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Insegnante, un mestiere ad alto rischio. L’allarme documentato (e inascoltato) di Lodolo D’Oria

luglio 12, 2015 Daniele Guarneri

Intervista al medico che da anni studia quasi in solitaria lo “stress lavoro correlato” dei docenti. I numeri che il ministero e i sindacati non vogliono vedere

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«Lavori o insegni?». È solo una delle tante battute che si fanno per prendere in giro i docenti. Una professione, quella dell’insegnante, che un tempo era riconosciuta e valorizzata. La maestra del paese era quasi una divinità. Oggi no, lo svilimento di questo mestiere sembra non toccare mai il fondo. Gli insegnanti lavorano mezzo dì per cinque giorni la settimana e fanno quasi tre mesi di vacanze all’anno. Se poi sanno farsi voler bene dagli studenti, accompagnano un paio di classi in gita. E via altre due settimane a visitare qualche capitale europea o a sciare in qualche valle italica. Mica male come impiego, chi non vorrebbe per sé qualcosa del genere? È vero, ci sono le lezioni da preparare, i compiti da correggere, i consigli di classe e d’istituto, le ore di ricevimento. Però, a parte i primi due anni in cui tocca imparare il mestiere, dopo le lezioni sono sempre le stesse. Per chi ha studiato bene, basta ripassare, la storia del Novecento è sempre quella. La Divina Commedia non cambia. L’area di un quadrato è sempre lato per lato.

Eppure studi condotti sul campo dimostrano che i docenti, in Italia ma non solo, sono a serio rischio di disturbi psichiatrici, per lo più causati dall’usura psicofisica delle cosiddette “helping profession”. A sostenerlo è il dottor Vittorio Lodolo D’Oria, medico esperto che si occupa di studio e prevenzione dello “stress lavoro correlato” (Slc) degli insegnanti, che aggiunge: «Tra i docenti dichiarati non idonei all’insegnamento a causa della propria salute, l’80 per cento presenta diagnosi psichiatriche e gravi disturbi per lo più di tipo ansioso-depressivo. È una situazione che rischia di esplodere e di cui ci occuperemo seriamente solo dopo che sarà scoppiato qualche caso di cronaca».

Operazione acculturamento
Tempi ha incontrato Lodolo D’Oria dopo averlo avvistato domenica 20 giugno a Roma al “family day” del comitato Difendiamo i nostri figli. Era in piazza San Giovanni con la moglie durante quella giornata di sole e poi d’acqua, di festa e di fatica. Ha voluto essere presente nonostante una neuropatia che dal 1994 lo fa star male e che è stata diagnosticata solo nel 2005. Lodolo D’Oria gira tutta Italia per cercare di sensibilizzare docenti e dirigenti scolastici su un tema che sembra non interessare nessuno. «Questo credo sarà l’ultimo anno che mi reggo sulle mie gambe», dice, «ma quella che io chiamo “operazione acculturamento”, avviata grazie all’apertura della pagina
facebook.com/vittoriolodolo, deve proseguire, e se non riuscirò a raggiungere io le diverse località, comunicherò con le scuole attraverso il web».

Il tema del nostro incontro è la “buona scuola”. Del ddl appena approvato in Senato e che il 7 luglio approderà alla Camera si è scritto e detto parecchio. Si è molto parlato dei 100 mila precari a cui è stato promessa un’assunzione, dei presidi “sceriffi” o del comma 16 del maxiemendamento, quello che aprirebbe alla possibilità dell’insegnamento dell’ideologia gender. Lodolo D’Oria sull’argomento non si tira certo indietro: «La mia convinzione è che ormai ci sia un disegno strategico che serve a disintegrare le due principali agenzie educative: famiglia e scuola. Riguardo alla famiglia, il divorzio breve è solo l’ultimo esempio; quanto alla scuola, che buona davvero non è, con una sola cartuccia si spara su entrambe le agenzie. E la pallottola si chiama ideologia del gender. Mi pare che l’obiettivo sia quello di creare una società di individui senza radici e facilmente indottrinabili».

