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L’innocenza di Alex Schwazer

maggio 10, 2017 Emanuele Boffi

Dopo la squalifica per doping, il marciatore italiano chiede giustizia e accusa il mondo dell’atletica. «Se sarà inutile per la carriera, almeno mi restituirà l’onore»

 Schwazer

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Alex Schwazer ha sempre marciato su terre di confine. È una questione intrinseca ai dati biografici e al suo temperamento che quei dati hanno modellato. Lui è quello che si potrebbe definire un innocente dostoevskiano, un puro al limite dell’ingenuità che, anche quando sbaglia, non riesce a farlo senza un’epifania dei segreti dell’anima. È raro trovare caratteri simili e forse, sebbene nessuna scienza possa darne conferma, è un’indole che ha mutuato qualcosa dal luogo e dalla data in cui Dio l’ha fatto capitare in Terra. Alex è nato a Vipiteno, a due passi dal confine, in un luogo che è ancora Italia ma già Austria, non esattamente un posto, ma più propriamente una linea che corre tra due mondi diversi e tra loro respingenti. Ed è venuto alla luce il 26 dicembre 1984, in una data che segna l’intermezzo temporale tra la Nascita e la Fine dell’anno. Anche qui, un tempo di confine tra un inizio e una fine, un bordo, un limite che chissà come è diventato un suggerimento per il destino.

Perché tutta la storia di Alex Schwazer è questo: il continuo oscillare tra un’alfa e un’omega, tra una partenza e un arrivo. Non avesse questa indole incapace di compromessi, inadatta a non esser altro che trasparente e cristallina, non sarebbe il campione che è. Certo, gli allenamenti. Certo, il talento. Ma fosse solo questo, sai quanti campioni avremmo. Invece ne nasce uno ogni venti, trent’anni, capace di fare quello per cui tanti s’arrabattano invano. È l’innocenza che gli scorre nel sangue il suo vero doping, quello che fatalmente lo ha sempre costretto a essere diverso dagli altri, nel bene e nel male. È qualcosa che ha a che fare con la colpa e l’onestà in maniera molto diversa da come solitamente le si intende. Qui a Calice, frazione di Racines, a due passi dal Brennero, dove abita e cerca per l’ennesima volta di ricominciare, seduto su una panca davanti alla legnaia paterna, confida l’unica frase che meriterebbe di essere virgolettata in questa intervista: «Io marcio per essere me stesso».

Per raccontare la sua storia non bisogna partire né dall’inizio né dalla fine, ma da uno spartiacque intermedio: la conferenza stampa all’Hotel Four Points Sheraton di Bolzano, l’8 agosto 2012. La sua agente e amica, Giulia Mancini, che non l’ha mai abbandonato e da dieci anni è al suo fianco, se la ricorda bene: «C’erano così tanti giornalisti e tv da tutto il mondo che persino il marciapiede antistante all’hotel era occupato». Tutto fu organizzato in una notte: «Per ogni parola che diceva scattavano centinaia di flash fotografici. Ogni sua lacrima è stata una pugnalata di dolore». Dentro si consuma una delle confessioni sportive più drammatiche mai andate in scena davanti a occhio di telecamera. Qualche giorno prima Alex Schwazer, oro olimpico nella 50 chilometri di marcia a Pechino 2008, enfant prodige della podistica italiana, atleta giovanissimo e veloce come un Achille, fidanzato con la pattinatrice Carolina Kostner, è stato trovato positivo all’antidoping.

Quando si siede davanti a quel plotone d’informazione, viene fuori la natura dostoevskiana di Alex che letteralmente si denuda l’anima in mondovisione, senza sconti, reticenze, quasi con intento autopunitivo. Tra singhiozzi, mani nei capelli, frasi strozzate, parla del suo «grande errore», di «tre anni difficili», di «momento bruttissimo», della «mazzata» di aver scelto di vivere nella menzogna. Racconta di aver fatto tutto da solo, di essere stato in Turchia e di aver comprato l’epo in farmacia per 1.500 euro, di essere tornato e di aver aspettato l’ultimo controllo, il 19 luglio, prima di iniziare le iniezioni notturne. Di aver perso il sonno, la tranquillità, l’equilibrio: «Mi sono alzato alle 2, alle 3, alle 4 del mattino guardando solo l’orologio perché sapevo che dalle 6 in poi poteva venire un controllo antidoping». Quando capita, il 30 luglio, avrebbe potuto sottrarsi. Dire di non essere in casa, fare il furbo. «Ma non ce la facevo più – racconta a Tempi, come riprendendo il filo di una confessione mai finita –, perché, sebbene sapessi che quell’ammissione avrebbe interrotto la mia carriera, quello era anche il passaggio necessario per la mia liberazione. Odiavo correre, ne ero nauseato, non ero più felice, non ero più io. Quel vivere di sotterfugi mi aveva reso un altro. Essere stato scoperto, in fondo, è stato il modo doloroso per restituire me a me stesso».

