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Interrogatorio all’investigatore

luglio 30, 2017 Maurizio Tortorella

Abbiamo cercato di strappare a Marianna Vintiadis, country manager di Kroll per l’Italia, i trucchi e i segreti di una delle più importanti centrali globali di ricerca delle informazioni. Ecco che cosa ci ha confessato

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Dato che è un preciso obbligo del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, nell’ingresso del suo ufficio milanese fa bella mostra di sé l’autorizzazione del prefetto «a esercitare l’attività di investigazioni, ricerche e raccolta di informazioni per conto di privati». Marianna Vintiadis, però, non ha nulla a che spartire con i più classici Tom Ponzi, nel senso che non è certo un’ordinaria investigatrice privata. E non soltanto per l’aria da ragazzina un po’ timida che le spunta dietro gli occhiali.

Nata ad Atene 46 anni fa, una laurea e un dottorato in economia a Cambridge, l’università dove ha insegnato per otto anni, Vintiadis è stata appena indicata come una delle 50 donne più influenti nella finanza italiana. E infatti dal 2004 è la “country manager”, cioè la responsabile, di Kroll in Italia, Grecia, Spagna e Portogallo. Del resto, Kroll è un’agenzia investigativa, sia pure basata a New York e in formato mega: si tratta, in realtà, di una colossale centrale globale di ricerca d’informazioni su aziende e persone, e anche della più potente al mondo. Da oltre 40 anni, con migliaia di dipendenti operativi in 55 uffici sparsi in 26 paesi e in tutti i continenti, Kroll svolge indagini su singoli, imprese, multinazionali, banche, associazioni, e un po’ su tutto quello che può essere interessante per qualsiasi cliente bussi alla sua porta. Il limite è uno solo: la legittimità e la piena legalità della raccolta dei dati. «Se non fosse così – spiega Vintiadis in questa intervista a Tempi, una delle poche concesse – il più delle volte le informazioni raccolte sarebbero inutilizzabili, e proporrebbero anche gravi rischi penali».

Kroll opera davvero in mille settori. Scova informazioni su un’azienda da acquisire, ma anche sul potenziale compratore di un’impresa (ci sarà mica dietro la mafia?), indaga su un’intrusione cyber nei computer di una società così come su un manager da assumere, o su un cliente cui una banca deve concedere un fido, e perfino su un amministratore locale dal quale dipende l’autorizzazione di un certo impianto: costui sarà un politico onesto o un corrotto pronto a creare problemi?

Insomma, la società è chiamata a svolgere anche verifiche preventive sulla correttezza degli interlocutori dei suoi clienti: «È spesso inevitabile, per un operatore economico avveduto», risponde Vintiadis. «E in certi mercati trovare quel tipo d’informazioni è fondamentale. Gli americani, per esempio, sono ossessionati da quella che chiamano “reputation”. Del resto, se un soggetto o un’impresa hanno una buona fama sul mercato, di solito la probabilità che seguano prassi scorrette si riduce parecchio. Perché il mercato sa il fatto suo, e ha notizie di prima mano».

Primo caso: Parmalat
I concorrenti, insomma, sono tra le fonti più accreditate di Kroll. «Ma anche i fornitori di un’impresa, e tutte le parti terze», aggiunge Vintiadis. La manager, va detto, è estremamente gentile, ma non è proprio loquacissima. E la sua sarà forse una riservatezza tipica del settore, però non è facile estorcerle storie e particolari: per esempio, quali sono i “trucchi” più efficaci per iniziare a comprendere se un’azienda sia sana. All’inizio del 2004, quando Vintiadis entrò in Kroll, il suo primo compito fu capire quale fosse lo stato effettivo della situazione di Parmalat, appena caduta in default. In quel caso, il mercato non aveva dato particolari segnali d’allarme, e infatti nella prima metà del 2003 la reputazione finanziaria di Parmalat era eccellente. Eppure c’erano stati segnali che a un occhio clinico non potevano sfuggire: come l’eccesso di diversificazione del gruppo, con un’elevatissima quantità di acquisizioni antieconomiche compiute solo per ingraziarsi politici e banchieri. C’era poi un altro elemento sospetto: i revisori dei conti. «Malgrado Parmalat fosse un colosso – ricorda Vintiadis – i revisori erano pochi, e sempre gli stessi. Esattamente quel che era accaduto nel caso delle società di Bernie Madoff, il grande truffatore di Wall Street».

