tempi.interni Mercoledì 17 Marzo 2010 
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Il quadro clinico

Niente medici strapagati, né operazioni spericolate. Il dottor Brega Massone? «Non lavora più qui da un anno». Tempi è entrato nelle corsie della Santa Rita. Dove nessun pm ha mai messo piede

di Luigi Amicone e Chiara Sirianni
«Lo so che mi definiva un “mastino”. Ma a parte quell’sms che mi riguarda e che non capisco proprio come sia finito sui giornali, beh adesso voglio dire chiaramente che da anestesista ho assistito a diversi interventi di Brega Massone, ma non ho mai avuto motivi per pensare  che fosse un cattivo chirurgo. Anzi. Forse un po’ aggressivo. Ma un cattivo chirurgo, men che meno un “macellaio” come ho letto sui giornali non l’ho detto né l’ho mai pensato». Così parla a Tempi la dottoressa Piera Mascetti, anestesista. È lei la persona indicata come una delle “accusatrici” dei metodi del primario di chirurgia toracica della clinica Santa Rita. Parlava di lei Brega Massone quando a un collega diceva, via sms: «Toglimi dai coglioni questo mastino».
Brega Massone è il mostro che ci voleva in un’inchiesta come questa. Intendiamoci: pasticci, in quel maledetto reparto di chirurgia toracica, ce ne devono essere stati. Lo dimostrerebbe una relazione della Asl del settembre 2007, a seguito della quale il primario di reparto, Pier Paolo Brega Massone appunto, è stato licenziato dalla Santa Rita (a proposito, come mai la magistratura, che era stata informata dalla Asl – la relazione depositata in Procura riporta la data del 29 settembre 2007 – dei fatti riguardanti Brega Massone, non è intervenuta tempestivamente? Come mai, dopo una settimana dal licenziamento, il chirurgo era stato assunto in un’altra clinica e nessun magistrato è intervenuto per fermare il presunto “macellaio”?).
Ma di qui a ipotizzare il killer seriale, ce ne vuole. E infatti questa ipotesi di reato è decaduta nella sentenza del Tribunale del riesame. Ma ce ne vuole anche di qui a tratteggiare un’associazione a delinquere tra i medici e gli operatori di un intero ospedale. Ci voleva certo qualche prudenza investigativa. Niente da fare. Sembra proprio che bisognasse entrarci con l’ascia alla Santa Rita. Ora, visto che nessuno di loro è stato sentito dai magistrati; visto che non sta bene prendere per oro colato le accuse e le intercettazioni, dopo il sopralluogo della scorsa settimana (Tempi del 26 giugno), ci siamo presi la briga di tornare sul luogo del delitto. Alla clinica Santa Rita abbiamo interrogato medici, infermieri, personale sanitario, che ci hanno accolto con calore e stupore.