Da addetto ai lavori, Lodolo D’Oria ha molte critiche da fare alla riforma della scuola di Renzi, ma una prevale – a suo dire – su tutte: «Si è discusso di qualunque cosa, ma nessuno ha pensato alla salute dei docenti». Perché sia così importante questo aspetto è presto detto: «Il “burnout” è caratterizzato da una condizione di affaticamento fisico ed emotivo, un atteggiamento distaccato e apatico nei rapporti, un sentimento di frustrazione e una perdita di controllo dei propri impulsi. Colpisce le persone impiegate nelle cosiddette “helping profession”, le professioni d’aiuto: psicologi, assistenti sociali, medici, psichiatri, insegnanti». E dopo diversi anni di studio, Lodolo D’Oria può tranquillamente sostenere che tra queste categorie, come risulta dalla bibliografia scientifica internazionale, la più a rischio è quella degli insegnanti.

vittorio-lodolo-d-oria-facebookSessanta occhi puntati addosso
«Questo lavoro ha come assoluta e unica peculiarità la tipologia di rapporto con l’utenza: non esiste altra professione dove questo sia così prolungato e insistito. Più ore al giorno, tutti i giorni della settimana, nove mesi l’anno, per cicli di tre o cinque anni». Mettetevi nei panni di un docente che entra in una classe e si trova di fronte una sessantina di occhi che lo fissano e lo studiano, una trentina di ragazzi che impietosamente lo “scannerizzano”, pronti a fargli pagare il primo capello fuori posto. «È una relazione con l’utenza che genera inevitabilmente usura», osserva Lodolo D’Oria. «E l’usura può sfociare in patologia. Aggiungete poi che il rapporto dei docenti con le famiglie non è più quello di una volta. Oggi se bocci un ragazzino i genitori fanno ricorso al Tar. A Palermo, una docente che ha rimproverato uno studente colpevole di aver falsificato la firma dei genitori per una nota presa a scuola, si è vista recapitare a casa una denuncia con la richiesta di 35 mila euro per danni. È di poche settimane fa la notizia che alcune famiglie hanno denunciato una maestra accusandola di abuso su minori: naturalmente è partita la classica campagna di linciaggio sui media, peccato che alla fine lo psicologo che seguiva i ragazzini abbia smontato ogni accusa. Ci sono casi, a volte anche filmati, di docenti presi a calci, insultati e maltrattati dagli alunni».

Dal 1992 a oggi ci sono state cinque riforme previdenziali, spiega lo studioso, «ma nessuno ha effettuato preventivamente controlli sulla salute dei docenti. Gli studi che ho compiuto in questi anni dimostrano l’esistenza di una malattia professionale che non è nemmeno considerata. L’unica causa di servizio che viene riconosciuta è la “disfonia cronica”, ma le patologie psichiatriche colpiscono gli insegnanti cinque volte di più secondo l’ultimo studio pubblicato nel 2012. Ed è anche molto alta l’incidenza delle patologie tumorali, perché allo stato ansioso e depressivo si accompagna un abbassamento delle difese immunitarie che riduce l’azione di controllo sulle cellule cancerose».

Muletti e somari
Eppure il decreto 81/2008 sulla “tutela della salute dei lavoratori” impone di valutare, monitorare e fare prevenzione sullo stress lavoro correlato nelle helping profession. «Carta straccia, nessuno ha mai stanziato un solo euro per prevenzione e formazione. E nessuno ha protestato, sindacati di categoria inclusi. Solamente l’1 per cento delle scuole ha somministrato ai propri docenti un questionario, e questo la dice lunga circa il menefreghismo sul problema. Le dirò di più, spesso il questionario utilizzato è generico e quindi totalmente inadatto per i professori: alcune domande vertono sull’uso del muletto. Ma quale muletto? Al massimo i docenti hanno a che fare con dei somari. Per non parlare dei quesiti riguardanti le turnazioni notturne. Niente di serio, insomma. I dirigenti scolastici non sono stati formati in merito alle loro incombenze medico-legali e oggi ignorano le norme della prevenzione della salute, è per questo che parlo di “operazione di acculturamento”. Occorre riconoscere che c’è un problema, imparare quali sono le cause e gli effetti e infine affrontarlo con una adeguata formazione e informazione».

prevalenza-patologie-insegnanti

Tra le helping profession, quella degli insegnanti è la categoria con una maggiore presenza femminile e dove contemporaneamente le donne sono più a rischio. Non sono tutelate, hanno una età media che si avvicina ai 50 anni, la maggior parte è in menopausa e questo le espone 5 volte di più al rischio depressivo rispetto a quando erano in età fertile. Non solo. «In uno degli ultimi studi su 800 insegnanti che abbiamo visitato nei collegi medici, 700 erano donne. In generale la differenza di sesso incide sulla possibilità di avere disturbi dell’umore. Le donne, per questioni meramente ormonali legate al ciclo della fertilità, sono esposte 2,5 volte di più rispetto agli uomini e pensavamo che i risultati avrebbero rispecchiato questo dato. Invece no: la professione dell’insegnante è così usurante che abbatte, fino ad annullarle completamente, le differenze di sesso».