Tumulato in un guscio
Quel ragazzo che aveva conquistato il bronzo ai Mondiali di Helsinki nel 2005 e a Osaka nel 2007, che era arrivato primo in lacrime sul traguardo olimpico della 50 chilometri di Pechino 2008, che aveva conquistato l’argento nella 20 chilometri agli Europei di Barcellona, dov’era finito? «Non c’era più, aveva perso la felicità di allenarsi, la voglia di spingere più in là i propri limiti. Avevo cambiato allenatore, ero finito in una depressione nerissima, avevo staccato il telefono, mi ero isolato, allontanandomi da tutti. La verità è che se decidi di doparti è perché non vai d’accordo con te stesso. Ma devi essere un uomo di ferro per gestirti con costanza, per evitare i controlli, per scegliere le dosi giuste. Devi essere freddo, calcolatore, non avere altri sentimenti che un’accecante ambizione. Il ciclista Armstrong l’ha fatto per sette anni, io sono crollato dopo due settimane: un idiota totale. Soprattutto perché ho pensato che con una scorciatoia chimica avrei risolto un problema psicologico. Mi ero tumulato in un guscio, non c’ero con la testa. Tant’è vero che, dopato, facevo tempi peggiori di prima».
Con quella confessione, Alex rompe il guscio. Riemerge in lui quel lato del suo carattere che non ammette zone d’ombra.

Cinque giorni dopo, su sua richiesta, si presenta davanti al magistrato e ripete per tre ore e mezza il suo mea culpa. Smette di correre, supera il confine di Stato e si iscrive a un master di Economia a Innsbruck, prova a condurre una vita da eremita. Ha perso le Olimpiadi di Londra dove era tra i favoriti, è stato squalificato per tre anni e sei mesi, gli sponsor l’hanno abbandonato, giornali e mondo dell’atletica l’hanno scaricato. La storia d’amore con Carolina, inevitabilmente, è evaporata.
Ma proprio quando la vicenda sembra essere arrivata a conclusione, Schwazer ritrova se stesso e ricomincia a correre sul confine.

All’omega segue un’alfa, Alex riscopre Alex, e ritrova il gusto di faticare sulle strade tortuose dell’Alto Adige, in mezzo ai boschi, su per salite mozzafiato. «Non so come sia successo. Mi ero curato, era ritornata la serenità e di conseguenza la voglia di riprovarci. Sapevo che sarebbe stata ancora più dura, che avrei dovuto affrontare una competizione che non si limitava alla gara in pista. Avrei avuto tutti contro: l’ambiente dell’atletica, lo scetticismo della gente, i media che prima mi avevano osannato e ora mi avrebbero pedinato pur di farmela pagare». Eppure. Eppure non si può essere altro che se stessi. «Ero disposto a tutto pur di ritrovarmi». È così che ricomincia ad allenarsi, da solo. Si alza la mattina per andare a marciare, di giorno studia e frequenta corsi universitari, la sera lavora in un pub fino a ora tarda. La mattina seguente, di nuovo.

È allora che Schwazer legge un libro di Sandro Donati, allenatore, consulente Wada (World Antidoping Agency), l’uomo che in Italia è l’emblema della lotta alle sostanze proibite. Tipo duro, schietto, senza fronzoli, altro personaggio da Fratelli Karamazov, che è per destino il suo alter ego. Alex è stato isolato dalla comunità atletica per aver fatto uso di doping, Sandro per averlo combattuto. All’inizio, Donati non vuole, gli confida che è stato dopo una sua segnalazione che quel 30 luglio è stato controllato e ammette di non essere convinto che quel ragazzo voglia davvero ricominciare. Gli impone condizioni draconiane, che non riguardano solo e tanto le tabelle d’allenamento, ma soprattutto i controlli antidoping. A quelli d’ordinanza cui si deve sottoporre qualsiasi atleta d’alto livello, Schwazer ne aggiunge altri che paga di tasca propria «e, lo dico sommessamente, sono esami che costano una follia».

Nemmeno la medicina per l’ascesso
Schwazer rinuncia alla cosiddetta finestra oraria e dà la disponibilità agli addetti della Iaaf (International Association of Athletics Federations) ad essere reperibile 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno. Spinto da Donati, inizia una battaglia lancia in resta contro il doping: annuncia la sua intenzione di tornare alle gare, frequenta salotti tv in cui dice apertis verbis che il problema del doping è l’omertà, la paura di fare nomi e cognomi. Lui li fa, denuncia medici, allenatori, Stati («i russi mi dissero: vieni da noi e vincerai tutto»). È una battaglia sanguigna, contro tutto e tutti, persino sfacciata a tratti, come solo le cose platealmente sincere sanno esserlo. Donati e Schwazer si ritrovano assieme a correre su una linea di frontiera mai battuta. Due esuli in patria, due reietti che s’incaponiscono nel voler dimostrare che si può vincere con la sola forza della volontà e che la propria spensierata innocenza è il segno più tangibile della propria lealtà.

