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Primavesi (Confcommercio): «Ecco il nostro libro nero sulla crisi. Basta usare i cittadini come bancomat»

gennaio 29, 2013 Matteo Rigamonti

Un “Libro nero” racconta la difficile situazione economica. Mancano il lavoro e gli investimenti; nessuna misura per favorire la crescita. Intervista a Giansilvio Primavesi (presidente di Confcommercio Como)

Un “Libro nero” contro le tasse. La Confcommercio di Como ha consegnato al prefetto Michele Tortora un volume che raccoglie le testimonianze di numerosi operatori del territorio lariano alle prese con la difficile situazione economica. Giansilvio Primavesi, presidente della sezione provinciale della Confcommercio e commerciante dell’abbigliamento, ha detto: «Speriamo che il prefetto trasmetta il contenuto a chi ci sta governando e a chi ci governerà. C’è bisogno di investimenti e cantieri; la burocrazia deve sbloccare tutte quelle opere che tiene ferme». E ha denunciato il problema più grave: «Manca il lavoro, per questo calano i consumi».

Primavesi, a chi è venuta in mente l’idea di scrivere un “Libro nero”?
A seguito dell’assemblea nazionale di Rete Imprese ciascuna provincia ha espresso il contenuto della protesta in maniera diversa. Noi, che siamo una categoria che di solito tace e non ama scendere in piazza (ma siamo 1,6 milioni di aziende a livello nazionale), abbiamo voluto scrivere un “Libro nero” dove raccogliere il malcontento dei nostri associati sulla difficile situazione economica attuale. Ha avuto un successo strepitoso e il volume non è nemmeno stato sufficiente per accogliere tutte le osservazioni che abbiamo ricevuto.

Quali sono le difficoltà maggiori che incontrate?
Stiamo attraversando una situazione molto critica, connotata da una chiusura oserei dire “cronica” delle attività commerciali, e la rassegnazione dilaga tra i commercianti che ormai sperano solo nel domani. Ma il calo dei consumi è sensibile anche nella nostra provincia, che è sempre stata una specie di “isola felice” essendo un territorio di frontiera: il calo è stato del 5,5 per cento e non si tratta di un dato tutto sommato buono perché riflette lo stallo del turismo (intorno allo zero per cento) e l’andamento negativo di tutto il resto (-10 per cento). In tutto questo non si è vista nessuna misura per la crescita.

Dov’è il cortocircuito?
Lo Stato aiuta chi perde il lavoro, e va bene, ma non fa niente per evitare che si perda. Soltanto che così si inaugura un circolo vizioso per cui: se lei non compra, io non vendo; non vendendo non faccio ordini al mio fornitore che non investe e non assume. E non è finita qui: lo Stato ci rimette 20 euro per ogni 100 che qualcuno “mette sul tavolo” quando compra. Anche l’Agenzia delle entrate ha appena certificato il calo di proventi dall’Iva; non sono io a inventarlo! Anzi, noi commercianti, che siamo gli “esattori di questa tassa”, lo vediamo tutti i giorni.

Altro?
I costi continuano ad aumentare: ora c’è in previsione la Tares, che sarà salatissima, e, forse, l’aumento di un ulteriore punto percentuale dell’Iva. La tassazione sulle imprese, quella reale, è già al 56 per cento. Senza contare poi quella tassa “occulta” che si chiama burocrazia e che non puoi quantificare anche se richiede un sacco di tempo, risorse e personale per essere affrontata. Vede questi 15 fogli che ho sul tavolo? Sono fatture e ora dobbiamo modificarle; non sarà così semplice. Alla fine poi ci mettono lo zampino pure le banche: la mancanza di credito è oggettiva, fanno fatica a sostenerti e questo ti penalizza. Anche se si tratta di un prestito per pagare le tasse o la tredicesima ai dipendenti. C’è un fuoco di ribellione che cova tra i commercianti e non si può trattare i cittadini solo come dei “bancomat” dove lo Stato preleva quando ha bisogno: vorremmo che qualcuno si prendesse a cuore questo fatto.

Avete consegnato il libro al prefetto: come l’ha presa?
Ci ha garantito che lo leggerà ma è soprattutto importante che trasmetta il contenuto a chi ci sta governando e a chi ci governerà. C’è bisogno di investimenti e cantieri; la burocrazia deve sbloccare tutte quelle opere che tiene ferme; il patto di stabilità deve essere allentato. Io non so quale è la soluzione giusta ma di certo so che bisogna fare qualcosa perché chi è a casa un giorno possa sentire squillare il telefono e udire qualcuno che gli dica: «Qui c’è un impiego per te»!

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