tempi.interni Martedì 09 Febbraio 2010 
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E non è finita qui

Il decreto Gelmini era solo un aperitivo. La vera rivoluzione della scuola cova in un progetto di legge firmato Valentina Aprea. Che non piacerà affatto ai paladini della mediocrità

di Roberto Persico
Ce n’est qu’un debut. Cioè il bello deve ancora venire. Il contestatissimo decreto Gelmini, infatti, contiene solo alcune misure urgenti, necessarie per far fronte alle distorsioni più gravi del sistema d’istruzione. Ma la vera rivoluzione si aggira silenziosa nei meandri della Camera, sotto le spoglie della proposta di legge 953, recante “Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti”, proposta dal presidente della commissione Cultura della Camera dei deputati, Valentina Aprea. Scuole trasformate in fondazioni, risorse distribuite secondo il principio “i soldi seguono gli studenti”, carriera per i docenti, albi regionali degli insegnanti e un contratto ad hoc per la categoria: quando la 953 sarà approvata, la scuola italiana non sarà più quella che abbiamo sempre conosciuto. Vediamo perché.
Autonomia degli istituti scolastici. È la madre di tutte le riforme. Basta col papocchio postsessantottino dei Consigli d’istituto, parlamentini scolastici che giocano alla finta democrazia mentre le decisioni che contano rimangono saldamente nelle mani di viale Trastevere: dando piena attuazione al titolo V della Costituzione (riscritto, per chi avesse la memoria corta, dal fu governo D’Alema), le scuole verranno affidate a veri e propri consigli di amministrazione, responsabili in tutto e per tutto della gestione degli istituti e dell’amministrazione dei fondi che lo Stato affiderà loro. Composizione dei Consigli? Una novità inaudita nel monolitismo dello Stato italiano: ciascun Consiglio, di «non più di undici membri», «delibera il regolamento relativo al proprio funzionamento, comprese le modalità di elezione, sostituzione e designazione dei suoi membri». Tradotto: non sarà il ministro a decidere se in tutte le scuole della Repubblica dovranno esserci due o tre insegnanti, due o tre genitori, due o tre bidelli, con le relative infinite di-scussioni che negli anni passati hanno bloccato ogni iniziativa analoga; ma ciascuna scuola valuterà la composizione del proprio Consiglio, che potrà comprendere anche «rappresentanti delle realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi». Come a dire: siete maggiorenni, siete in grado di valutare da soli quale sia l’assetto più funzionale. E magari di cambiarlo, in tempi ragionevoli, senza attendere quelli biblici del Moloch di viale Trastevere. Accanto al Consiglio di amministrazione, il Collegio dei docenti, che si dota da sé di un regolamento che ne determini il funzionamento, e un «nucleo di valutazione dell’efficienza, dell’efficacia e della qualità complessive del servizio scolastico», composto da «docenti esperti» e anche da «membri esterni». Anche qui la composizione è lasciata alle singole scuole. Chissà se sapranno usare bene tutta questa libertà? E chissà se gli insegnanti troveranno il modo di lamentarsi anche di questa?

Le risorse seguono gli alunni. Tanto più decisiva la riforma degli organi di governo in quanto la legge prevede che le risorse necessarie al funzionamento delle scuole – tutte, da quelle per riparare il tetto a quelle per pagare i docenti – siano conferite tramite le Regioni a ciascun istituto, «sulla base del criterio principale della “quota capitaria”, individuata in base al numero effettivo degli alunni iscritti a ogni istituzione scolastica, tenendo conto del costo medio per alunno, calcolato in relazione al contesto territoriale, alla tipologia dell’istituto, alle caratteristiche qualitative delle proposte formative, all’esigenza di garantire stabilità nel tempo ai servizi di istruzione e di formazione offerti, nonché a criteri di equità e di eccellenza». I protagonisti, cioè, sono gli istituti, lo Stato fa un passo indietro: qui ci sono le risorse, nessuno ha ricette magiche, ciascuno provi la sua ipotesi, sarà la realtà delle cose (la soddisfazione di studenti e famiglie) a indicare quali sono le migliori, e a dirottare automaticamente con la propria scelta le risorse verso le soluzioni più efficaci.

Da istituti a fondazioni. Recita il Pdl 953: «Ogni istituzione può – a beneficio di tutti quelli che in questi giorni sbraitano che “le università diventeranno fondazioni”, sottolineiamo la parola “può”: ha la possibilità, può decidere, in base a una valutazione delle circostanze che è lasciata a ciascuna realtà – costituirsi in fondazione, con la possibilità di avere partner che ne sostengano l’attività», partecipando anche ai suoi organi di governo. È quel che nei paesi che ci sorpassano nelle classifiche Ocse-Pisa avviene abitualmente, è quel che già oggi le scuole più attente al rapporto col territorio, cioè al futuro vero dei propri studenti, cercano di fare, aggirando i mille bastoni che la normativa attuale mette tra le ruote della collaborazione col mondo reale. I soliti okkupanti abbaieranno che così si svende la scuola ai privati. Studenti, famiglie e insegnanti attenti alla realtà dei fatti sanno bene che il rapporto col mondo imprenditoriale significa miglioramento della qualità dell’offerta formativa.
Docenti in carriera. Non c’è cosa più frustrante, oggi, per un’insegnante, di vedersi trattato allo stesso modo di tutti gli altri, qualunque sia il proprio impegno. Dovunque – negli altri settori e nelle scuole di altri paesi – chi lavora bene viene premiato. Solo nella scuola italiana questo non avviene. In omaggio a un dogma sovietico, gli insegnanti sono tutti uguali. Con la nuova legge la professione docente è articolata in tre livelli (docente iniziale, docente ordinario e docente esperto) a cui corrisponde un distinto riconoscimento giuridico ed economico della professionalità maturata. La formazione degli insegnanti avviene nei corsi di laurea magistrale e nei corsi accademici di secondo livello, con la previsione di un periodo di tirocinio e la creazione di un albo regionale da cui attingere. Sono previste valutazioni periodiche dei docenti, in base all’efficacia dell’azione didattica. Che non è certo facile da valutare, ma se altri paesi ci riescono, noi siamo forse più stupidi?

