tempi.interni Martedì 09 Marzo 2010 
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Non trasformiamo i tonni in panda

«Queste non sono battaglie ecologiste, ma commerciali». Il biologo Piccinetti contro gli inutili allarmismi sul mare

di Emanuele Boffi
Corrado Piccinetti è professore di Ecologia a Bologna e da vent’anni alla guida del Laboratorio di Biologia marina e Pesca dell’Università di Bologna in Fano, un laboratorio che si occupa di tutto ciò che accade in mare da oltre un secolo.
Professore, Greenpeace e Wwf premono sull’Iccat affinché il tonno rosso sia considerato una specie protetta. Il tonno è a rischio d’estinzione?
Non abbiamo dati scientifici inconfutabili per affermarlo. Non sono io a sostenerlo, ma l’Iccat stesso nei suoi documenti nei quali ammette che i dati sono lacunosi. L’allarme nasce da proiezioni e modelli matematici che presumono, di ipotesi in ipotesi, che il tonno sia una specie a rischio d’estinzione. Secondo l’Iccat ogni anno nel mondo si catturano 30 mila tonnellate di tonno. È un’ipotesi che si basa sulle quote assegnate a ogni paese. Ma è un dato lacunoso perché non tiene conto di molti fattori, primo fra tutti il fatto che, soprattutto nei paesi orientali, è assai diffusa la pesca illegale. Una stima più realistica si avvicina alle 50 mila tonnellate l’anno per quel che riguarda l’Atlantico Est e il Mediterraneo (non si hanno stime per l’Atlantico Ovest). Inoltre, il buon senso ci porta a farci alcune domande: si denuncia la carenza di tonno da almeno dieci anni, eppure questi pesci continuano a esserci nelle medesime quantità, tant’è vero che ancora oggi ogni paese, in soli dieci, quindici giorni, riesce a raggiungere la quantità di pescato assegnatagli. Curioso, per una specie in estinzione. Cinquantamila tonnellate l’anno significano 500 mila tonni del peso medio di 100 chili. Domando: quale altro animale è inserito nell’annesso 1 del Cittes con una cattura di migliaia di esemplari l’anno?
L’Iccat fa però un discorso precauzionale. Dal momento che non ci sono dati certi, è meglio essere prudenti.
Sono d’accordo sull’applicare il principio di precauzione. Sono un ambientalista vero, ma non sono nemmeno uno sprovveduto che non s’accorge che si stanno svolgendo importanti battaglie commerciali. Alcuni Stati, penso agli Stati Uniti, al Canada, al Giappone che si ritiene abbia “in frigorifero” circa 20 mila tonnellate di tonno da smaltire, avrebbero tutto l’interesse a bloccare il Mediterraneo. E poi, perché solo nel Mediterraneo e non negli altri mari, nell’Oceano Pacifico o nell’Oceano Indiano?
Cosa accadrebbe se il bluefin fosse inserito nella lista delle specie da proteggere? Ci sarebbero danni all’ecosistema?
Certo, perché così avviene ogni volta che una specie è considerata isolata e non invece inserita nel suo contesto. Il tonno è un predatore: avere mille tonnellate di tonno in più significa avere 15 mila tonnellate di pesce azzurro in meno in mare.
Altri effetti collaterali?
Aumenterebbero la pesca illegale e il mercato nero. O si blocca tutto dappertutto o non ha senso fermare la pesca solo in una zona e non in altre. E poi, come ci comportiamo nei confronti della pesca sportiva? Le perplessità sono tante, e riguardano anche i comportamenti di alcuni Stati che si affacciano sul Mediterraneo e sui quali si hanno forti perplessità rispetto all’effettiva vigilanza sulla pesca illegale. Di sicuro ci perderanno i pescatori italiani perché il continuo abbassamento delle quote impedisce di programmare la stagione.
Cosa si può fare?
Iniziamo a non avere nessuna esitazione nell’eliminare la cosiddetta pesca ricreativa, quella sì che distrugge il mare. Dieci volte tanto rispetto alla pesca professionale.

 

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