tempi.interni Giovedì 09 Settembre 2010 
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Milano cuore in mano

La solidarietà che si fa opera, la tempra di chi guarda in alto senza staccare i piedi da terra. Ritratto appassionato di una città sorta sulle spalle di giganti della carità

di Caterina Giojelli
Milanese, quello che sarebbe stato definito l’«uomo più buono del Brasile» aveva 12 anni quando distribuiva la minestra ai diseredati in coda alla mensa dei Cappuccini di viale Piave. Ne aveva 40 di anni quella notte del 22 ottobre 1955, quando il serbatoio da 60 mila litri di acido carbonico assicurato da una ditta svizzera fece schegge della fabbrica del padre. Pagò di tasca propria, Marcello Candia: un milione di lire a ogni famiglia delle vittime dell’esplosione, e nel giro di un anno un nuovo stabilimento Candia tornava a ridare lavoro a centinaia di persone. Quello che accadde dopo gemmando in Brasile – quattordici opere tra ospedali, lebbrosari, centri sociali nelle favelas, due conventi di clausura, una scuola per infermiere e un centro di accoglienza per handicappati – oggi è portato avanti dalla Fondazione dottor Marcello Candia, che da Milano prosegue l’opera del fondatore per cui è in corso la causa di beatificazione. Ancora viale Piave. L’industriale milanese Emilio Grignani passava spesso davanti alla chiesa del Sacro Cuore e ci mise poco a rendersi conto che i poveri che sostavano sul sagrato in attesa di ricevere la minestra da fra Cecilio erano esposti alle intemperie. Perciò nel 1959 si offrì di costruire un ambiente per accoglierli. Era nata l’Opera San Francesco per i Poveri, una realtà che oggi festeggia i suoi 50 anni, distribuendo 2.500 pasti al giorno e assistenza medica attraverso i suoi 400 volontari, di cui 125 medici.
A Milano si fa così. Si fa, appunto. Il volto del benefattore è quello degli imprenditori che sanno dove andare, quelli fotografati nei centinaia di ritratti nella quadreria dell’Ospedale Maggiore, il Ca’ Granda, lo “spedale per i poveri” che raccoglieva “colombe” e “colombini”, trovatelli abbandonati dai genitori sulla ruota. «S’immagini il lettore il recinto del lazzeretto, popolato di sedici mila appestati», scriveva il Manzoni del luogo cui Lazzaro Cairati, filantropo milanese e notaio dell’ospedale Maggiore dedicò provvidenziale impegno a fronte delle tre grandi pestilenze che colpirono Milano nel 1524, nel 1576 e nel 1629. Dell’imponente struttura cinquecentesca oggi non resta che un manipolo di cellette in via San Gregorio e la piccola chiesa del San Carlino in Largo Bellintani. Quella chiesetta da cui partì la sera del venerdì santo del 1984 la solenne processione guidata dal cardinal Martini che portò personalmente la Croce col Santo Chiodo. Lo seguivano per le vie di Milano i nobili Cavalieri di Malta e gli straccioni di Fratel Ettore, le crocerossine con i malati in carrozzella e i tanti extracomunitari che già nel quartiere di Porta Venezia affollavano le piccole mense parrocchiali e le grandi strutture che si preparavano ad accogliere l’ondata di immigrazione degli anni a venire.
Milano già guardava lontano. Con gli occhi di quella Madonnina che dalla guglia più alta del capoluogo abbraccia la città, sotto la quale «se viv la vita, se sta mai coi man in man». Senza dover dimostrare nulla. I grandi boulevard, i viali trionfalistici e i Ring li ha lasciati dalla seconda metà del XIX secolo a Parigi e Vienna. La sua anima è quella del Dopoguerra, sorta sulla produzione e non sul consumo, quella di una città che sa su quali strade camminare. Apre alla città con una via Vittor Pisani, e non la spalanca con uno Champs-Elysées, declina l’idea di un grattacielo americano in una sorta di oggetto di design come il Pirellone. Guarda in alto, cioè, ma con i piedi per terra. Lo ha insegnato Manzoni alla letteratura italiana, e la sua ricerca di una lingua capace di parlare agli umili; lo ha fatto Carlo Emilio Gadda che guardava con affetto a quella società politecnico-mercantile che si andava costruendo sotto gli occhi di lui, ingegnere e scrittore. E, soprattutto, lo ha fatto Giovanni Testori glorificando l’idioma del popolo: è questa la lingua che parla Milano. Il figlio del padrone che si inginocchia davanti all’operaio. Lo ricordò monsignor Luigi Giussani ai funerali dell’amico drammaturgo nel 1993: «Quando tu eri piccolo – l’hai raccontato tu – e il Bambino Gesù ti aveva portato molti doni, tu li mostrasti con sussiego al figlio del portinaio e dicevi: “Io sono il figlio del padrone!”. E quello se ne andò via piangendo. Vistolo piangere, tuo padre, per cui gli operai erano parte della sua carne e del suo corpo come la sua famiglia, domandò il perché. E quel bimbo disse il perché; così che il giorno dopo tu, messo in ginocchio di fronte a tutti gli operai, dovesti dire: “Perdono, perdono!” Questa è la parola! La più grande parola che l’uomo possa ripetere è rimasta ficcata dentro il tuo cuore e il tuo corpo, dentro la tua personalità. Anche quando non sembrò più agire, essa agiva lo stesso: perdono». Proprio Testori vide nella quadreria della Ca’ Granda il sigillo anche artistico di un popolo in cui il benefattore non è estraneo al poveraccio e l’elemosina insegnata dalla Chiesa è la prima richiesta di perdono, misericordia, allargamento del cuore. Il coeur in man che diventa donazione, di cibo e di sé. Quel sé che diventa tempo in una piccola sede di viale Papiniano dove nove anni fa un manipolo di insegnanti s’è inventato un Portofranco dove i ragazzini vengono aiutati a fare i compiti, a recuperare i debiti formativi. Da lì nell’anno scolastico 2008/2009 sono passati 1.270 studenti (di cui 280 stranieri).