Anzitutto. Dopo attenta lettura dell’Ordinanza con cui la dottoressa Micaela Serena Curami ha autorizzato – sulla base dell’inchiesta Santa Rita di cui sono titolari i pm Pradella e Siciliano – gli arresti in carcere e ai domiciliari per tredici persone, tra medici e personale della casa di cura, ci ha incuriosito il fatto che alcune deduzioni del Gip e diverse intercettazioni lette nell’Ordinanza risultino a dir poco bizzarre, un po’ troppo decontestualizzate e, in qualche caso, addirittura errate. Tipo la seguente indignata affermazione del Gip sul notaio Pipitone: «Il notaio Pipitone agisce quindi all’interno della Casa di Cura come il “padrone” della stessa…». In effetti il notaio Pipitone è a tutti gli effetti il proprietario della Santa Rita. Perché indignarsi allora? Sempre secondo il Gip «i criteri cui il notaio Pipitone si attiene per la scelta dei responsabili di équipe emergono con inquietante chiarezza da una conversazione intercettata in data 18 luglio 2007 tra Galasso Arabella e tale Clara». Segue intercettazione in cui il passo topico sarebbe quello in cui la Galasso afferma «… quindi adesso questa cosa vuol dire che Pipitone prendeva i più delinquenti del mondo che gli faranno guadagnare i miliardi nel calcolo delle probabilità… ormai il mondo è marcio». Clara: «È proprio vero, è tutto uno schifo». Domanda: dove sta in queste parole l’“inquietante chiarezza”? E perché, nell’ambito della stessa intercettazione, non è stata valorizzata e segnalata alla stampa la frase della Galasso che dice: «Quindi se adesso c’è un controllo sulle cartelle, se fino ad oggi (18 luglio 2007, ndr) c’è stato il vicedirettore sanitario (attualmente agli arresti, ndr) che passava le cartelle una ad una e ti chiamava se i Drg erano pompati e te li faceva rifare, adesso lui gli toglierà quella mansione perché tanto “a me che cazzo me ne frega, se il medico sbaglia…paga lui”»? Questa frase potrebbe far sospettare tutto il contrario delle ipotesi adombrate nell’Ordinanza. Ovvero che anche chi andava dicendo al telefono che «ormai il mondo è marcio», ammetteva che alla Santa Rita non c’era un disegno criminale, anzi, c’erano controlli severi sui Drg. Non solo. «La strategia aziendale della clinica Santa Rita appare improntata al solo profitto, a scapito della salute dei pazienti». È questo il commento tranchant del Gip a due intercettazioni, occhio alle date, del 9 e del 18 ottobre 2007, di conversazioni del chirurgo Brega Massone. Il chirurgo dei presunti omicidi volontari, quello che viene licenziato nel settembre 2007 dalla Clinica Santa Rita, quello che appare carico di paura, di disperazione e di rancore nelle intercettazioni che iniziano dopo il suo licenziamento dalla Santa Rita (e che ne sappiamo noi che Brega Massone non dicesse certe cose al telefono sapendo di essere intercettato?).
Ma proseguiamo. «Si cita, a titolo esemplificativo dello scarso interesse mostrato nei confronti del paziente – scrive il Gip – una conversazione in cui il dottor Scarponi, parlando con Stefania, afferma di potere inserire ad un malato protesi non sterili; l’argomentare del dottor Scarponi lascia veramente sbalorditi…». Il problema è: conosce il Gip ciò di cui sta parlando o è stata tratta in inganno proprio da un’intercettazione in cui il gergo non corrisponde alla realtà clinica? La seconda ipotesi è più probabile. Solo che lo stesso Gip avrebbe potuto avere qualche dubbio. Perché nella stessa intercettazione il dottor Scarponi spiega al suo assistente la ragione per cui un certo chiodo può essere riusato previa risterilizzazione. «Perché si deve opporre (alla risterilizzazione, ndr) – dice al telefono Scarponi – è come una pinza chirurgica (che viene risterilizzata e riutilizzata, non comperata nuova per ogni nuovo intervento, ndr). No. Dell’intercettazione il Gip commenta sgomento solo la parte in cui Scarponi, primario della divisione ortopedica, viene informato dalla collega Stefania: «Venerdì scorso è stato aperto erroneamente un chiodo... una lateralità di chiodo sbagliato sinistro al posto del destro (...)». Il dottor Scarponi: «Eh lo rimpiantiamo Stefania... Mica lo butterà via, sei matta? Senti, io se vuoi sotto la mia responsabilità lo reimpianto subito in qualsiasi malato».

Sui giornali sono tutti colpevoli
Spiegano i medici incontrati da Tempi alla Santa Rita: «Un momento: non si sta parlando di un chiodo usato, sporcato e poi riciclato. Si tratta di una prassi presente in ogni ospedale del mondo per cui tutto il materiale implantabile non utilizzato viene risterilizzato e reimpiantato, alla prima occasione: nella fattispecie qui si tratta di un chiodo in titanio (costo: 455 euro più Iva, come recitano diligentemente gli atti giudiziari)». In altre parole: qualcuno ha aperto la scatola sbagliata e verificato che il chiodo era di dimensione sbagliata, ne ha preso un altro. Fine della storia. Ma sui giornali l’episodio diviene esempio di bassa macelleria.
