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Incostituzionalità, politica, social network. Tour tra le capriole della trattativa Stato-Mafia

febbraio 12, 2013 Chiara Rizzo

Massimo Ciancimino ha bloccato la sentenza della Consulta: è l’ennesimo caso in cui le normali regole di un paese vengono sovvertite

Si può definire il processo delle capriole, quello sulla trattativa Stato-mafia. Tutti i paladini della “Giustizia” e della “Verità” si trasformano in accusati, o al meglio in strumentalizzatori astuti dei media. Massimo Ciancimino era il principale teste d’accusa fino a qualche anno fa, e sulla base delle sue dichiarazioni si è ricostruita la presunta tela intessuta da istituzioni e mafiosi nel ’92: et voilà ora si è ritrovato tra gli imputati, per concorso in associazione mafiosa e calunnia. Anzi: et voilà, da ottobre 2012 è anche indagato per riciclaggio del tesoro del padre, il sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Così giusto per non farsi mancare nulla. Antonio Ingroia era il pm indifesso che aveva condotto le indagini, che lottava contro chi lo accusava di strumentalizzare per la propria carriera proprio la trattativa, dicendo che lottava solo per «la verità su fatti non ancora chiariti della nostra storia». Et voilà, dopo esser stato per mesi in «procinto di partire per il Guatemala», e aver lì svolto un incarico per l’Onu, oggi dopo la bailamme mediatica di anni sulla trattativa, ce lo ritroviamo proprio candidato premier. Con un et voilà bis: Ingroia è stato attaccato persino dai colleghi della sua stessa corrente, Magistratura democratica, al recente congresso: accusato pubblicamente di «strumentalizzazione del proprio ruolo istituzionale, con accenti di pura demagogia» da Luigi Ferrajoli, uno dei padri fondatori di Md.

CIANCIMINO BATTE LA CONSULTA. Non verrebbe da stupirsi nemmeno per l’ultima giravolta dell’affaire telefonate. I pm del processo trattativa, con Ingroia ancora in toga, avevano casualmente intercettato il presidente Giorgio Napolitano al telefono con uno degli imputati, l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. A Palermo la procura ha difeso a spada tratta quelle intercettazioni, pur affermando che non contenevano traccia di reati, e ha sollevato un conflitto istituzionale senza precedenti. Et voilà, la Consulta a novembre ha tacciato di incostituzionalità il pool di Ingroia, ordinando la distruzione immediata delle intercettazioni. Et voilà arriviamo ad oggi. Il giudice per le indagini preliminari incaricato di seguire la vicenda delle intercettazioni, Riccardo Ricciardi, ieri aveva convocato il tecnico incaricato di distruggere i file audio. Su 9.295 colloqui di Mancino, intercettati dai pm di Palermo, sono solo 4 le telefonate (18 minuti di conversazione) con Napolitano: ritenute tanto irrilevanti per l’indagine che gli stessi pm del pool Ingroia a suo tempo non ne avevano disposto nemmeno la trascrizione. Ebbene: il pluri-imputato Massimo Ciancimino ha ritenuto che proprio in quei 18 minuti potrebbero esserci elementi utili per la sua difesa, e ha chiesto al gip Ricciardi di non distruggerle. Il gip Ricciardi ha verificato che nelle conversazioni non vi sono né elementi di reato, né ipotesi di accusa al capo dello Stato, né elementi utili alla difesa degli imputati e ha risposto picche. E allora ieri gli avvocati di Ciancimino hanno presentato un ricorso in Cassazione, per una presunta violazione del diritto di difesa. Et voilà: la decisione della Corte Costituzionale, massimo organo giurisdizionale, rimarrà disattesa ancora per un po’, bloccata per volontà di un pregiudicato (Ciancimino Jr. ha fatto in tempo in questi anni a raccogliere una condanna definitiva in Cassazione per riciclaggio, sempre del tesoro accumulato dal padre nei suoi affari con la mafia). Pazienza, in Italia son cose che succedono.

IL GUP SU FACEBOOK. Posti in fila tutti i fatti accaduti sin qui, verrebbe da dubitare che in effetti il processo Trattativa nasconda altro, che non la spettacolarizzazione di certe imprese giudiziarie, l’esigenza di raccogliere qualsiasi elemento, da qualsiasi fonte, pur di avere le luci della ribalta mediatica o politica. Qualche dubbio può sorgere, ad esempio, sull’imparzialità del giudice per l’udienza preliminare di questo processo, Piergiorgio Morosini. Il quale non è stato solo il segretario di Md (la stessa corrente in cui ha militato Ingroia), fino al 12 settembre scorso, quando si è autosospeso per svolgere l’incarico di gip nel processo del secolo. E non è stato solo l’autore del libro “Attentato alla giustizia” in cui ha sposato le tesi sulla presunta trattativa. Oggi Morosini è anche il gup di un processo celebrato a porte chiuse per sua stessa disposizione, che però cura una pagina pubblica su Facebook, sulla quale, prima e dopo ogni udienza, si preoccupa di raccontare gli ultimi aggiornamenti, quasi in tempo reale, riesce a battere persino le agenzie stampa: “È appena cominciata l’udienza preliminare fissata per oggi, a porte chiuse” si legge il 9 gennaio, e il 24 “Dall’udienza preliminare di oggi. Accolta la richiesta di rito abbreviato per l’ex ministro Calogero Mannino, che verrà giudicato a partire dal 20 Marzo prossimo. Disposta l’integrazione probatoria: verranno ascoltati Giovanni Brusca, Gianni De Gennaro e Paolo Bellini”.  Qualche altro dubbio verrebbe poi, a leggere gli interventi di Morosini nelle mailing list dei magistrati. Ad esempio quello che ha salutato con entusiasmo la nomina di Roberto Scarpinato a procuratore capo di Palermo: Scarpinato (che ha militato in Md) aveva suscitato pesanti polemiche perché, intervenendo nell’anniversario 2012 della strage di via D’Amelio in qualità di pubblico ufficiale, aveva pesantemente accusato le istituzioni in una cerimonia pubblica, sposando la tesi della trattativa e non adducendo alcuna prova. Venne aperto un procedimento disciplinare, poi chiuso per le proteste di moltissimi magistrati di Md. Oggi Morosini ricorda il disciplinare come «un’ingiusta censura verso la libertà di manifestazione di pensiero di un magistrato, che avevaesperesso il senso profondo del nostro impegno nelle istituzioni». Dopo il richiamo di Napolitano contro il correntismo al Csm, il gup ha anzi salutato la nomina «di Roberto» (Scarpinato) come una delle «cose positive del nostro autogoverno», attribuendo alla decisione «un importante valore simbolico».

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