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In Nigeria è un Natale di paura: «Metal detector fuori dalle chiese»

dicembre 24, 2012 Emmanuele Michela

Massimo Ilardo (Acs): «La forza e il coraggio dei ministri e dei fedeli sono la speranza della Chiesa in Nigeria. Ma non possono farcela da soli»

Più di 277 morti in 12 mesi, in un anno e mezzo 430 chiese distrutte. Fanno paura le cifre che arrivano dalla Nigeria, terra dove le comunità cristiane vivono ormai sotto frequenti attacchi da parte di milizie terroristiche islamiche. Il Natale arriva anche qui, seppur con angoscia. Difficile dimenticare quanto accadde negli scorsi anni, quando in questi giorni di festa si registravano alcuni dei peggiori attacchi. E proprio per sostenere le comunità cristiane nigeriane, Aiuto alla Chiesa che soffre ha deciso di promuovere una raccolta fondi: «Aiutiamoli a tenere accesa la speranza»è l’invito della fondazione di diritto pontificio. In che modo? Ne abbiamo parlato con Massimo Ilardo, direttore di ACS.

Come si preparano a vivere il Natale i cristiani in Nigeria? Gli scorsi anni i peggiori attacchi alle chiese si erano registrati proprio il 24 o 25 dicembre.
Sicuramente con la paura nel cuore. Gli ultimi due Natali sono stati terribili per la comunità cristiana, che è stata colpita proprio mentre celebrava la nascita di Nostro Signore. E dopo un 2012 in cui gli attentati hanno scandito quasi un tragico appuntamento domenicale, è comprensibile che i fedeli temano nuovi attacchi. Nel Nord del Paese, dove si è verificata la maggioranza delle violenze, molte Chiese hanno istallato metal detector o altri sistemi di sicurezza. E tanti parroci hanno fatto ricorso ai Man of War, guardie di sicurezza che ogni domenica perquisiscono chiunque entri in Chiesa. Ma ciò non basta a rassicurare i fedeli, che sebbene continuino con coraggio ad andare a messa, ogni volta si domandano se faranno ritorno a casa.

Qual è l’aiuto che ACS sta portando a queste terre? Quali le intenzioni che spingono questa raccolta fondi natalizia?
Il nostro aiuto è suddiviso in vari ambiti. Un contributo essenziale sono sicuramente le intenzioni di Sante Messe, affidate dai nostri benefattori, che molto spesso costituiscono l’unico “stipendio” percepito dai sacerdoti. In un tragico momento come questo i fedeli si stringono intorno ai propri ministri e in loro trovano conforto. I sacerdoti sono il fulcro delle loro comunità ed è essenziale sostenerli. Poi ACS finanzia la costruzione e il restauro di Chiese, che rappresentano il centro della vita cristiana, ma anche un forte e rassicurante segnale della presenza cristiana. Lo scorso febbraio, ad esempio, abbiamo lanciato un appello speciale per la costruzione di una Chiesa a Kachi, nel martoriato Stato di Kaduna. E non mancano i contributi alla formazione dei sacerdoti, agli ordini religiosi, ai seminari, alla pubblicazione di testi religiosi, a piccoli media cristiani e l’acquisto di veicoli necessari al servizio pastorale. Ma soprattutto questa campagna nasce dalla volontà di far sentire ai cristiani nigeriani che non sono soli, che nel mondo c’è chi si preoccupa per loro, chi non li abbandona, li sostiene e li ricorda nelle sue preghiere.

La Chiesa nigeriana è una delle realtà cristiane più colpite da violenze e discriminazioni. Come sta vivendo l’intera comunità questi mesi di sofferenza e fatica? Cosa significa «tenere accesa la speranza» in un momento simile?
Paura e tensione. Forse sono le due parole che meglio descrivono lo stato d’animo dei cristiani, soprattutto nel Nord della Nigeria. Ci hanno raccontato che poco tempo fa in una Chiesa, durante la Messa, un microfono ha emesso improvvisamente un rumore assordante. In pochi minuti la Chiesa si è svuotata. I fedeli e il sacerdote sono fuggiti, sicuri che il rumore fosse quello dell’esplosione di un ordigno. Ma appena si sono resi conto che si trattava di un malfunzionamento dell’impianto audio, sono rientrati tutti e la Messa è proseguita. La forza e il coraggio dei ministri e dei fedeli sono la speranza della Chiesa e della comunità cristiana in Nigeria. Ma non possono farcela da soli. Hanno bisogno del nostro sostegno, economico e spirituale. Perché questa speranza non si spenga mai.

In due anni ci sono stati ormai 1400 attentati. Quali sono le prospettive per il 2013? Come si sta comportando il governo nigeriano di fronte a questa escalation di violenza?
Qualche settimana fa è stata colpita una Chiesa all’interno di un compound militare. Il fatto che i terroristi fossero riusciti a penetrare la sicurezza del complesso, eludendo i controlli, ha fatto dire ad uno sconfortato cardinale Onayekan, arcivescovo di Abuja: «Ormai nessun luogo è più sicuro». È vero, ormai nessun luogo è più sicuro. E come ha evidenziato più volte l’episcopato, il governo è stato troppo debole e ha fallito nel garantire sicurezza ai propri cittadini. Non posso fare previsioni per il 2013, ma sicuramente sono necessari dei cambiamenti, sia in termini di sicurezza che nell’ambito dell’educazione e la formazione. I giovani della Nigeria hanno bisogno di un’adeguata istruzione e della certezza di prospettive future. Altrimenti continuerà ad essere troppo facile per i fondamentalisti, come quelli appartenenti alla setta Boko Haram, sfruttare la povertà e il bisogno di questi giovani, reclutarli e accrescere le proprie file.

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