Dunque, eccoci alla Santa Rita, a conversazione con una trentina tra medici, infermieri, personale sanitario, solitari inquilini di una clinica ormai quasi completamente vuota. Tra gli altri sono presenti il dottor Francesco dell’Aglio, urologia; il dottor Marcello Rosa, cardiologia; il dottor Michele Crespi, chirurgia generale; il dottor Paolo Beretta, endoscopia digestiva, la dottoressa Piera Mascetti, anestesia e rianimazione; il dottor Glavina Fabio, cardiologia; i dottori Pastore Antonio, Pellegrino Riccardo e Zorzan Gianmarco, del reparto di chirurgia vascolare. Come nella storia del chiodo, medesimo trattamento di stravolgimento hanno su-
bìto le dichiarazioni di Marcello Rosa, da dieci anni cardiologo alla Santa Rita, nonché primo medico della clinica ad esporsi al massacro mediatico. È lunedì mattina, 10 giugno, giorno dello scandalo: fuori dalla Santa Rita una signora sta parlando male della clinica, il dottore interviene e viene coinvolto nella discussione. Scatta l’intervista. I colleghi ora scherzano, lo chiamano affettuosamente “il nostro agente 007”. Il dottor Rosa spiega a Tempi: «Ero là fuori. I giornalisti mi hanno chiesto: “Ma voi sapevate?” Io ho risposto che no, non sapevamo, purtroppo. L’indomani il loro titolo è stato: “Tutti sapevano”. Una settimana dopo, Oggi riporta una sua foto con didascalia che recita: “Uno dei dottori che ha svelato il retroscena”. Ha parlato con i pm? «Assolutamente no. Hanno scritto che sto aiutando gli inquirenti nelle loro indagini, ma non so nemmeno che faccia abbiano! A differenza di quelli che hanno stravolto il senso del mio discorso, questi non si sono nemmeno preoccupati di parlarmi».
Le intercettazioni degli atti giudiziari, una volta estrapolate, tagliuzzate ad hoc per risultare più incisive e appetibili per i giornali, perdono del tutto il loro significato originario. Prendiamo a esempio uno degli scambi di battute che hanno fatto gridare alla macelleria. È il 30 luglio 2007. U: «Loro dicono: “tu non è che devi dimetterla, devi tenerla in acuto e moriva in acuto e il Drg che ti prendevi era quello dell’acuto”». I: «Ma anche...». U: «Riportandola in riabilitazione chiudi l’acuto e in più ti intaschi quattrocento euro dei quattro giorni che ha fatto in riabilitazione».
Sembrerebbe un’ammissione di colpevolezza a chiare lettere. Sembrerebbe: se non fosse che dal colloquio intercettato sono state eliminate le parti fondamentali, stravolgendo totalmente il senso del dialogo, come facilmente si può evincere dalla lettura degli atti. Spiegano i medici della Santa Rita: «La telefonata è relativa al reparto di Cardiologia, dal quale furono sequestrate quattro cartelle di riabilitazione, appartenenti a pazienti deceduti, tutti molto anziani. Il primario (che è in ferie) chiama il dottor Michele Bianchi per chiedergli cosa delle cartelle cliniche sia esattamente oggetto di contestazione e riceve la risposta di cui sopra, letta su tutti i giornali. Il colloquio fra i due però prosegue, ed immediata giunge la replica del primario: “non è possibile (che ci contestino questo) visto che da noi nessuno ha la percentuale sui Drg”». I medici dell’Unità Operativa di Chirurgia Generale e Chirurgia d’Urgenza, difatti, lavorano con contratti di tipo libero professionale o con contratti di assunzione secondo norme Aiop (Associazione Italiana Ospedalità Privata), ma in entrambi i casi con stipendi mensili fissi regolati da contratto non vincolato al numero e all’ammontare dei rimborsi per ogni prestazione effettuata. In linea generale, i passaggi all’area riabilitativa sono previsti (nell’area chirurgica come nell’area medica) sebbene non in automatico, per una certa