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India: contabilità di un massacro

agosto 22, 2011 Stefano Vecchia

Chirurgia genito-urinaria. È questa la nuova arma del “gender-cidio” che sta decimando la popolazione femminile in India. Denunce e reticenze sull’atroce operazione che mutila le bambine per non farle mai diventare donne

Un altro particolare si aggiunge al panorama già drammatico della discriminazione sessuale in India. Un fenomeno che sta dividendo la politica, i mass media, la società civile e persino la Chiesa del grande paese asiatico. A rappresentare “l’ultima frontiera” della preferenza endemica degli indiani per i maschi è ora una modifica radicale dell’apparato genitale attraverso la chirurgia plastica. Pratiche che coinvolgono famiglie e minori provenienti da ogni parte del paese ma che, almeno per quanto si è scoperto finora, hanno come teatro la grande città di Indore, capitale commerciale dello stato centrale dell’India di Madhya Pradesh. Qui, con la compiacenza di strutture ospedaliere e di specialisti senza scrupoli, i genitori avrebbero la possibilità di accedere a pratiche che ritengono meno traumatiche di un aborto o della soppressione della neonata per avere il tanto desiderato figlio maschio.

Da un certo tempo si rincorrevano voci e rapporti su queste pratiche. Tanti elementi raccolti, sistematizzati e integrati da voci e interviste ospitate soprattutto in un’indagine pubblicata il 26 giugno (e finora non smentita) dal prestigioso quotidiano nazionale Hindustan Times. In concomitanza, altri media indiani, gruppi della società civile ed esponenti della cattolicità indiana mettevano in luce non solo il fenomeno, ma soprattutto esprimevano il loro sconcerto e la loro opposizione alla pratica, o meglio a questo abuso della genitoplastica, abitualmente utilizzata per correggere malformazioni dei genitali o in seguito a interventi chirurgici sovente associata a cure ormonali.

Dopo l’emersione del fenomeno, la Commissione nazionale indiana per la protezione dei diritti dei minori (Ncpcr) ha ordinato al governo del Madhya Pradesh di investigare sulla possibilità che 300 bambine tra uno e cinque anni d’età siano state sottoposte alla chirurgia per modificarne il sesso, su richiesta dei genitori disposti a pagare fino all’equivalente di 3.200 dollari per ogni intervento. Del risultato dell’indagine, ancora provvisorio, Tempi ha chiesto al dottor Dinesh Laroia, specialista in pediatria e consulente della Ncpcr. Le notizie di pratiche chirurgiche mirate a modificare l’apparenza sessuale delle femmine a Indore e altrove è scioccante: qual è la sua opinione? «Il termine “chirurgia genito-urinaria” o, come descritto dai media, “genitoplastica” è nella sua accezione più ampia una forma di chirurgia plastica degli organi riproduttivi. La Commissione nazionale per la protezione dei diritti dei bambini, di cui faccio parte, ha delegato un gruppo di esperti (due membri della commissione, un chirurgo pediatrico, un genetista e un avvocato specializzato in questioni medico-legali) di condurre una ricerca approfondita. La conclusione a cui è arrivata è che nei luoghi visitati non ci sono prove di pratiche chirurgiche mirate a modificare l’aspetto sessuale. Posso aggiungere che non è possibile, attraverso pratiche chirurgiche, modificare radicalmente l’apparato sessuale femminile in quello maschile».

La tendenza negazionista
Ulteriori indagini diranno qual è la realtà nelle cliniche di Indore, ma il problema è stato sollevato, nel contesto di una legislazione “a maglie larghe”, soprattutto riguardo a tecniche non ancora riconosciute come rischio sociale. La conferma è venuta proprio da uno dei chirurghi che a Indore praticano la genitoplastica nei casi specificamente ammessi dalla legge, il dottor Brijesh Lahoti: «In India non ci sono problemi per queste operazioni in quanto richiedono solo il consenso dei genitori e una loro dichiarazione», aveva dichiarato all’Hindustan Times, salvo fare marcia indietro poche settimane dopo. Una tendenza negazionista che parte ovviamente dai medici che sarebbero stati coinvolti nella pratica. In maggioranza hanno confessato di avere praticato soltanto «interventi correttivi» su bambine nate con anomalie ai genitali, ma gli attivisti per i diritti civili, in particolare per la difesa della donna, contrattaccano sostenendo che le cartelle cliniche sono state modificate in modo da non fare emergere la reale portata degli interventi.

