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In questa Italia arrabbiata, solo la fede ci farà uscire dal tunnel della crisi

febbraio 25, 2013 Piero Gheddo

Testimonianza in questi giorni di neve e di voto di protesta. “La società in cui viviamo, secolarizzata e materialista, ha tolto Dio dall’orizzonte dell’uomo e l’uomo da solo non è autosufficiente, non se la cava”.

È il pomeriggio di domenica 24 febbraio 2013. Mi accingo a scrivere il Blog per domani lunedì 25 (www.gheddopiero.it). I temi preparati sono tanti, ma prevale in me un sentimento che voglio comunicare agli amici lettori. Oggi a mezzogiorno, Papa Benedetto XVI ha parlato ai fedeli che hanno riempito Piazza San Pietro e Via della Conciliazione quasi fosse il giorno di Pasqua e ha ripetuto in termini molto semplici e umili che ha rinunziato al Pontificato per il maggior bene della Chiesa e per dedicarsi alla preghiera e alla riflessione in tempi così difficili per tutti. Caro grande Papa teologo, in quasi otto anni di Pontificato ha dato tutto se stesso e adesso, sentendosi venir meno le forze fisiche, si ritira in un convento di clausura per assistere con la preghiera la Chiesa, noi tutti e l’umanità intera. Ha detto ai fedeli: “Sarò con voi sempre nella preghiera e nell’amore di Dio”. Anche noi lo ricorderemo e il lunedì 18 marzo (ore 21-22,30) a Radio Maria parlerò dell’eredità che ci lascia Benedetto XVI.

Le sue parole commuovono e sono interrotte da continui applausi e agitare di cartelli di augurio. Guardo fuori dalla finestra del mio studio. A Milano nevica pesantemente, si sta votando per il rinnovo della classe politica italiana e da quanto dicono i sondaggi e i giornali prevarrà un voto di protesta; non una proposta in positivo per tirarci fuori da questa crisi che morde la carne viva di persone e famiglie, ma la protesta contro tutto e tutti. Negli ultimi mesi, nella Lombardia considerata “la locomotiva d’Italia” per lo sviluppo e la buona organizzazione di sanità e assistenza sociale, mi è capitato di incontrare famiglie e amici quasi disperati, che non ce la fanno più. Non erano considerati poveri, ma la perdita del lavoro e l’aumento delle spese per tasse e il cibo quotidiano, li stanno conducendo alla disperazione. Non sanno più a chi credere e mi parlano di altre famiglie che stanno peggio di loro. Come posso dire, io prete in una situazione del genere, una parola di speranza?

Ricordo bene che nell’immediato dopoguerra dal 1945 in avanti, molte famiglie vivevano in una miseria veramente nera. Quando sono entrato nel Pime nel settembre 1945 per fare il liceo avevo 16 anni, Milano era piena di macerie (ho visto nascere la montagnetta di San Siro in prati vicini al Pime con le macerie dei bombardamenti ricoperte di terra). Ho fatto gli otto anni di studio per arrivare al sacerdozio (1946-1953) sempre al freddo: in teologia a Milano, c’era una stanza comune con una stufa a legna al centro, dove andavamo per studiare; anche nei tre anni a Genova il riscaldamento non esisteva. Si mangiava poco e male (a volte si andava a “rubare” il pane o il cibo avanzato perché si aveva sempre fame), la disciplina era severa, si veniva licenziati per poco. Oltre agli studi liceali e di teologia, seguivamo giovedì e sabato le lezioni di medicina all’Università di Milano e le esercitazioni al Policlinico di Milano, per prendere il diploma internazionale di infermiere (che poi è servito a non pochi missionari). Fatiche e sofferenze oggi inimmaginabili per la maggioranza degli italiani.

Eppure c’era in noi, giovani che venivamo in genere dell’Azione cattolica, un grande entusiasmo, la fatica e le sofferenze non contavano perché l’ideale che ci muoveva era nobile e grande. Questa l’atmosfera che prevaleva in quegli anni di rinascita e in campo missionario a noi giovani aspiranti era viva la coscienza del grande compito che ci attendeva: portare Cristo a tutti i popoli. Mi rendo conto che oggi è inutile raccontare a chi soffre le nostre sofferenze di quel tempo.

Ma certamente la parola di speranza che noi cristiani, e specialmente preti e suore, dobbiamo dare a tutti è quella di ritornare alla preghiera e all’amore vivo a Gesù Cristo, che ci aiuta a sacrificarci nel nostro dovere e per gli altri ed a sperare nella Provvidenza di Dio. La società in cui viviamo, secolarizzata e materialista, ha tolto Dio dall’orizzonte dell’uomo e l’uomo da solo non è autosufficiente, non se la cava.

Certo, bisogna darsi da fare, impegnarsi nel sociale e nella politica, nel fare leggi giuste e rispettarle, ma se manca lo spirito che solo la fede in Cristo può dare, tutto il resto non basta. Anche società più ricche di quella italiana, molto meglio organizzate anche nella giustizia sociale, soffrono del nostro stesso male. In Italia bisogna, con l’aiuto di Dio, ricreare una “cultura cristiana” nella società (ecco il famoso “progetto culturale” del card. Ruini), per ridare un’atmosfera di speranza che ci aiuti tutti ad uscire dal tunnel buio e oppressivo che ci circonda.

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