Un contratto ad hoc. Dulcis in fundo, viene istituita un’area contrattuale della professione docente. Vale a dire: il contratto degli insegnanti sarà scorporato da quello di segretari e bidelli, mestieri indispensabili ma di natura differente. E scompariranno le attuali rappresentanze sindacali d’istituto (le famigerate Rsu) in cui sono sovente appunto degnissimi bidelli a decidere come vanno ripartite anche fra gli insegnanti le (poche) risorse aggiuntive. Forse anche l’Italia diventerà un paese moderno.

 

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Scusate, ma tutto questo

Inserito da Valentina Albano il 30 Ottobre 2008 - 10:28pm

Scusate, ma tutto questo entusiasmo per questo tipo di cambiamenti io non ce l'ho!!!
Innanzitutto bisogna precisare che
- ogni studente universitario costa circa 8026€ l'anno;
- i soldi che uno studente italiano necessita per studiare è al di sotto della media OCSE (8400$; di cui fanno parte: Australia, Austria, Belgio, Canada, Corea, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Islanda, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Messico, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, U.K., Repubblica Slovacca, Spagna, Svezia, Svizzera, U.S.A., Turchia, Ungheria);
- di tasca propria lo studente contribuisce(attraverso le tasse) con circa 2000€;
- lo stato copre circa 5400€;
- il resto è supportato già da finanziamenti privati.

Lo stato con il "decreto" 133/08 toglierà nei prossimi 4 anni 1,5 miliardi di euro all'università (e 8 miliardi di euro alla scuola).
Quindi i soldi necessari per poter permettere agli studenti di studiare saranno chiesti in sostanza integralmente agli studenti stessi (che ovviamente non potranno sostenere la spesa) e (di nuovo) ai privati.
Peccato che, già adesso, i privati "mettendo i soldi nell'istruzione" vorrebbero assumere poteri decisionali in essa entrando nei consigli. Fin ora non ci erano ancora riusciti, ma con questo decreto la loro forza aumenterà notevolmente!
E questo senza considerare il pdl 953 menzionato in questo articolo!
Con esso praticamente si darebbe il via libera agli istituti e alle facoltà di "vendersi" al migliore offerente con la garanzia di "fare tutto ciò che il finanziatore chiede". Infatti se anche gli esterni potranno entrare nei consigli di facoltà, in essi potranno guidare le decisioni verso i propri interessi.
Spero di non dover spiegare a gente con tanti più anni di me cosa vuol dire mettere nelle mani di un privato cose ad alto potenziale innovativo come la ricerca e l'istruzione!
Sia chiaro: io non condanno le industrie private perchè cercano di perseguire i propri interessi, ma critico chi serve loro su un piatto d'argento le istituzioni pubbliche.
Soprattutto considerando l'art. 33 della costituzione italiana che sancisce: "L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento". (La gestione privata dell'arte e della scienza a me non pare una gestione libera)

Punto secondo. Vorrei ricordare che ll’Italia ha firmato l’Agenda di Lisbona 2000 dell’Unione Europea, nella quale gli Stati membri si impegnavano ad innalzare i loro investimenti in Ricerca e Sviluppo al 3% del Prodotto Interno Lordo. L’Italia, membro del G8, ha una delle spese per Ricerca e Sviluppo più basse del gruppo (a stento l’1,1%, meno di metà di Paesi comparabili come Francia e Germania).

Punto terzo. Con questo pdl 953 saranno anche stabiliti dei buoni criteri per distribuire i fondi statali. Ma in assenza di fondi statali spiegatemi cosa si distribuisce!

Punto quarto. E' vero che non è obbligatorio che le università si trasformino in fondazioni. Ma basta usare un po' di logica per capire che: anche se non obbligo nessuno a vendersi, se gli tolgo il salvadanaio lui sarà costretto a vendersi!

Punto quinto. Vorrei conoscere i criteri di valutazione degli insegnanti... Sono in base al merito o all'anzianità?
No, perchè leggendo i livelli sembra che il criterio sia il secondo... e per quanto sia d'accordo nell'aumento progressivo degli stipendi con l'età, questo modalità non evidenzia la bravura me solo gli anni di servizio...

Ci sarebbero tanti e tanti altri punti da considerare, ma siccome nell'articolo non sono stati citati eviterò di dilungarmi anch'io.

Per chi avesse voglia di saperne di può su cosa davvero ci succederà rimando ad una lettura critica dei decrerti.
Per chi ancora vuole sapere cosa si pensa all'estero di queste "manovere", rimando ad una articolo di Nature: http://dica133.wordpress.com/2008/10/17/nature-denuncia-gli-interventi-d...

Buona lettura!!!
Valentina

2
Molto interessante, fatte

Inserito da ceccus il 30 Ottobre 2008 - 4:02am

Molto interessante, fatte salve le dovute garanzie perché nelle Regioni "rosse" il tutto non sia regolato da leggi fatte ad hoc per conservare l'egemonia - non popolare - delle amministrazioni di sinistra (leggi PD, ex-PDS, ex-PCI). Agnosco gallinaceos meos!

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