Come ha dichiarato una coppia di genitori di una bimba di due anni, il figlio nato femmina «quando sarà cresciuto potrà vivere una vita normale, senza alcun ricordo dell’intervento». Un’illusione. Secondo il presidente dell’Accademia indiana dei pediatri, il dottor Goswamy, questi interventi chirurgici possono nei migliori dei casi lasciare in eredità all’adulto impotenza o infertilità. «La genitoplastica è possibile su una bambina o un bambino normali, ma successivamente gli organi tenderanno a non svilupparsi in modo normale per la mancanza di ormoni e questo avrà conseguenze gravi. Quelli di cui siamo ora a conoscenza – ha ammesso Goswamy nella testimonianza al quotidiano The Telegraph di Calcutta – sono casi sconvolgenti, che richiedono da parte nostra indagini e interventi appropriati».
Responsabile di questa situazione non è il caso, ma ragioni socio-culturali che portano a scelte magari dolorose ma ritenute “inevitabili”. Uno studio del 2009 ha rilevato come siano 7 mila di media i feti abortiti ogni giorno nel paese asiatico, con una drammatica preponderanza di quelli femmina. Negli ultimi vent’anni, fino a 10 milioni di bambine non hanno mai visto la luce o sono state eliminate subito dopo la nascita. I dati del censimento 2010, che in questi mesi vengono elaborati e divulgati, mostrano ancora una volta un’India contraddittoria, con ineguaglianze che il progresso sembra approfondire. Tra queste la discriminazione femminile.

Oggi su 1,21 miliardi di abitanti, le donne sono “solo” 586 milioni e mezzo. Il censimento mostra come nella fascia d’età 0-6 anni, il rapporto tra i due sessi sia sceso a 914 femmine ogni 1.000 maschi, riducendosi ulteriormente rispetto al dato del 2001 che mostrava un rapporto 927-1.000, a fronte del dato ritenuto fisiologico di 950 femmine per 1.000 maschi.

Le contraddizioni socio-religiose
Quanto è sincero ed efficace l’impegno delle autorità per garantire le famiglie e i diritti delle bambini di fronte alle diverse forme di sfruttamento e discriminazione? Il dottor Dinesh Laroia non ha dubbi: «Il governo indiano è determinato ad abolire ogni forma di selezione sessuale. La legge del 1972 sull’interruzione della gravidanza, quella del 1994 sulla determinazione del sesso del nascituro e altri provvedimenti legali sono da tempo attuati con il fine di fermare pratiche deleterie. Anche l’aborto selettivo è punito dalla legge. Un contributo importante lo danno le organizzazioni e i gruppi che rendono noti i problemi e si impegnano affinché vengano risolti a vari livelli». Un impegno che si scontra però con regole socio-religiose tradizionali.

Quanto queste influenzano le tendenze discriminatorie a cui si assiste in India? «La società indiana sta cambiando rapidamente, anche rispetto a questi problemi» ricorda con l’ottimismo dell’ufficialità il dottor Laroia. «Le barriere socio-religiose sono gradualmente demolite da una generazione emergente di giovani. Tuttavia l’India è un paese enorme, con differenti tradizioni sociali e religiose, una grande varietà etnica, e occorrerà ancora qualche tempo affinché le nuove tendenze filtrino al livello più popolare».

Una discriminazione sanzionata dalla legge, dunque, ma che interessa in modo sempre più evidente regioni geografiche e settori sociali prima immuni. Inclusa l’area della capitale, quella dove è più sviluppata la coscienza sociale ma che confina con stati federali tra i più colpiti dalla selezione sessuale. Nel 2001, a fronte di 1.000 maschi nati a Delhi, vi erano 886 femmine, oggi scese a 866. In buona sostanza, come sottolinea Ranjana Kumari, responsabile del Centro per le ricerche sociali, tra le istituzioni più attente e attive riguardo alla discriminazione femminile, gli indiani «più sono educati e ricchi e più scelgono di eliminare le loro figlie». In questo contesto, per gli attivisti la genitoplastica applicata alla selezione sessuale è una pratica «che si fa beffe delle donne dell’India». Come sottolinea ancora Ranjana Kumari, «un segno di crescente follia sociale».

La condanna della Chiesa
«Condanniamo con forza, come vescovi indiani, questa pratica orribile, frutto di una mentalità che privilegia il maschio come fonte di profitto e come figlio di maggior valore, mortificando la dignità femminile». Ha usato toni decisi padre Charles Irudayam nel comunicare all’Agenzia Fides lo sconcerto della Chiesa indiana per la pratica aberrante della genitoplastica nelle cliniche di Indore. «Conosciamo bene il fenomeno dell’aborto selettivo che, secondo alcuni studi, negli ultimi vent’anni ha riguardato oltre 5 milioni di bambine. Il governo ha tentato di arginarlo, e infatti si registra un decremento. Ora emerge l’operazione chirurgica. Credo che la responsabilità sia prima di tutto dei genitori, che la chiedono, poi dei medici che la compiono», ha detto ancora il segretario della commissione per la Giustizia, la pace e lo sviluppo della Conferenza episcopale indiana. Difficile credere che la posizione dei vescovi risenta solo dell’emotività seguita alla diffusione dell’indagine dell’Hindustan Times, ma che tuttavia ha visto nei giorni scorsi una reazione indignata dall’interno della chiesa del Madhya Pradesh, con alcuni sui esponenti che hanno parlato di “distorsione” dei fatti a uso mediatico. «I mass media non dovrebbero distorcere la verità, ma sostenerla», ha detto il vescovo di Indore, monsignore Chacko Thottumarickal, dopo la pubblicazione sul quotidiano The Hindu di un contro-rapporto mirato più a confutare le tesi del blasonato rivale che a chiarire le circostanze da cui è nata la questione.

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