02 Febbraio 2010
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Massimo Iannucci
L’uomo della Farnesina in Afghanistan e Pakistan racconta il viaggio nella selva oscura della diplomazia sul confine più caldo del pianeta
di
Mattia Ferraresi
Sembra strano che il lavoro diplomatico di un inviato speciale in Afghanistan e Pakistan inizi fra la bellezza fragile di Venezia e le ville Palladiane, dove lo scorrere del tempo è poco più di uno scherzo. Laggiù, invece, dove striscia il confine più rovente del mondo, il presente sembra sempre un passo indietro e ogni tentativo di creare una storia è interrotto dalla più inquietante delle domande: cosa succederà domani? Sembra strano, appunto. Ma in quelle meraviglie italiane l’inviato della Farnesina, Massimo Iannucci, ha allacciato i rapporti con Richard Holbrooke, inviato speciale degli Stati Uniti in quello che prima che i pachistani s’innervosissero si chiamava “Afpak”; perno della diplomazia già in era Clinton, Holbrooke è uno che merita le leggende che suscita: uomo ruvido, infiammabile, impaziente, da maneggiare con cura. Ai tempi degli accordi di Dayton lo chiamavo “Bulldozer”.
Quando nel febbraio del 2009 il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha nominato Iannucci inviato speciale, gli ha affidato il compito di aprire il contatto con Holbrooke, di sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda. Qualche mese più tardi ha suggellato il rapporto con una visita riservata in casa nostra, secondo i dettami di quella forma d’arte italiana che all’estero chiamano catering diplomacy. Arte che l’ambasciatore Iannucci combina con una rocciosa esperienza diplomatica, prima al Cairo, poi a Beirut per poi essere assegnato a Pechino come Ministro consigliere. L’ultimo incarico prima di tornare alla base è stato quello di ambasciatore in Albania. Su divani foderati di velluto verde al quarto piano della Farnesina, Iannucci racconta per la prima volta a un giornale i passi che ha fatto nella selva a volte oscura dei tavoli diplomatici su Afghanistan e Pakistan, circoli trasversali dominati dalle figure degli inviati speciali, interlocutori privilegiati sul dossier più complicato.
«Qualche giorno dopo la mia nomina – dice Iannucci a Tempi – sono andato a Washington per incontrare Holbrooke. Avevo preparato con cura quell’incontro, ma devo dire che sono stato accolto bene. Ha apprezzato la decisione del ministro di nominare un interlocutore diretto e mi ha subito chiesto se l’Italia voleva entrare a far parte del club degli inviati speciali. Naturalmente non abbiamo avuto dubbi».
Non ci sono stati attriti?Attriti non direi. Non ho trovato nessuna difficoltà a passare a Holbrooke i messaggi che vanno passati. Dopo il mio ingresso fra gli inviati speciali, siamo stati fra quelli più propositivi del gruppo, quelli più ascoltati, grazie anche a un legame forte con l’inviato tedesco e francese. Quello inglese poi è Sherard Cowper-Coles, un collega che ho incontrato venticinque anni fa al Cairo, quando eravamo giovani funzionari. In questi mesi di lavoro si è creata un’atmosfera di complicità che ha aiutato molto. Il ministro poi mi ha chiesto di guidare missioni in tutto lo scenario: sono tutte piste caratterizzate dall’iniziativa italiana, che è molto apprezzata dagli inviati speciali, perché riusciamo a riportare segnali che magari altri diplomatici raccolgono con più difficoltà.
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Inserito da adri72 il 7 Febbraio 2010 - 9:54pm
Complimenti a Mattia Ferraresi per gli articoli puntuali e leggibilissimi e complimenti al Direttore per la scelta del giovane giornalista. Un consiglio a Mattia da un modenese come lui: porta una bottiglia di Sorbara ad amicone!!!