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Iraq, p. Tooma: «A Natale temiamo i kamikaze. Era meglio con Saddam»

dicembre 19, 2011 Leone Grotti

Intervista al superiore del monastero caldeo più importante dell’Iraq p. Waheed K. Tooma, che racconta a Tempi.it la difficile condizione dei cristiani iracheni e rivolge dure critiche agli americani: «Sono successe cose terribili, con Saddam stavamo meglio. I cristiani non venivano uccisi, le chiese non venivano bombardate. Gli americani non dovevano lasciarci così»

«Il 90 per cento dei cristiani di Baghdad e Mosul sono scappati. Oggi sono rimasti in pochi, le chiese sono chiuse, i preti sempre meno. È dal 2003 che non viviamo un Natale come facevamo prima della guerra, proviamo tristezza e paura. Gli americani poi non dovevano andarsene ora, la situazione peggiorerà: stavamo meglio con Saddam». Come testimonia a Tempi.it p. Waheed k. Tooma, superiore generale dell’Ordine antoniano di sant’Ormisda dei caldei e di Al-Qosh, il monastero caldeo più importante dell’Iraq, gli attacchi di estremisti musulmani contro i cristiani iracheni avvenuti nelle ultime settimane, e che hanno causato la morte di due persone e la distruzione di diversi negozi, faranno vivere un altro Natale pieno di apprensione a queste comunità cristiane del Medio oriente.

Come vi avvicinate al Natale dopo la notizia che pochi giorni fa, a Zhako, estremisti musulmani hanno attaccato e distrutto alcuni negozi condotti da cristiani?
«Dal 2003 a oggi non abbiamo ancora vissuto un Natale tranquillo, perché casi di sofferenza come quello appena citato avvengono di continuo contro i cristiani. In questi giorni, purtroppo, sono stati attaccati dei negozi di alcool nel Kurdistan iracheno, questa notizia ci ha fatto soffrire e uccide dentro di noi la speranza per il futuro perché quella era la zona più tranquilla, dove questi attacchi non avvenivano mai. Non sappiamo che cosa accadrà domani ma la situazione è molto difficile, non vivremo il Natale come voi».

Come si sta preparando la comunità?
«Io sono ad Al-Qosh, intorno a noi ci sono piccoli paesi e la vita è normale, cerchiamo di vivere questi giorni normalmente ma rimane dentro di noi un’ombra di tristezza, di paura. Prima le famiglie si radunavano tutte insieme, ora nessuna è al completo, o perché qualcuno è stato ucciso o perché i figli se ne sono andati. Noi possiamo fare anche la Messa nella notte di Natale, ma con le guardie armate davanti alle porte. Nessuno sa se verrà un kamikaze a farsi esplodere. È così, cerchiamo di andare avanti con la vita normale ma qualcosa ci blocca».

Il ritiro degli americani migliorerà o peggiorerà la vostra condizione?
«Quando gli americani sono intervenuti in Iraq hanno deposto un grande dittatore e noi speravamo che avremmo avuto un tempo di pace e democrazia ma dal 2003 questa speranza è morta. Sono successe cose terribili in Iraq, con Saddam stavamo meglio. I cristiani non venivano uccisi, le chiese non venivano bombardate. Gli americani sono venuti per portare democrazia e libertà, noi speriamo che ora che vanno via, il governo possa fare qualcosa di meglio per gli iracheni. Ma quello che vediamo è che nel governo, fatto di tanti partiti, ognuno fa quello che vuole, nessuno controlla niente e non agiscono per il popolo. Ora, senza americani, sarà ancora peggio: se non c’è il gatto, i topi ballano. Non era questo il momento per andare via. Non possono lasciarci così. Il governo non vuole creare una nazione forte e unita. Noi siamo molto preoccupati perché nessun paese, neanche l’Europa, ci ha sostenuti fino ad oggi».

Per che cosa pregherete in questo Natale?
«Questo Natale chiediamo a Gesù bambino e a Dio di dare a tutti noi la pace vera. Preghiamo perché le diverse etnie collaborino e si sostengano senza guardare la religione, senza attaccarsi: ognuno deve fare la volontà di Dio. Rispettare noi cristiani significa rispettare degli uomini, speriamo che i musulmani ci guardino come fratelli, perché siamo tutti uomini. Speriamo che Dio faccia capire a tutti che bisogna aiutarsi e non uccidersi. Spero che gli iracheni accolgano la buona novella, Dio ci dà la vita perché noi la viviamo come lui ci chiede».

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