17 Novembre 2009
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Matrice Zapatero
«Il Matrix progressista confonde i capricci con i diritti ed esalta il cittadino senza popolo alienato dalla storia». Lo scrittore Juan Manuel De Prada racconta la tirannia del pensiero unico che ha omologato destra e sinistra. E dopo aver preso Madrid punta su Roma (passando per Strasburgo
di
Rodolfo Casadei
«Mi spiace, ma non sono d’accordo con quello che dice il segretario del vostro Partito democratico. Non è vero che il crocifisso è “un’antica tradizione che non offende nessuno”: Dracula si offende moltissimo davanti a un crocifisso; anche Regan, la ragazzina indemoniata de L’esorcista, si offende davvero parecchio. E personalmente conosco tantissima gente che reagisce come Regan quando si trova davanti a un crocifisso. Penso seriamente che siano indemoniati. Nella spiegazione di queste reazioni non dobbiamo affatto escludere l’interpretazione soprannaturale». L’amore per la provocazione e il gusto della battuta inattesa e urticante sono caratteristiche congenite di Juan Manuel De Prada tanto quanto la scrittura lussureggiante e la versatilità con cui passa da un genere all’altro. Cioè dalle novelle e dai romanzi agli articoli di giornale, collezionando sempre e comunque premi e riconoscimenti, cominciando nel 1997 con il ricchissimo premio Planeta per il romanzo La tempesta e finendo (ma solo per ora) col premio Biblioteca Breve per il racconto Il settimo velo. Già sono uscite tre raccolte delle sue rubriche scritte per il quotidiano Abc. L’ultima, La nueva tiranía. El sentido común frente al Mátrix progre (recensito anche dall’Osservatore Romano) contiene fra gli altri un commento sulla rimozione dei crocefissi dalle aule delle scuole spagnole per la sentenza di alcuni tribunali. Si legge a un certo punto: «Il laicismo pretende di spogliare di “senso” la trasmissione culturale della conoscenza, trasformandola in un semplice accumulo di dati sconnessi; per questo si impegna a sottrarre i crocefissi alla contemplazione degli studenti, perché alla luce del crocefisso i pezzetti della conoscenza si ricompongono, formano un amalgama che nutre di significato la vita e la Storia». «Non mi sorprende la sentenza della Corte di Strasburgo», commenta De Prada dentro un ufficio di Radio Cope a Madrid, subito dopo aver partecipato a una tavola rotonda radiofonica dell’emittente dei vescovi spagnoli. «Quello che succede in Spagna prima o poi succede anche fuori da questi confini. Quello che hanno deciso i giudici fa parte del processo di autodistruzione dell’Europa nella sua folle corsa verso il nulla. Rinnegare il crocifisso è rinnegare un simbolo religioso ma anche culturale. Senza la croce non si può capire la civiltà europea; se si toglie la croce crolla tutto e restano solo macerie. Ma il punto è che c’è qualcuno a cui interessa che sia così. Nell’articolo raccolto nel libro scrivevo anche: “quando noi spagnoli smetteremo di guardare a Colui che pende da quel legno, avremo cessato di sapere chi siamo e saremo pronti per diventare ciò che vorranno fare di noi”».
Atrocemente serioIl non ancora quarantenne De Prada è approdato a queste posizioni al culmine di una storia personale che non è esattamente quella di un baciapile. Il suo primo libro di successo, scritto quando aveva ventiquattro anni, si intitolava nientemeno che Coños, che è il termine triviale con cui si indica l’organo sessuale femminile. Era la descrizione, «in bilico tra il lirico e il narrativo, tra il racconto e la poesia», come spiega una recensione all’edizione italiana, di una serie di, per l’appunto, coños. E un omaggio a Senos di Ramon Gomez de la Serna, che negli anni Venti fu grande anche nelle novelle erotiche. Del resto la continuità fra Gomez de la Serna e De Prada è anche fisiognomica. Si può rappresentare il secondo con le stesse parole con cui un critico letterario descrisse il primo: «Atrocemente serio, serio come si è nelle fotografie per tessera, con uno sguardo di sfida sotto la paraffa delle ciglia». La diatriba antilaicista e l’apologia del cristianesimo del De Prada odierno sono il risultato di una riscoperta della fede avvenuta attraverso amicizie, anche di livello episcopale, e culminata, a quanto dice lui stesso, in «una primavera romana che cambiò il corso della mia vita»: quella dei giorni successivi alla morte di Giovanni Paolo II, allorché decise definitivamente di aderire alla «“vecchia libertà” che è l’antidoto contro tutte le tirannie».
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Inserito da cama63 il 17 Novembre 2009 - 8:56pm
Chapeau! Questa riflessione ha davvero centrato il cuore del fenomeno che sta impregnando la nostra società.