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Io scommetto su una sexy Milano

febbraio 11, 2017 Mariarosaria Marchesano

C’è un gruppo di professionisti e banchieri dietro la candidatura a City dell’Eurozona. Chi sono e a che cosa puntano gli uomini di Select guidati da Pezzulli

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Dietro la candidatura di Milano al ruolo di capitale finanziaria dell’Eurozona c’è un gruppo di avvocati d’affari, banchieri, economisti, accademici e rappresentanti del  mondo della finanza e di istituzioni commerciali ed economiche. Persone abituate da sempre a lavorare tra Milano e Londra che hanno deciso di non starsene con le mani in mano a guardare come Francia e Germania approfitteranno dell’effetto Brexit per accaparrarsi funzioni e centri direzionali strategici per i mercati finanziari. Il gruppo si chiama Select ed è molto più di un comitato promotore, è qualcosa di diverso anche da una classica lobby.

Si propone come un esempio di “big society” nella versione concepita da Barack Obama e Bill Clinton e fatta sua anche da David Cameron, cioè un gruppo della società civile proattivo e organizzato per perseguire un obiettivo condiviso ma che può avere ricadute positive su un’ampia fascia di popolazione. Un gruppo in grado di sensibilizzare politici e parlamentari, dialogare con gli amministratori comunali, cercare consenso attraverso campagne mediatiche. Questo Select ha fatto. La risoluzione approvata dalla Commissione finanze della Camera il 18 gennaio, che impegna il governo Gentiloni ad assumere iniziative per organizzare un distretto d’affari a Milano sotto forma di Gruppo economico d’interesse europeo con – attenzione – un funzionamento interno regolato da un codice di natura giuridica privatistica, è un esempio della capacità di persuasione che è stata messa in campo. In Italia non s’era mai vista una cosa così.

L’approccio di Select appare trasversale con una spiccata attenzione al territorio milanese e una visione strategica del suo futuro che impegna la città per i prossimi trent’anni. Milano nuova City d’Europa, un obiettivo realizzabile, assicurano. «Il nostro è senz’altro un movimento apolitico e apartitico», ci tiene a precisare Bepi Pezzulli, presidente di Select e avvocato d’affari di origini romane, con alle spalle una carriera internazionale tra studi professionali, l’area legale di colossi come Blackrock e la dirigenza della Bers (Banca europea degli investimenti e lo sviluppo). Tempi lo incontra in un bar di Milano dove, seduto col suo colbacco alla russa – ma evidentemente è solo per motivi legati alla rigida temperatura di fine gennaio –, racconta com’è nata l’idea di mettere intorno a un tavolo tanti nomi che contano in una sorta di versione buonista e in salsa italiana del film di Adam Mckay The Big Short (la Grande Scommessa) su retroscena e origini della  crisi finanziaria globale partita da Wall Street nel 2007. «Abbiamo capito che qualcosa di grosso stava per succedere qualche anno fa, già prima del referendum sulla Brexit, quando la banca centrale britannica aveva aperto un’imponente linea di credito con uno dei colossi cinesi. Era chiaro che la Gran Bretagna si stava preparando ad accogliere gli investimenti asiatici, poiché quella è la direzione che gli interessava più dello stare in Europa».

Così è partita l’azione di Select: prima il giro di incontri tra Montecitorio e Palazzo Chigi per sostenere l’approvazione di un pacchetto di norme, tra cui un decreto per il rientro dei cervelli e incentivi fiscali agli investimenti. Poi un dialogo serrato con la Giunta Sala per spingere Milano a candidarsi a ospitare la sede dell’Agenzia europea del farmaco (la decisione è attesa per la prossima estate dal board dell’Ema). Tra breve un road show a Londra per presentare il progetto alla community, grazie anche al supporto della Camera di commercio italo-britannica.

Tanto fermento, gran movimento. Intanto, però, almeno altre due città in Europa, Parigi e Francoforte, si stanno organizzando con gli stessi obiettivi di Milano. In più il governo inglese di Theresa May non permetterà a Londra di perdere tutto il suo potere di piazza finanziaria. Pezzulli dice che proprio per questo l’azione di Select si sta concentrando sul settore dell’Eurocleaning, uno dei quattro in cerca di una ricollocazione in ambito Ue (gli altri sono bancario, assicurativo e del risparmio gestito). L’Eurocleaning è l’insieme dei servizi finanziari che sostiene lo scambio dei titoli derivati in euro (i cosiddetti future) e che genera un indotto fatto di decine di studi legali e notarili, uffici amministrativi e altre funzioni legate alla gestione del rischio.

Ogni giorno su questo mercato a Londra si scambiano titoli per 570 miliardi di euro, a Parigi 141 miliardi. A Milano solo 10 miliardi: non è un po’ pochino per candidarsi a prendere tutto? «Alla Borsa di Milano opera già dal 1992 la Cassa di compensazione e garanzia sui future, oltre che il Mercato telematico dei titoli di stato e la Monte titoli con tutto un sistema infrastrutturale e di competenze professionali e tecniche a supporto. Piazza Affari, che già fa parte del London stock exchange, è in grado di assorbire un aumento anche consistente dei volumi delle transazioni che avverrebbe comunque per gradi», spiega Pezzulli.

Il punto più delicato
D’accordo, veniamo allora al punto più delicato e suscettibile di critiche. Un distretto finanziario come quello che ha in mente Select non potrebbe funzionare con i tempi della giustizia italiana. Non è un caso che nei sei punti della risoluzione approvata dalla Commissione finanze, il quinto indichi la necessità che il governo si adoperi per estendere il ruolo del neonato Arbitro per le controversie finanziarie a tale distretto con la possibilità di arrivare entro 6 mesi alle sentenze per le liti tra banche e consumatori fino a 500 mila euro. Sempre all’interno del distretto è prevista, inoltre, una clausola con la quale si rimandano tutte le controversie tra operatori alla Corte arbitrale europea.

Insomma, una forma di giustizia privata, ma indipendente, che potrà applicare il diritto inglese. Ma è accettabile la creazione di una giustizia economica parallela alle aule dei tribunali nel nostro Paese? Nella City di Londra non ha mai funzionato così. «In Inghilterra esiste una Corte Commerciale che è molto autorevole, con garanzia di tempi brevi e certi. Se l’Italia vuole cogliere quest’opportunità dovrà accettare una giustizia privata almeno in una prima fase e investire poi in formazione per arrivare a portare questo genere di controversie nei canali della giustizia ordinaria», ribatte Pezzulli. La Grande Scommessa ha inizio…

Foto Ansa

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