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Intervista a Lech Walesa: «Io al soldo del regime? Dovranno fare i conti con tutto questo fango»

ottobre 21, 2009 Annalia Guglielmi

Per il leader di Solidarnosc «il comunismo non è caduto nel 1989 a Berlino, ma nel 1980 a Danzica, quando per la prima volta il dissenso sovrastò le piazze di regime»

Riportiamo di seguito l’intervista a Lech Walesa pubblicata sul numero 42 del 2009 di Tempi.

Nell’agosto 1980 fecero il giro del mondo le immagini di Lech Walesa che, con una spilla della Madonna di Czestochowa appuntata sul petto, veniva portato in trionfo dagli operai dei cantieri navali di Danzica dopo la firma degli accordi con il governo polacco. Accordi che ponevano fine a uno sciopero durato quasi un mese, il primo in un paese del blocco comunista. Le centinaia di giornalisti accorsi da tutto il mondo per assistere all’evento storico faticarono a capire gli operai inginocchiati per pregare e i quadri della Madonna e del Papa polacco appesi alle recinzioni delle fabbriche.

In Occidente quello era un mondo semisconosciuto, che fino ad allora era stato nascosto da una cortina di ferro e di propaganda. E sconosciuto era ancora Walesa, che ai cantieri navali di Danzica aveva lavorato e nel 1970 aveva guidato gli scioperi soffocati nel sangue dal regime comunista. Era stato licenziato per aver criticato i sindacati ufficiali e la direzione, ma quando il 14 agosto 1980 gli operai avevano proclamato il nuovo sciopero, si era posto subito alla loro testa.

E quando, a fine mese, il governo accettò i 21 postulati dei lavoratori, Walesa fu eletto presidente del sindacato libero autonomo Solidarnosc. Divenne il nemico ma anche l’interlocutore numero uno di un regime che incominciava a perdere definitivamente il controllo della situazione. Nel dicembre 1981, con l’introduzione della legge marziale a opera del generale Jaruzelski, Walesa fu arrestato. Ma il processo era già diventato irreversibile. Finché, nel 1989, l’aggravarsi delle tensioni sociali costrinse il governo a chiedere il suo intervento. Si aprirono i lavori della Tavola rotonda, che porteranno alla legalizzazione di Solidarnosc e, in giugno, alle prime elezioni semilibere mai indette in un paese comunista, che di fatto sancirono la fine del regime polacco. Dal 1990 al 1995 Walesa è stato presidente della Repubblica di Polonia. In occasione dei vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, ecco il racconto dell’uomo che, con e contro Jaruzelski, diede il via alla fine del comunismo in Europa.

Presidente Walesa, in Polonia i fratelli Kaczynski hanno scatenato una furia giustizialista che ha coinvolto anche lei, accusato di essere stato al soldo dei Servizi di sicurezza come “agente Bolek”, nonostante il Tribunale speciale di verifica abbia accertato la sua estraneità a ogni forma di collaborazionismo. Sembra esserci un particolare accanimento contro il generale Jaruzelski, che attualmente è sottoposto a ben due processi. Lei è intervenuto in tribunale come teste per la difesa. Perché?
Oggi nella società polacca c’è molta insoddisfazione, soprattutto per gli effetti della crisi, e i fratelli Kaczynski, gettando fango sugli altri, cercano di raccogliere ogni tipo di insoddisfazione per sopravvivere. Mi auguro che arrivi il giorno in cui anche loro dovranno fare i conti con tutto questo fango, perché la verità vincerà di sicuro. E allora non vorrei essere al loro posto, perché il giudizio su quello che hanno fatto e sulle loro persone sarà terribile. Quanto al generale Jaruzelski, ho sempre detto che appartiene alla generazione dei “tempi tragici”, come li chiamo io. Una generazione infelice e tragica di uomini cresciuti in tempi drammatici, uomini che hanno tradito, ma che soprattutto sono stati traditi. Non sappiamo come sarebbero stati se fossero vissuti in condizioni diverse. Da questo punto di vista provo addirittura simpatia, compassione per lui. Per questo ho accettato di andare in tribunale.

Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della caduta del comunismo.
No, non sono d’accordo. Il comunismo è caduto nel 1980, quando per la prima volta abbiamo portato via al regime la propaganda. Fino a quel momento tutte le volte che i popoli hanno cercato di liberarsi (ricordiamo la rivoluzione ungherese del ’56, la primavera di Praga del ’68, le rivolte in Polonia del 1956, del 1968, del 1970 e del 1976), il potere, dopo aver risposto il più delle volte con la violenza, ha sempre cercato di distruggerci, spesso con successo, usando la propaganda: organizzando contromanifestazioni orchestrate dall’alto per poter definire l’opposizione una ridicola minoranza insignificante. Riuscivano sempre a metterci in un angolo. Nel 1980, per la prima volta, abbiamo dimostrato alla nazione e al mondo che eravamo più numerosi di loro, che loro non ci avevano mai rappresentato e mai lo avrebbero fatto. Il regime non fu in grado di organizzare nessuna contromanifestazione e controinformazione. Questa è stata la prima sconfitta del comunismo. Poi c’è stata la seconda: per la prima volta in un paese comunista era nata un’organizzazione legale indipendente dal partito. Dopo le altre nazioni ci hanno seguito e hanno buttato giù il Muro. Ma solo dopo che i polacchi hanno stretto i denti e anche nei momenti più duri non hanno ceduto su quei due punti.

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Poi, il 13 dicembre 1981, fu introdotto lo stato di guerra. Jaruzelski giustifica quella decisione con il pericolo incombente di un intervento armato dei sovietici.
Il generale non ha altra spiegazione, non può dire nient’altro. Io posso dire che in quella situazione tutto era possibile. I sovietici non avevano neppure bisogno di varcare i confini: erano già in Polonia. Avevano nelle loro mani intere città, nel paese c’erano più di 200 mila militari sovietici. Io, probabilmente, al posto del generale avrei scelto un’altra strada: mi sarei posto al fianco della nazione e avrei cercato in quel modo di fare io pressioni su Mosca.

Perché il famoso Incontro dei tre del novembre 1981 fra lei, Jaruzelski e il cardinal Glemp fallì? Perché non si trovò una via d’uscita dalla crisi in cui versava il paese?
Nel partito c’era chi non voleva che si arrivasse a un accordo, perciò ci furono poste condizioni inaccettabili. Solidarnosc era una forza enorme, non poteva accettare diktat.

Secondo lei di quel fallimento sono responsabili anche uomini di Solidarnosc?
Certamente. Si trattava per entrambe le parti di una prova di forza. Loro cercavano di dimostrare che non eravamo pronti a una condivisione del potere, alcuni di noi cercavano di dimostrare che loro non avevano intenzione di cedere il potere. Io avevo una proposta di soluzione: volevo che fosse istituito un gruppo di lavoro misto con le competenze e le deleghe per affrontare tutti i problemi man mano che si presentavano. Ma non accettarono. E da parte di Solidarnosc si radicalizzarono dei gruppi che non volevano vedere nessuna possibilità di compromesso.

Quel 13 dicembre 1981 ero in Polonia…
… e non l’hanno messa dentro?

No, l’ho scampata. Ma fu un colpo terribile. Lei non pensò mai che fosse la fine?
Nel momento stesso in cui sono venuti a prendermi e mi hanno portato nel campo di internamento ho pensato: “Sono io ad avere vinto. Avete veramente piantato l’ultimo chiodo sul coperchio della bara del comunismo”. E aggiunsi in cuor mio: “Un giorno verrete in ginocchio a chiedermi di tirarvi fuori da questa bara”. E così è stato. Non ho mai, assolutamente mai, avuto dubbi.

Come si arrivò all’89, alla Tavola rotonda?
Molti rappresentanti del governo volevano portarci via tutto e prepararono la conquista in modo perfido: organizzarono un tavolo cui far sedere anche i membri più duri del sindacato per fare in modo che li buttassimo fuori noi. Volevano far fare a noi il lavoro sporco, per far sì che la società ci rifiutasse, ci considerasse traditori. Non c’era dialogo. Poi le cose sono cambiate, la Tavola rotonda ha preso un’altra piega, soprattutto per il senso di responsabilità di molti di noi e per il ruolo di garante della Chiesa.

Come giudica l’operato di Gorbaciov?
Gorbaciov si rese conto che l’impero si stava dissolvendo. C’erano state manifestazioni in Lituania e in Lettonia, che aveva cercato di soffocare con la forza, ottenendo l’effetto contrario. Allora cercò di rifare il trucco al comunismo con la perestrojka e la glasnost. Ma fallì. Non gli rimaneva che cercare di salvare non il comunismo, ma la Russia, sacrificare il comunismo per salvare la Russia. Se avesse continuato con la violenza avrebbe rischiato di farla esplodere. La Russia è composta da circa 80 gruppi nazionali diversi: se le cose fossero andate diversamente, probabilmente oggi sarebbe uno staterello di 20 milioni di abitanti, anche meno. Con la sua “fuga in avanti” Gorbaciov salvò la Grande Russia. In sostanza ci ha presi tutti per il naso.

