16 Novembre 2009
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Di Pietro: Il tribuno è rimasto senza popolo
Più che dal ruolo di De Magistris e dal malumore dei militanti, la più grande minaccia per Tonino viene da se stesso. L’analisi di Giostra, “dipietrologo” della prima ora
di
Chiara Sirianni
Ambienti un tempo molto vicini all’ex pm sceso in politica e soprattutto gli stessi militanti dell’Italia dei valori sostengono che l’“antipartito” per eccellenza si è trasformato in un’associazione familiar-cesarista in mano al suo leader, alla moglie e a un’amica. Dunque è normale che l’Idv si troverebbe oggi vicinissimo all’implosione. Vengono al pettine le contraddizioni e le ambiguità dell’eroe di Mani pulite? È così. L’Italia dei valori si sarebbe “democristianizzata”. Ovvero, detto con raffinato eufemismo, Di Pietro avrebbe pagato un prezzo troppo alto per il passaggio dal volontariato entusiasta dei tempi di Tangentopoli alla struttura professionale dei giorni nostri. Un pedaggio incompatibile con le premesse della “prima ora” e metabolizzato solo grazie a dosi eccessive di cinismi e realpolitik. Che se hanno certamente prodotto risultati elettorali soddisfacenti, avrebbero però anche inficiato la credibilità del leader. Ad assecondare questa tesi le contestazioni della militanza, ormai in aperta rivolta. Da tutta Italia gli iscritti chiedono a gran voce la convocazione di un congresso per poter mettere in discussione la linea di Tonino. Dai coordinatori provinciali piovono mozioni di sfiducia. MicroMega, la rivista diretta da Paolo Flores D’Arcais che per prima ha aperto al travaglismo e al grillismo, punta il dito contro l’atteggiamento «inciucista e politicante» che finisce per creare a livello locale situazioni di stallo. Ma cosa è andato storto? Interessante è l’analisi di Alberico Giostra, giornalista Rai autore di Il Tribuno. Storia politica di Antonio Di Pietro (Castelvecchi editore) che è stato il primo, e in tempi non sospetti, a sottolineare come fosse fatale che questa contraddizione prima o poi esplodesse. Contraddizione, sostiene Giostra, emersa prima delle elezioni amministrative del 2005, squadernatasi nella stagione di intensa lottizzazione e spartizione (quella del Di Pietro ministro delle Infrastrutture) e culminata in occasione delle politiche del 2006, che hanno suggellato definitivamente «l’assunzione di una politica dualistica».
Che cos’è e come viene allo scoperto adesso quella che lei definisce una politica dualistica di Antonio Di Pietro?Da una parte un aumento del radicalismo verbale, la cui tenuta sulla scena mediatica, per galvanizzare il proprio elettorato, ha strenuo bisogno delle sparate anti-berlusconiane. Dall’altra c’è un’azione orizzontale di occupazione di posti di potere, in funzione palesemente elettoralistica, che prevede l’arruolamento di protagonisti della politica locale abili nel maneggiare pacchetti di voti e di tessere. Quella dispiegata dall’Italia dei valori è dunque diventata negli ultimi cinque anni una strategia contraddittoria, che è estremista e moderata insieme, antisistema e antipolitica ma contemporaneamente volta alla ricerca di ogni possibile incarico di governo. In un trasformismo che tragicamente porta con sé uno dei vizi per cui oggi viene criticato, vale a dire il riciclaggio politico.
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