tempi.interni Giovedì 09 Settembre 2010 
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Provate pure ad abbatterci

Colpito dalla crisi, penalizzato da Obama, dipinto dai giornali come un centro di affari loschi. Eppure il gruppo Finmeccanica ruba la scena ai grandi consorzi rivali. E vanta numeri che danno lustro al made in Italy

di Rodolfo Casadei
Avete presente quei pugili che tante ne prendono ma ancora più ne danno? Quegli incassatori che assorbono colpi che manderebbero altri al tappeto, e poi ripartono all’offensiva come se avessero immagazzinato energia anziché bastonate? Beh, l’industria internazionale aeronautica e dell’aerospazio oggi è simile a quel boxeur: dopo due anni di contrazione del mercato e di ordini in caduta libera è venuto il momento della ripresa, certificata da numeri col segno positivo e contratti con la firma fresca d’inchiostro. A Farnborough, il salone internazionale dell’aerospazio più importante del mondo che si tiene ogni due anni nei pressi di Londra, l’americana Boeing e l’europea Airbus (i due più grandi consorzi di produzione mondiali) hanno fatto a gara a chi annunciava il maggior numero di nuovi ordinativi. Verso la fine della settimana il risultato era di 130 a 103 per gli europei. Tenete conto che un Airbus superjumbo A380 costa un terzo di miliardo di dollari, e un Boeing 777 un quarto di miliardo. E che quest’anno il salone ha registrato la presenza attiva di oltre 1.450 espositori da quaranta paesi: un record storico.
Fra i pugili che le hanno prese ma ne hanno anche date tante c’è pure Finmeccanica, il grande gruppo industriale italiano specializzato in aerospazio, difesa e sicurezza. Nel quasi triennio 2008-2010 la società di piazza Montegrappa ha vissuto eventi infausti come l’annullamento della gara vinta negli Usa nel 2005 per il Marine One, l’elicottero presidenziale (è arrivato un nuovo presidente, tanto simpatico…), l’annullamento del contratto per l’ampliamento della metropolitana di Los Angeles, problemi con Boeing per la partecipazione alla produzione del 787 Dreamliner e, last but not least, l’inchiesta su Digint, sussidiaria di Finmeccanica specializzata in software di sicurezza, che ipotizza il reato di costituzione di fondi neri all’estero. Ebbene, dentro a una tormenta come questa il gruppo è riuscito a portare a casa un bilancio del 2009 con ordini per 21,1 miliardi di euro (20 per cento in più rispetto al 2008), ricavi per 18,1 miliardi (21 per cento in più rispetto all’anno precedente), un utile netto di 718 milioni (16 per cento in più del 2008).
Nell’arco degli otto anni compresi fra il 2002 e il 2008, Finmeccanica è cresciuta da 45 mila a 77 mila addetti, e i ricavi sono passati da 7,8 a 18,1 miliardi di euro. In gran parte grazie alle sue capacità di internazionalizzazione: nel 2002 il 70 per cento dei ricavi veniva realizzato in Italia, oggi solo il 22 per cento. Degli ordini per il 2011, solo il 19 per cento riguarda committenti italiani: gli Usa assorbono il 22 per cento, il resto del mondo il 59 (9 per cento il Regno Unito). A Farnborough il gruppo italiano si è presentato vantando nuovi contratti finalizzati o in dirittura di arrivo con molti paesi tra cui Panama, Brasile, Russia, India, Libia. pag. 1 | |

 

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