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Insegnanti, in 40 mila non vanno in classe? «È vergognoso. Ma legale»

marzo 14, 2012 Carlo Candiani

Intervista a Fabrizio Foschi (Diesse): «Il capo dipartimento del ministero dell’Istruzione Lucrezia Stellacci avrà anche ragione, ma dovrebbe dirci dove sono distribuiti i 41.503 docenti. Nel 2008 anche il ministro Gelmini lanciò l’allarme, ma erano solo 700».

«In Italia quarantamila insegnanti non vanno in classe». Il Corriere della Sera di lunedì 12 marzo pubblica solo a pagina 29 il virgolettato di Lucrezia Stellacci, da qualche settimana capo dipartimento del ministero dell’Istruzione. Libero il giorno dopo porta la dichiarazione in prima pagina. «La notizia sarebbe grave se fosse confermata in tutta la sua consistenza» dichiara a tempi.it Fabrizio Foschi, presidente nazionale dell’associazione di docenti Diesse. «Se si vuole sparare sulla categoria dei docenti, però, bisognerebbe farlo meglio. Non voglio dire che il capo dipartimento Lucrezia Stellacci abbia torto, anzi, ha perfettamente ragione, dovrebbe però far sapere dove sono distribuiti i 41.503 docenti. Nella situazione attuale dove manca in maniera più assoluta, complici i sindacati, uno sviluppo professionale, può accadere che per alcuni di questi la collocazione verso enti o associazioni o ministeri, significhi un passo avanti. Magari hanno vinto un bando, magari sono stati richiesti».

La questione è nuova?
No. Vorrei far osservare che lo stesso argomento venne sollevato dal ministro Gelmini, che nel 2008 decretò il rientro sul posto di lavoro di alcuni tra i settecento docenti che erano sparpagliati indecorosamente e vergognosamente altrove. Erano settecento nel 2008, oggi sono diventati più di quarantamila: qui si gioca troppo con i numeri, vorrei sapere chi sono, dove sono e perchè si trovano lì. Bisogna distinguere tra i mille e passa attribuiti ai sindacati e quelli stanziati presso enti di varia natura che colmano un’assenza di figure professionali.

Tutto a rigor di legge.
Formulata e voluta sotto il governo D’Alema.

Qualche giorno fa si sono bloccate diecimila assunzioni. Può accadere che se dovesse montare la polemica siano a rischio i ventimila abilitati che dovrebbero uscire dal Tfa di giugno?
No, no. Non ci voglio credere, so per certo che il ministero sta programmando i passi attuativi, entro giugno ci sarà la prima prova d’accesso distribuita presso le sedi universitarie. Qui si parla di semplici abilitazioni, non andrebbero a scomodare nessuno.

Allora il reclutamento se lo possono sognare?
I ventimila uscita dal Tfa non potranno pretendere di entrare nelle graduatorie, andando ad incidere sul precariato. Occorrerebbe che dopo l’abilitazione seguisse un concorso, ma tutto è ancora da vedere.

E allora a che cosa serve il Tfa, se già si sa che si dovrà aspettare un ipotetico concorso di incerta attuazione?
Si finge di non sapere che tanti che faranno il Tfa sono già in servizio e questi avranno soddisfazione. È una disfunzione grave dello Stato il fatto che diverse migliaia di insegnanti stiano svolgendo la professione pur non essendo abilitati, perché lo Stato bloccando i concorsi non glielo permette. Quindi il Tfa sarà una regolamentazione ed è chiaro che è impellente scrivere una legge sul reclutamento.

Ritornando all’intervista incriminata, la Stellacci, ammette che «i dipendenti della scuola italiana sono tantissimi», capisce la linea del rigore del ministero dell’Economia, pur non condividendola. E fa la lista di diverse criticità, smontando un po’ di luoghi comuni.
La Stellacci è persona onestissima, espertissima e quindi ha fatto un calcolo. Bisognerebbe andare fino in fondo a questo vero e proprio scandalo, fotografare meglio la situazione.

Ma allora perché il Corriere rinuncia al “botto” e nasconde quasi l’intervista?
Forse si è voluto non mettere in difficoltà la Stellacci, persona squisita, evitandole la responsabilità di avere sollevato il polverone. Non ci vedo una volontà politica, solo una questione di non sbattere “il mostro” in prima pagina. A questo punto dovrebbe intervenire qualcuno di più alto grado: se questo caso deve esplodere, che lo si permetta.

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