È poi buffo comprendere che la parte più divertente del lavoro di un investigatore è scoprire un truffatore. «Una falsa laurea dichiarata in un curriculum è la classica “red flag”», spiega Vintiadis: cioè una bandiera rossa che segnala un possibile tranello. «In un caso, però, capitò che non solo la laurea non esistesse, ma che nemmeno l’università fosse reale». Perché proprio questo fa Kroll: assunta un’informazione, la verifica sul campo. Quindi studia i curriculum dei manager da assumere, fin nei dettagli: «Verifichiamo anche quel che non c’è scritto – aggiunge Vintiadis – perché tra la data dell’inizio di un rapporto di lavoro e la sua fine è spesso tutto chiaro, ma a volte tra la fine di un impiego e l’inizio del successivo ci sono vuoti strani, non illuminati. Lì dentro, a volte, può esserci di tutto. Perfino qualche mese di prigione».

Sotto la lente non solo numeri
Un’altra scoperta sorprendente riguarda le indagini che Kroll svolge per l’acquisizione di una determinata impresa, o per una joint-venture, o per un accordo commerciale. Come si stabilisce se un futuro partner sia affidabile? «Noi non ci fermiamo al business, ai dipendenti o alla struttura dei conti aziendali – racconta Vintiadis – ma studiamo attentamente anche il curriculum e la personalità dei top manager». Perché mai? La risposta è illuminante: «Perché anche un gigante come la Fiat non conta di per sé. La Fiat di Cesare Romiti è una cosa, quella di Sergio Marchionne è un’altra cosa».

Kroll, è ovvio, lavora molto con le banche: sono anzi proprio loro i suoi clienti più abituali e spesso anche i più importanti. La società indaga sui fondi d’investimento che propongono prodotti finanziari, ma anche sui clienti che chiedono di accedere a un finanziamento. E forse parrà strano, in un paese che si sta macerando davanti a una massa di oltre 200 miliardi di crediti finiti in sofferenza, eppure in questo campo Kroll ha offerto e continua a offrire la sua opera a decine d’importanti istituti di credito. «Ci sono banche veramente attente – dice Vintiadis – con “due diligence” che rivelano clienti di ottimo livello in nove casi su dieci; ma ce ne sono altre che invece…».

I giornali? Fino a un certo punto
Ovviamente tutto dipende dalla complicazione della richiesta ricevuta, ma lo studio accurato di un soggetto richiede in media due settimane piene di lavoro. Kroll ha i suoi tecnici, però si avvale di fonti esterne. I giornali sono spesso tra quelle iniziali. È però un lavoro a tappeto, con l’analisi di tutto quello che è stato scritto, per esempio su un’impresa. «I cronisti locali conoscono bene il loro territorio – dice Vintiadis – e sono una buona base di partenza. Ed è vero che a volte i giornalisti scrivono inesattezze, ma di solito colgono bene lo spirito generale, lo stato di un’azienda».

Il vero lavoro d’investigazione viene affidato a un team, di solito formato almeno da quattro persone: un intervistatore, che sa quali domande fare e a chi; un esperto lettore di bilanci; e due analisti. Molto importante è il risultato intermedio del loro operato, quando l’equipe riunisce le informazioni raccolte. A quel punto, le analisi possono convergere o essere discordi. È lì che il compito di decidere diventa difficile. Ma il risultato dev’essere sempre affidabile. Il costo minimo di una valutazione approfondita “made in Kroll” è sugli 8 mila euro. Se «la conoscenza è potere», come diceva il filosofo empirista Thomas Hobbes, allora sono certamente soldi ben spesi.

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