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In marcia il 25 dicembre per chiedere a Cesare l’amnistia. Con le parole di Pietro

dicembre 22, 2013 Rita Bernardini

I radicali organizzano la terza Marcia di Natale per l’amnistia. Partiranno da San Pietro, anzi – come direbbe Marco Pannella – da “Pietro”, per arrivare a “Cesare”, alla sede del governo

Uno che il 25 dicembre potrebbe non partecipare, a Roma, alla terza Marcia di Natale per l’amnistia, la giustizia, la libertà, è Lucio Bertè. