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«Io, scampato a Boko Haram, vi racconto il mio viaggio dalla Nigeria all’Italia»

marzo 30, 2014 Chiara Rizzo

Boris, 24 anni, racconta il suo viaggio per deserto e per mare: «Boko Haram ha ucciso i miei genitori». Oggi vive a Cremona, assistito dalla Caritas. tempi.it ha raccolto la sua testimonianza

Dallo scorso 24 marzo, circa 40 persone provenienti da vari paesi dell’Africa sono ospiti della Caritas di Cremona. Sono giunti nel nostro paese in barca, sbarcando sulle coste di Comiso (Rg). Tra di loro, ci sono diversi i nigeriani che hanno raccontato di essere scappati dal loro paese dopo attacchi di Boko Haram, un gruppo paramilitare di estremisti islamici. A Cremona, il direttore del centro Caritas don Maurizio Ghilardi, ha permesso a tempi.it di raccogliere la storia emblematica di una delle vittime indirette di Boko Haram, Boris.

«HANNO UCCISO I MIEI GENITORI». «Ho 24 anni e vengo dalla Nigeria, nel Delta State» ci racconta: «Nel gennaio 2010 i miei genitori si trovavano in un villaggio del Nasarawa states, nel centro del paese. Quel giorno erano in chiesa, proprio nel periodo in cui cristiani e musulmani di Boko Haram si stavano combattendo. In quell’occasione Boko Haram ha fatto esplodere una bomba proprio in quella chiesa e i miei genitori sono morti. Non so quante persone ci fossero ma la chiesa era molto grande, e con i miei sono morte molte altre persone persone». Boris prosegue: «Dopo l’uccisione dei miei genitori sono rimasto con un fratello, ma le possibilità economiche erano scarse. Mi ingegnavo a fare l’elettricista ma non riuscivamo a mantenerci. In quel periodo ho incontrato un uomo, un amico, del Niger. Nell’agosto del 2010 io e mio fratello siamo partito dalla Nigeria diretti verso la Libia. Questo signore nigerino ci ha aiutati gratuitamente ad attraversare il Niger, e poi da lì, dopo due settimane, ho attraversato il deserto e sono arrivato in Libia».

La mappa del viaggio di Boris

La mappa del viaggio di Boris

LA TRAVERSATA DEL DESERTO. Boris ricorda il viaggio drammatico dalla Nigeria, durato circa 23 giorni. «Ho viaggiato a bordo di un camion, anche in questo caso gratuitamente: sul camion c’erano persone che erano state picchiate ed erano ferite, mentre lungo il cammino vedevo gente abbandonata a se stessa. Vedevamo cadaveri e frammenti di bombe esplose, resti di precendenti bombardamenti. Mio fratello si è fermato in Niger, mentre io, da solo, ho proseguito e sono arrivato a Saba, nel sud della Libia e poi da lì sono arrivato a Tripoli. Lì sono rimasto per circa 4 anni, fino all’inizio del 2014. Mi mantenevo lavando auto». Prosegue Boris: «Non volevo venire in Italia. Non avevo motivo di partire. Sono stato “costretto”. Durante gli ultimi mesi della mia vita lì, ogni mese alcuni libici mi venivano a chiedere i soldi del mio stipendio».
Don Maurizio Ghilardi conferma a tempi.it, sulla base delle numerose testimonianze che ha raccolto in questi anni che «i libici, soprattutto ex militari, spesso picchiano gli uomini di colore che lavorano nel loro paese, e pretendono di avere parte del loro stipendio o addirittura di farli lavorare gratis».

VERSO L’ITALIA. A Tripoli, qualche settimana fa, «un uomo di colore mio amico mi ha detto che i libici presto o tardi ci avrebbero uccisi. Mi ha detto che dovevo partire. Così mi sono recato al porto e sono salito sulla prima barca, così com’ero, senza nemmeno sapere dove andasse. Non mi hanno chiesto soldi per il viaggio. Non sapevo nemmeno che saremmo arrivati in Italia. Sulla barca eravamo in tanti, ma non saprei dire quanti, perché la barca era piena di gente. Ho visto moltissimi bambini, uomini con i bambini e donne con i loro figli. Non sono riuscito a vedere chi pilotasse la barca perché mi hanno messo nella stiva e non vedevo nulla dell’esterno. Siamo stati in mare per tre giorni: non avevamo acqua né cibo. Io non avevo nemmeno le scarpe, me le hanno regalate quando siamo arrivati in Sicilia, insieme al mangiare e al bere. Durante il viaggio ero preoccupato, spaventato, non sapevo dove eravamo diretti. Intorno vedevamo solo mare. Io avevo problemi di stomaco, ma per tre giorni non ho potuto fare nulla. Al largo della Sicilia ci ha raggiunti una motovedetta della guardia costiera e a Lampedusa ci hanno dato degli asciugamani e uno spazzolino. Solo allora ho pensato: “Finalmente inizio una nuova vita”. Oggi sono felice qui a Cremona, perché si stanno prendendo cura di me, mi fanno mangiare, mi danno da bere. Ma soprattutto hanno cura di me come persona. Per il futuro spero di fare presto un lavoro e mi piacerebbe, se possibile, riprendere a fare l’elettricista».

«BOKO HARAM VUOLE SOLO DIVIDERE». Don Maurizio racconta a tempi.it che dall’aprile 2011, periodicamente, alla Caritas di Cremona sono arrivati vari gruppi di migranti approdati sulle coste della Sicilia o di Lampedusa. «Arrivano qui a gruppi di circa 40 persone. Quello che so è che Boko Haram attualmente sta andando nelle zone più povere del nord Nigeria, dove le persone sono senza strumenti e di conseguenza più sprovvedute e più facilmente attaccabili. L’intento degli islamisti è di creare il caos. Qui a Cremona ho incontrato personalmente vari nigeriani feriti da armi da taglio e proiettili. In loro ho visto il terrore: quando la sera passava in cielo un aereo di linea, loro scappavano a nascondersi e ci mettevano giorni per realizzare che non avevano più nulla da temere. La gran parte delle persone che ospitiamo sono nigeriane. Eppure non ho mai visto situazioni di conflitto tra nigeriani cristiani e musulmani. Mai. Anzi, mi è capitato di sapere che una volta che ottenevano i documenti e iniziavano a lavorare, i nigeriani andassero poi insieme a condividere l’appartamento. Cristiani e musulmani insieme. Questo la dice lunga sugli intenti reali di Boko Haram».

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2 Commenti

  1. Ellas scrive:

    Che vergogna! E l’ONU figurati se si scomoda. E’ loro idea liberarsi dei cristiani, chesono l’ostacolo più grande. Dei musulmani sperano sia più facile? Mah!

    Sì, come ho detto ci sono cristiani che non ci stanno a porgere l’altra guancia. Un po’ stile Mission. C’erano (se non sono tutti morti) anche a Maalula.

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