08 Febbraio 2010
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Lo strano caso della Lega al governo
Le elezioni in Veneto e Piemonte sono il passaggio del Carroccio alla maggiore età. Esistono due vie. Rinchiudersi nella cameretta del localismo o trainare un partito a vocazione nazionale
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di
Mattia Ferraresi
Comunque finiscano in termini percentuali le elezioni regionali in Veneto e Piemonte, la certezza è che la Lega sta per raggiungere la maggiore età. Anche se non dovesse arrivare al famoso sorpasso del Pdl di cui il ministro leghista Roberto Calderoli parla da mesi, è chiaro che si sta per chiudere l’adolescenza dei cappelli con corna, delle ampolle, dei druidi, delle generose discese su Roma ladrona, quella fase esistenziale che sarà orgogliosamente declassata ad armamentario folcloristico. Non è un fatto di calcoli e statistiche, ma di una ragione sociale che arriva al test di governo, al confine elettorale che impone un rinnovamento; nessuna rivoluzione, semplicemente una nuova età della vita. La Lega maggiorenne potrà guidare la macchina, noleggiare film per adulti e ricalibrare autonomamente le prospettive di governo. Perché il carroccio di fatto non ha mai governato, non nell’accezione leghista del verbo. Da una posizione governativa a Roma ha creato gli spazi di una leadership nelle macroaree, abbastanza circoscritte per un approccio locale e abbastanza influenti per consentire l’accesso alle stanze del potere globale (il primo obiettivo è la “padanizzazione di due superbanche”, come ha spiegato Libero a inizio gennaio); nei lunghi anni passati nei palazzi romani ha fatto cioè il lavoro felino di avvicinamento alla preda. Ora tocca fare il balzo.
Ma la sfida del governo verde ha i tratti epocali di una ricostruzione dell’identità politica del partito, una vocazione sospesa fra i poli opposti di autonomia e coabitazione. È la questione inquadrata con la solita lucidità dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, nel Dialogo a Nordest con Gianni De Michelis, pubblicato la settimana scorsa.
La visione futurizzante di Sacconi«Sono convinto che l’Italia non ha bisogno di un “partito del Nord”, ma ha bisogno di un partito nazionale a prevalente guida nordista, che quindi sia capace di far muovere la locomotiva e allo stesso tempo di togliere i freni ai vagoni più lenti», dice Sacconi. Oltre a un’accortezza diplomatica, l’omissione del nome di questo misterioso “partito del Nord” serve a rendere l’analisi di Sacconi resistente alle contingenze elettorali: è la forma stessa del localismo esasperato a essere superata, non soltanto i suoi attori con pochette verde e retorica dialettale. Il ministro sembra prospettare – e desiderare – un assetto duplice per il Nordest, con una forza dinamica locale in primo piano e sullo sfondo un partito che sappia dare un senso nazionale (quindi europeo, quindi globale) ai virtusiosmi dei trascinatori nordisti.
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