tempi.interni Giovedì 11 Marzo 2010 
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La clinica degli errori

L’hanno presentata come un «lager». Hanno scritto di «bisturi assassini» e di fallimentari modelli sanitari. Eppure i suoi pazienti tornerebbero tutti a farsi ricoverare lì. Alla Santa Rita di Milano

di Chiara Sirianni

«Signorina, ci fa una firma?». Via Jommelli, nove del mattino, clinica Santa Rita di Milano. È la “clinica degli orrori”, quella delle “truffe” e dei “bisturi assassini”. La clinica archetipo del malaffare privato italiano. Quella, stando alla rappresentazione che giornali e tv ne hanno dato, dei medici che facevano i soldi sulla pelle dei pazienti. Quella, come ha affermato più d’uno, esempio lampante che la “sanità modello” della regione di Roberto Formigoni è solo un covo di serpi e di gente senza scrupoli. Eppure, ancor oggi, cinque donne di mezza età, attorno a tre tavoli, un cestino di caramelle e una pila di moduli compilati, sono appena fuori dall’ingresso per sensibilizzare i passanti che la Santa Rita non è quel «lager» di cui si è parlato sui quotidiani. «Scusi, una firma per tenere aperta la clinica». Sono in molti ad apporre il proprio nome sui moduli. La struttura è chiusa da quando è stato sospeso l’accreditamento con il Sistema sanitario nazionale, si lavora solo in regime privatistico, e sono tanti i dipendenti che, all’esterno del poliambulatorio e del dipartimento di emergenza e accettazione, sfidano il caldo per ricordare a tutti che la realtà non ha solo il ghigno cagnesco dipinto dai mass media.
Chi firma? «Passanti, amici, conoscenti. Gente del quartiere che vuole che la struttura torni ad essere agibile in poco tempo», dicono le signore. La più preoccupata è Cecilia, argentina, 34 anni: «Io faccio le pulizie, e lo stipendio mi è arrivato. Sono fortunata. Ho cinque figli, questo lavoro mi serve». Chi si ferma promette che manderà amici e vicini. E non lo fa solo come dimostrazione di solidarietà per chi rischia di rimetterci il lavoro. «Io firmo perché è giusto. Sei mesi fa si è operata qui mia figlia, non poteva avere bambini. Adesso ha un bel pargolo, Alessandro», assicura un passante. Una signora bionda dall’aspetto perbene va al sodo: «Ma quali orrori. Mi hanno trattata benissimo, tutti quanti. E so quel che conta: ora sto bene. Mi si era spostata una vertebra, avevo la schiena bloccata, mi hanno operata proprio qui», dice indicando con la mano il punto dell’intervento. «Ora mi muovo come una ventenne, anche se di anni ne ho settanta». All’ingresso c’è qualche paziente in attesa, cartelle alla mano. Due dottoresse senza camice, anche loro in sala d’aspetto, s’annoiano come due cittadine qualunque in attesa di un responso medico: «Sembra di essere al cinema, qui sedute a far niente», sbuffano.
Di gente, in giro, poca. «I pazienti sono sempre meno – bisbiglia un’infermiera – e i pochi degenti rimasti vengono indirizzati verso altre strutture». Alcuni vogliono rimanere a tutti i costi. «Si sono affezionati, e questo mi consola», prosegue. «Per colpa di un delinquente e di tre o quattro suoi tirapiedi, ci siamo andati di mezzo tutti, in termini di occupazione e, soprattutto, di credibilità. Ma in questa clinica ci sono infermieri seri, che svolgono le loro mansioni con professionalità. Abbiamo molti medici specialistici validi. È una bel posto, pulito e funzionale. Tutto questo accanimento non ce lo meritiamo proprio». Possibile? Possibile che nessuno si sia accorto di essere in un “lager”? «Ripeto, era un problema relativo solo alla chirurgia toracica, ai casi di polmonite, soprattutto. E noi siamo pur sempre infermieri, mica puntiamo il dito verso un medico specializzato. Chi poteva immaginare?». E lo stipendio? «Speriamo». Perché restate? «Per i pazienti, per chi altro?».

Lesioni gravissime, ma non è omicidio
I giudici del Tribunale del riesame di Milano hanno scritto in una lunga ordinanza che Pierpaolo Brega Massone, l’ex primario di chirurgia toracica, deve rimanere in carcere, ma solo per i reati di lesioni gravissime e truffa ai danni del Servizio sanitario nazionale, non per i cinque episodi di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. Si è stabilito che «al più, gli interventi eseguiti sono stati una causa probabile dell’accelerazione del definitivo deterioramento delle condizioni fisiche dei pazienti», ma non può essere affermato con certezza che siano stati tali interventi a provocare le morti. Non risulta un nesso di causalità diretto per i cinque decessi e l’operato (comunque censurabile) del primario. Su tali vicende sarà ora il tempo a dire una parola definitiva. Quel che è certo è che, prima dello scandalo, la clinica era considerata un buon ospedale. Le commissioni preposte al controllo hanno verificato che alla Santa Rita si lavorava bene. Lo conferma una delle signore che all’esterno raccoglie le firme: «Mio marito deve la vita alle persone che lavorano qui dentro. Era stato ricoverato in un altro ospedale di Milano, ma ci avevano detto che non sarebbe guarito. Poi è venuto a curarsi qui e ora sta benissimo. Per questo, oggi, aiuto a sensibilizzare i passanti. Anzi, sarebbe un’ottima cosa mandare a casa dei pazienti un bel questionario e chiedere: come siete stati curati alla Santa Rita? I risultati sarebbero molto diversi da quelli che si sono letti sulle pagine dei quotidiani di queste settimane. I problemi ci sono stati, certo, ma il lavoro dei medici e dei dipendenti della Santa Rita ha fatto del bene a moltissime persone. Non è giusto che un’intera struttura sia infangata in questo modo. La clinica è sempre pulitissima, il personale ottimale, attento alle esigenze del singolo malato».
I dipendenti sembrano uniti nel voler creare le basi per un cambiamento strutturale complessivo, che non riguardi solo i vertici. Hanno da poco creato un comitato di crisi, per far fronte ai problemi interni e rimanere in stretto contatto con Regione e sindacato. Ora tutti attendono il nuovo amministratore, l’avvocato Luigi Colombo, e confidano ancora nel buon agire del presidente della Regione, Roberto Formigoni, «che almeno lui sistemi le cose». Prosegue la raccolta: «Signore, me la mette una firma?». «Ma certo, – risponde il passante – io al Santa Rita mi farei curare anche domani mattina».


 

Sopra, alcuni titoli di quotidiani e settimanali italiani che hanno molto insistito nel presentare la Santa Rita come la «clinica degli orrori»

 

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