Schwazer fa prelievi tutti i giorni. Nella sua furia è persino eccessivo: elimina gli integratori e una notte la trascorre ad urlare per un ascesso pur di non prendere il medicinale che allevia il dolore. Il 2015 è l’anno in cui, per l’ennesima volta, ripercorre contromano la strada che va dall’alfa all’omega. Coi pochi soldi rimasti si trasferisce a Roma in un albergaccio di periferia. Per risparmiare mangia in camera alla sera, mentre di giorno, poiché squalificato, non s’allena nelle strutture della federazione ma lungo il Tevere o in mezzo a parchi tra drogati e rom, riempiendo la borraccia alle fontanelle. Gli abitanti di Montesacro, il quartiere dove spesso va a marciare, lo guardano prima in cagnesco e poi con affetto. Gli anziani, le mamme coi passeggini, i podisti amatoriali iniziano ad affezionarsi a quel ragazzo che cerca una seconda chance e che ha scelto la via più impervia per ottenerla: «Il perdono non è merce a buon mercato, bisogna meritarselo».

La sua squalifica, senza beneficiare di alcuno sconto, anzi aumentata di tre mesi, scade il 29 aprile 2016. L’8 maggio a Roma partecipa alla 50 chilometri di marcia a squadre. Un piazzamento gli consentirebbe di staccare il pass per le Olimpiadi di Rio. Donati riceve strane telefonate in cui lo invitano a far vincere Jared Tallent, medaglia a Londra. Alex, dopo 3 anni e 9 mesi senza gare ufficiali e allenamenti fai da te, marcia in 3 ore e 39 minuti spaccati, secondo miglior risultato stagionale a livello mondiale. Tallent arriva 3’ 36’’ dopo. Schwazer dà un chilometro alla medaglia d’oro delle ultime Olimpiadi, tra gli applausi scroscianti dei vecchietti di Montesacro che prima di tv, esperti e giornalisti si sono accorti che il campione è tornato. Tre settimane dopo, pur senza una preparazione specifica, allo sprint e con soli cinque secondi di ritardo sul bronzo olimpico cinese Whang Zhen, ottiene il secondo posto al Gran Premio Cantones de La Coruña nella marcia 20 chilometri. È la miglior prestazione italiana dell’anno: dopo il pass per la 50 chilometri, Schwazer potrà partecipare anche alla gara su questa distanza. «Correrò a Rio e poi mi ritirerò», dichiara.

«Sono precipitato in un incubo»
È una favola a cui in un baleno è negato l’happy end. Il 22 giugno la Gazzetta dello Sport scrive che Schwazer è risultato positivo a un controllo antidoping effettuato a Racines il 1° gennaio. L’atleta si presenta in conferenza stampa e questa volta la chiacchierata davanti alle telecamere ha un tenore molto diverso rispetto a quattro anni prima. Ma se l’accento è mutato, Alex è lo stesso: non è un’altra persona rispetto a quella di quattro anni prima. È sempre lo stesso carattere che, anche questa volta, si mette a nudo ma andando all’attacco, «senza scusarmi di nulla, stavolta non ho fatto nessun errore». Siamo sempre lì, sul ciglio del burrone, in terre desolate che ancora nessuno ha percorso, tra un nuovo inizio che è diventato rapidamente una nuova fine: «Sono precipitato in un incubo».

Schwazer ricorre al Tas (il tribunale arbitrale dello sport di Losanna), vola a Rio («mi hanno fatto andare in Brasile solo per umiliarmi») in attesa di una sentenza che arriva solo l’11 agosto: otto anni di squalifica. Nell’immaginario collettivo rimarrà la fotografia di un ragazzo seduto al tavolo di un locale, la Casa dos Marujos, accanto all’inseparabile Giulia Mancini. Dal momento del prelievo alla sentenza di sospensione sono passati 190 giorni. Per la marciatrice cinese Liu Wang, regolarmente in gara a Rio, ne sono bastati 37. Per Liu Hong, altra atleta cinese che aveva partecipato alla gara di Roma vincendo la 20 chilometri ma risultando positiva ai controlli, la squalifica è di un mese. A Rio Hong vincerà la medaglia d’oro.