Come giudica la Russia oggi?
È come se ci fossero due Russie. C’è la Russia numero uno, quella del mercato, dei capitalisti, dei grandi cantieri. Poi c’è la Russia numero due, quella che tiene le briglie corte per evitare che quelle 80 nazionalità scoppino, dicendo tra sé: “Noi ci rialzeremo, ci rifaremo, ricostruiremo l’Urss, ci riprenderemo l’impero”. Quello che è successo ad Anna Politkovskaja e agli altri giornalisti uccisi fa parte di questa Russia numero due. Noi dobbiamo sostenere la Russia numero uno, e non permettere alla numero due di ricostruirsi.

Come ha vissuto il 9 novembre 1989, la caduta del Muro?
Non è stato affatto un bel momento. Per noi è stato il momento di maggior pericolo. I tedeschi dell’Est, vedendo che la Polonia continuava per la sua strada, cominciarono a scappare in Occidente attraverso l’Ungheria, lasciando la Ddr preda dell’Urss. Fu una diserzione di massa, e un enorme pericolo per il nostro processo di rinnovamento. I tedeschi hanno avuto fortuna perché io non ero al posto di Gorbaciov. Io avrei detto: “Andatevene pure tutti, ma prima firmatemi una dichiarazione in cui giurate che non tornerete più indietro, e ditemi se volete in casa vostra, nei vostri letti degli ucraini o degli asiatici. Io non vi permetterò di destabilizzare il Patto di Varsavia. Andatevene tutti e io chiederò all’Unione Europea di poter indire un referendum, e non tornerete mai più indietro”. Per fortuna Gorbaciov non l’ha capita… La caduta del Muro è una bella immagine, una scena suggestiva, ma non è un momento di gloria nazionale tedesca, perché hanno messo in pericolo la vittoria di tutti.

Il rapporto con Giovanni Paolo II è stato fondamentale nella sua vita. Come ricorda quell’amicizia?
Siamo cresciuti mangiando lo stesso pane. Spesso non dovevamo neppure parlare per capirci. Dal punto di vista politico tutti gli incontri con lui sono stati importantissimi, spesso hanno fatto vedere al mondo intero che Lech Walesa era ancora vivo. Dal punto di vista personale ogni incontro è stato una felicità enorme, anche se a volte la coscienza mi rimordeva: sapevo che c’erano altre persone molto più importanti di me che avevano bisogno di lui e aspettavano. Mi sembrava di portargli via tempo prezioso. I nostri colloqui non sono mai stati di tipo strategico-politico, non abbiamo mai fatto programmi su quello che volevamo raggiungere. Di solito, dopo un primo affettuosissimo saluto, io gli dicevo le cose che mi stavano a cuore e che pensavo lui volesse sapere, e quando vedevo che cominciava ad agitarsi sulla sedia, capivo che ne aveva abbastanza. E lui faceva lo stesso con me. Erano strani quei nostri colloqui. Però, sono sempre stati il dialogo di un figlio con il padre. Erano incontri di due persone che avevano una totale fiducia l’una nell’altra, e soprattutto condividevano la stessa fede. Non ci sono mai state istruzioni, direttive. Il Santo Padre sapeva bene quello che doveva fare, e a me lasciava la totale responsabilità del mio compito.

Oggi molti giovani, in Italia ma anche in Polonia, non sanno niente degli avvenimenti degli anni Ottanta. Cosa direbbe loro?
Noi siamo l’ultima generazione della vecchia epoca e molti di noi rimangono chiusi nella vecchia epoca. I giovani non ci capiscono, non capiscono perché continuiamo a costruirci monumenti, soprattutto non capiscono perché noi abbiamo speso almeno il 50 per cento delle nostre energie per fare guerre, per distruggerci. È importante che educhiamo i giovani a una vera mentalità antitotalitaria. Credo che questa Solidarnosc, la solidarietà, sia anche nell’epoca della globalizzazione un modo per costruire una vita felice. Abbiamo a che fare con due immagini del mondo: una, che definisco di sinistra, ci dice che dobbiamo far scaturire tutto dalla libertà, che non ci devono essere limitazioni. Ultimamente, nella mentalità europea, è questa immagine a essere dominante, ma non sempre è adeguata, basta guardare alle minacce alla nostra civiltà, al terrorismo. L’altra concezione, che per comodità definisco di destra, ci dice che dobbiamo fondare la civiltà sui valori e sulla tradizione. Questa seconda mi è più vicina. Tutte le minoranze, comprese le minoranze sessuali, hanno i loro diritti: hanno diritto alla pensione, ad avere proprie organizzazioni. Ma non hanno il diritto di distruggere i nostri diritti, come il diritto alla famiglia. Il XX secolo è il secolo di una grande vergogna per l’umanità: guerre, lotte, discriminazioni ed eccidi. Adesso c’è bisogno soprattutto che ciascuno si senta necessario. Per il XXI secolo c’è bisogno di una filosofia nuova, che non dimentichi il polmone spirituale della nostra Europa.

Foto Ansa/Ap


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