tipologia di malati: solitamente anziani, che quindi spesso presentano altre patologie croniche per cui si sceglie di appoggiarli all’area riabilitativa, liberando in questo modo posti letto nel reparto acuti. Nella fattispecie, secondo i dati ufficiali forniti dal Pronto soccorso (che dal 2007 è diventato un Dea, Dipartimento di Emergenza e Accettazione, ufficialmente inserito nel novero delle strutture coordinate dal 118) nel 2007 alla Santa Rita sono stati trattati con successo oltre 170 casi di infarto cardiaco acuto. Come? Grazie alla cooperazione con il 118 è stato istituito un servizio di rapido accesso giornaliero, chiamato “Fast track” che consente al paziente colpito da infarto (tramite l’invio telematico dei dati e dell’elettrocardiogramma dal domicilio), di fare rapida diagnosi, scavalcando l’accesso al pronto soccorso e portando il paziente direttamente in sala operatoria per disostruire il prima possibile l’arteria responsabile dell’infarto riducendo l’estensione del danno cardiaco, il tutto in tempi tecnici che sono tra i più bassi di tutta Milano. Nell’inchiesta tsunami queste realtà non sembrano nemmeno essere state sfiorate.

Sfatiamo i (falsi) miti
E gli stipendi gonfiati? Spiega il dottor Dell’Aglio: «Io parlo per me: vengo pagato 30 euro lordi l’ora. Quando faccio il tagliando alla macchina pago 64 euro l’ora il meccanico. Non mi sembro strapagato. Poi siccome qui si lavora tanto e gli straordinari vengono retribuiti il totale è alto: ma bisogna considerare il numero di ore. Io l’anno scorso ho superato le 3.200». E le operazioni superflue, sulla pelle dei pazienti? «Tutte le operazioni vengono fatte su richiesta del medico di base: per subire un’operazione, o per acquistare un farmaco, serve un’impegnativa, e noi non possediamo il ricettario in quanto sistema privato accreditato. Ci limitiamo quindi a visitare il malato e a consigliare un certo tipo di procedura: poi il paziente va dal medico di base, che compila il tariffario, e quando ha il bollino rosso della Regione lo possiamo mettere in nota d’attesa. Come avremmo potuto fare interventi inutili, o sovraccaricare gli interventi per guadagnarci?». «Il concetto che vogliono far passare è che noi siamo una sorta di cosca, dove tutti ci spartiamo il bottino». Il dottor Beretta, endoscopia, va al sodo. «Se mai ci guadagnava, ci guadagnava da solo». Cenni d’assenso degli altri: «Avremmo rischiato la galera per fare un piacere a lui? La clinica fatturava annualmente più di settanta milioni di euro; la Finanza ne ha sequestrati due milioni e mezzo, che sono per legge pari al doppio dell’importo ipotetico frodato: si parla del 1,7 per cento del fatturato, che al massimo si può trasformare nello 0,3 per cento in più di utile per la clinica. Sarebbe assurdo». I Drg della Santa Rita sembrano in linea generale essere sovrapponibili a quelli applicati per gli stessi interventi negli ospedali pubblici della Lombardia e d’Italia, come suggeriscono ad esempio gli interventi di Hifu per cui è indagato il dottor Vercesi, responsabile di una delle due équipe di Urologia. Tempi ha telefonato all’ospedale pubblico Sant’Anna di Como, divisione urologia. Ci hanno confermato che usano gli stessi codici Hifu per i quali risulta indagato il dottor Vercesi. Incredibile. Ma visto come funziona la giustizia italiana, non sarebbe neanche una grossa novità, visto che per le famigerate valvole cardiache brasiliane a Padova hanno condannato a più di sei anni di carcere il primario di cardiochirurgia Dino Casarotto, mentre a Torino, per le stesse valvole, lo scorso anno hanno assolto il primario Michele Di Summa.

 

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