I marmi del Duomo, i cibi dei poveri
E chissà se in quelle aule qualcuno avrà ripassato Leonardo, che costruì i Navigli anche per fare arrivare alla fabbrica del Duomo i grandi marmi di Candoglia su cui erano scritte le iniziali “ad usum fabricae” che esentavano i barconi dal pagamento della Dogana: ad ufo. Da allora questa frase divenne acronimo proverbiale della solidarietà. Quella solidarietà che diventa un rigo di legge, la 155 del Buon Samaritano promossa dalla Fondazione Banco Alimentare e dall’imprenditrice milanese Cecilia Canepa, entrata in vigore nel 2003 e che riconosce alle organizzazioni non lucrative di utilità sociale che effettuano distribuzione gratuita agli indigenti di prodotti alimentari, lo status di consumatore finale. Fino a un secondo prima tutto il cibo non consumato o invenduto veniva gettato via. Grazie a questa legge e all’aiuto di più di centomila volontari Siticibo, la prima sperimentazione italiana della Legge del Buon Samaritano nata a Milano dalla collaborazione tra i promotori, ha raccolto dal 2003 all’ottobre 2009, 253 tonnellate di pane, 258 tonnellate di frutta e 456 mila piatti pronti, alimenti freschi e cucinati che a termine servizio risultano invenduti da 18 tra ristoranti, mense aziendali, mense ospedaliere, hotel, refettori scolastici aderenti al progetto. Con l’aiuto di 75 volontari la raccolta rifornisce oggi 50 enti. Un progetto destinato a gemmare in tutta Italia sulla scia della Fondazione Banco Alimentare, nata a Milano nel 1989, e che ha raccolto nella XIII edizione della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare tenutasi lo scorso 28 novembre in 7.600 supermercati e ipermercati, 8.600 tonnellate di prodotti alimentari che saranno distribuiti agli oltre 8.000 enti convenzionati con la rete del Banco che assistono 1,3 milioni di persone ogni giorno.
Ha accolto in 13 strutture residenziali 665 persone (62 per cento italiani, 38 per cento stranieri) il progetto, concretizzato nel biennio 2007/2008, “Un tetto per tutti: alternative al cielo a scacchi”, accoglienza residenziale per persone in dimissione dal carcere con progetti individualizzati di reinserimento sociale, cui hanno partecipato numerose associazioni dalla Fondazione Caritas Ambrosiana alla Cooperativa Sociale L’Arcobaleno. Cibo, tempo, accoglienza: Milano cuore in mano non dimentica Le viscere della città, quelle raccontate da un “barbone emerito” come Mario De Nicolais insignito dell’Ambrogino d’oro ed editate da Mursia.

L’inno del barbone emerito alla città
Da borghese a barbone a volontario: «Tuttavia io penso che Milan l’è on gran Milan e chissà che prima o poi non sorga una classe dirigente degna di questo nome in grado di difenderci dalle ruberie del resto d’Italia e che finalmente, per migliorare la vita di chi è stato meno fortunato di altri, si possa essere in grado di utilizzare le nostre risorse, che sono sempre notevoli», scriveva al Corriere poco prima di morire e di consegnare a Giangiacomo Schiavi il suo diario tra i disperati della stazione Centrale. Un viaggio fatto di fermate, la mensa dei Cappuccini, la Messa della Carità, l’Opera San Francesco, l’Opera Cardinal Ferrari, il volontariato nelle fila di Exodus e di padre Turoldo. Un viaggio che in altro modo continua a raccontare anche la tanto vituperata istituzione, che all’inizio dell’anno ha presentato alla città una fotografia della Milano cuore in mano. Non ha il sapore del romanzo, ma il conforto dei numeri, la “Mappa del volontariato sociale e delle banche del tempo”, progetto in cui il Comune, l’ha ricordato l’assessore alla Famiglia, Scuola e Politiche sociali Mariolina Moioli «si pone come anello di congiunzione tra la cosiddetta sussidiarietà orizzontale e quella verticale». Sono 371 le associazioni censite dalla mappa, organizzazioni del terzo settore, presso le quali prestano la loro opera oltre 33.700 volontari che operano nell’area sociale, assistenziale, sanitaria ed educativa. Un popolo silenzioso, per la maggioranza (il 65 per cento, dicono all’assessorato) composto da giovani pensionati in cerca di una seconda vita e studenti universitari (15 per cento). La Madonnina che guarda Milano dall’alto non poggia i piedi su una nuvola, ma sulla gigantesca montagna fatta di statue e santi che hanno costruito la città. Un popolo di pietra dove sono scolpiti i volti di missionari, sacerdoti, benefattori a cui Milano getta uno sguardo mentre si affretta nelle urgenze della vita quotidiana. Quella vita quotidiana di cui è fatta tutta la concretezza del coeur milanese.

 

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