E il ministero temporeggia
Sono tre, secondo Lodolo D’Oria, le dimensioni che comportano questa usura psicofisica: «La professione, la vita relazionale extra professionale e l’anamnesi familiare, cioè il corredo genetico personale anche detto “eredofamiliarità”. È fondamentale che ognuno impari ad autovalutarsi sapendo a quale livello di rischio è esposto. A livello genetico non si può fare nulla, ma sulle altre due dimensioni si può lavorare. La situazione è decisamente esplosiva. Dove sono tutti i movimenti femministi che lottano per il bene della donna? E il ministero dell’Istruzione? Sa cosa mi ha detto durante un incontro pubblico il ministro Giannini? Che del problema non se ne può occupare il Miur in “ieratica solitudine”, perché si devono coinvolgere anche i ministri del Lavoro e della Salute. A sei mesi da questo proclama, non solo i due suddetti dicasteri non sono stati interpellati, ma il ddl sulla “buona” scuola non sfiora nemmeno il problema della salute dei docenti.

La situazione all’estero non è migliore per gli insegnanti, ma qualcosa si sta facendo. «In Francia una ricerca del 2005 ha dimostrato che, tra le categorie professionali, quella dei docenti risulta essere la più esposta al rischio suicidario. Gli stessi dati, nel 2009, sono stati confermati dalla Gran Bretagna. In Francia, in seguito alle evidenze emerse, i docenti oltre al medico di famiglia hanno a disposizione anche uno psichiatra di base. Nei paesi nordici, con l’aumentare dell’anzianità di servizio, si sceglie di impiegare il professore in modo diverso, ad esempio in ruoli amministrativi, diminuendo così le ore di docenza frontale. In questo modo si tiene conto dell’usura causata dal rapporto insegnante-studente: è questo che alla lunga destabilizza».

L’autocensura dei sindacati
E i sindacati di categoria? «Sono impietoso: rifuggono totalmente dalla questione, svicolando dal problema della salute dei loro iscritti. Da più di dieci anni cerco di sensibilizzarli. Sa cosa mi dicono? “Gli insegnanti sono sommersi dagli stereotipi. Se andiamo a dire che rischiano di diventare pazzi a fare questo lavoro, ci prenderanno davvero per folli, oltre che fannulloni”. Si fanno zittire dagli stereotipi. Di conseguenza il Miur non stanzia i fondi per la prevenzione, non riconosce le patologie professionali dei docenti e non effettua controlli sui dirigenti che sono tenuti ad applicare (senza soldi) le misure di prevenzione previste dal dl 81, che resta lettera morta. Questa è la situazione odierna. Io chiedo solo di essere smentito dalle istituzioni e dai sindacati».

Letti questi dati è molto semplice scardinare lo stereotipo del docente fannullone. Immaginatevi per un momento insegnanti e provate, ad esempio, a far fare i compiti ai vostri figli. Fatelo ora che ci sono le vacanze e li vedete più ore al giorno, tutti i giorni, per i prossimi due mesi. Quante volte, alla fine, avrete perso la pazienza? Ecco, adesso pensate se invece di uno, due, tre o anche quattro figli, davanti a voi ci fossero trenta ragazzini scalmanati che di studiare proprio non hanno voglia. Non resta che fare i migliori auguri di buone vacanze agli insegnanti, non si può proprio dire che non se le siano meritate.


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1 Commenti

  1. SUSANNA ROLLI scrive:

    Lo sappiamo che ci sono mestieri che più che mestieri sono “vocazioni” e sono quelli con cui ci si rapporta particolarmente col prossimo; il mestiere di medico, di infermiera, di insegnante, pure di sacerdote, di religioso -per così dire…Ma possiamo metterci anche gli addetti ai vari sportelli di servizi sociali -dove si è a contatto col pubblico quotidianamente per ore intere…Siete ne mio cuore!! Diciamo che per queste categorie sempre più a rischio esaurimento nervoso -consentitemelo- occorre una buona dose maggiorata di comunione con Dio: aiuta tantissimo!! E ciò dovrebbe essere tenuto in considerazione maggiormente non sola da certe categorie di persone, ma da tutte le persone…:”consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto..”.

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