineato come per i nuovi arrivati sia fondamentale l’identità ebraica e il senso di appartenenza che Israele offre. Il paese, con 8 milioni di abitanti di cui il 20 per cento arabi e frontiere sensibili, su questo tema è in allerta. Un report della Knesset svela che nel 2016 l’immigrazione illegale è costata 150 milioni di dollari. «Soldi ai clandestini sottratti ai cittadini» secondo Amir Ohana del Likud. Nel sud di Tel Aviv i residenti paiono esasperati, come raccontano ad Israel Hayom: «Siamo diventati un ghetto, siamo noi i veri rifugiati». E Gilad Zwick scrive per il pungente Mida: «Gli stupri, le violenze, le intimidazioni intensificano la percezione che questa zona stia perdendo la propria identità israeliana».

Malgrado la barriera costruita lungo il confine egiziano abbia abbattuto il numero dei passaggi clandestini dai 61 mila registrati tra il 2007 e il 2012 alle poche centinaia di oggi, rimangono da gestire gli oltre 50 mila illegali già entrati (la gran parte sudanesi ed eritrei che verosimilmente non saranno mai espulsi) e, soprattutto, potenziali nuove ondate da scoraggiare. Come? Oltre al controllo di frontiera esiste il centro di detenzione amministrativa di Holot, autosufficiente e davvero isolato. Gli illegali possono esservi costretti per un massimo di 12 mesi ma possono uscire purché firmino due volte al giorno e osservino il coprifuoco. Chi sgarra va in prigione.

Per scoraggiare nuovi arrivi di clandestini è stata introdotta una legge che vieta di spedire soldi all’estero ed è stata ristretta la concessione di permessi di lavoro perché, come ha spiegato il procuratore Yochi Gnessin, ciò genera nuovi flussi di clandestini. Ci sono incentivi economici per chi se ne va e, con grande scandalo della sinistra, ci sono accordi con due paesi africani disponibili ad accogliere gli espulsi. Molto meglio di quanto fa la democraticissima Australia con la pericolosissima Papua, e del tutto simile a quel che facevano gli europei con la Libia, con la differenza che il sistema israeliano ottiene risultati e anche le relazioni con l’Africa, che parevano irrecuperabili dopo l’esclusione di Israele come osservatore dall’Unione africana per volere degli stati musulmani del Maghreb, sono ora ottime.

Uganda e Liberia con tutti gli onori
Considerato che i voti africani, condizionati dagli arabi, sono fondamentali per bucare il muro di ostilità all’Onu, Netanyahu si è speso di persona e i risultati ci sono: un anno fa in Uganda, durante uno storico incontro tra il premier israeliano e i leader dell’Africa orientale, il presidente del Kenya ha detto che è assurdo non cooperare solo perché maghrebini e sudafricani si oppongono, e un mese fa Netanyahu è stato ospite d’onore, in Liberia, del summit dell’Organizzazione degli Stati dell’Africa occidentale. A Kigali, accanto al presidente ruandese, ha spiegato che i cosiddetti “profughi africani” in Israele non sono altro che migranti economici, giovani in salute in cerca di opportunità, entrati illegalmente e sgraditi perché clandestini, non perché neri.

D’altra parte le accuse di razzismo appaiono davvero deboli se rivolte a chi organizzò un ponte aereo durato anni, costoso e rischioso, per portare in Israele gli ebrei etiopi che ora sono 140 mila. Certo, l’integrazione non è stata facile, ma non si può dire che vi sia pregiudizio o mancanza di volontà. E, oggi anche grazie a quel crogiolo assimilatore che è l’esercito israeliano, i giovani di origine etiope sono vieppiù integrati e i Falascià hanno loro rappresentanti in ogni settore della società, ivi compreso il parlamento. 

Foto Ansa

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