Il prelievo A3959325
È finita? Non ancora. Perché anche stavolta per Alex il traguardo è un nuovo inizio e per comprenderlo occorre narrare la storia del prelievo A3959325, così come ha fatto un bravo giornalista di Sportmediaset, Nando Sanvito, che ha avuto accesso alle carte e ha potuto appurare alcune verità dell’intricata vicenda. Il primo gennaio 2016 un service di Stoccarda che lavora per la Iaaf, guidato dal capo ispettore Dennis Jenkel affiancato dall’ispettore Fabian Hirtinger, si reca a Racines a casa dell’atleta. Sebbene la data sia alquanto inconsueta – quel giorno Schwazer risulterà l’unico atleta al mondo a sottoporsi a un controllo – il marciatore altoatesino consegna le proprie urine ai due ispettori. Quindici giorni prima, a metà dicembre, Schwazer aveva deposto al tribunale di Bolzano contro un medico della Iaaf. In quello stesso giorno la Iaaf aveva programmato il controllo del primo gennaio.

I due ispettori devono portare subito la provetta a Colonia, dove si trova il laboratorio che deve analizzare la sostanza, ma tardano, si fermano a fare colazione, guarda caso il prelievo è avvenuto proprio in giorni di festa quando il laboratorio è chiuso. Così, seconda anomalia, la provetta rimane nelle loro mani per 22 ore. Terza anomalia, la provetta anziché essere contrassegnata con un codice alfanumerico, tale da renderla anonima, riporta due dati: Racines, Italia. A Racines abitano quattrocento persone, ma una sola svolge atletica a livello professionistico. Non è difficile indovinarne la paternità.

Una volta a Colonia, l’urina è analizzata senza trovare tracce di sostanze dopanti. I risultati, come di consueto, sono pubblicati sulla piattaforma Adams, un portale cui hanno accesso tutti gli atleti per verificare i risultati delle proprie analisi. Tre giorni prima che scada il termine ultimo per la distruzione della provetta, Thomas Capdeville, del dipartimento medico e controllo antidoping della Iaaf, dà l’ordine ai medici di Colonia di ricontrollarla con un esame spannometrico. Sanvito ha avuto tra le mani le 96 pagine del report del laboratorio di Colonia e le ha fatte analizzare ad alcuni periti indipendenti, alcuni dello stesso laboratorio di Colonia: non c’è alcun valore che giustificasse un esame di quel tipo.

Eppure la Iaaf ha ordinato l’esame, andando “a botta sicura”, sapendo di trovare irregolarità. E in effetti nella provetta ci sono tracce di metaboliti di testosterone sintetico che, sia detto tra parentesi, sono presenti in percentuali così insignificanti che, comunque, non avrebbero influito sulla prestazione dell’atleta. Schwazer, insomma, sarebbe stato così stupido da doparsi in maniera ininfluente a migliorare la sua gara. «Io penso che in quella provetta ci siano delle sostanze dopanti – spiega Schwazer – ma penso anche che non ci sia solo la mia urina. Ho chiesto l’esame del dna, di modo che, anche se ormai è inutile per la mia carriera ma non per il mio onore, io possa dimostrare la mia innocenza».

Poiché il laboratorio di Colonia non è attrezzato per questo tipo di analisi genetica, esiste un’ordinanza del giudice Walter Pelino del tribunale di Bolzano che impone al laboratorio di Colonia di consegnare la provetta in modo che essa possa essere analizzata dai Ris di Parma. Che si creda o meno all’atleta, l’esame del dna è l’unico modo per dissipare tutti i dubbi. Ma la Iaaf si oppone, la tira per le lunghe, non consegna la provetta che si trova ancora a Colonia. «Siamo disperati per questa situazione assurda», spiega Mancini. «Su idea dell’avvocato Gerhard Brandstaetter abbiamo deciso di mettere una taglia: daremo dei soldi a chi ci porterà informazioni su questa benedetta provetta».

Sotto la suola delle scarpe
In mezzo a una corsa a ostacoli tra tribunali, memorie e carte bollate, Schwazer affronta una nuova fatica e cerca di ricominciare. Ad aiutarlo, e non è un modo di dire, c’è una piccola creatura, Ida, nata il 10 marzo dalla relazione con la sua nuova compagna Kathy («una donna super»), l’affetto dei familiari, una nuova attività professionale che lo impegna e gli dà qualche soddisfazione. «Alleno una ventina di amatori, ho molte richieste, tanto che ad alcuni ho dovuto dire di no. Ho ritrovato un certo equilibrio che lenisce un po’ la rabbia e il sentimento di ingiustizia che provo verso il mondo dell’atletica. Ma oggi sono ancora me stesso quando m’inerpico su queste montagne e metto un metro dopo l’altro sotto la suola delle scarpe. È sempre bello correre su queste terre di confine». 

Foto Ansa

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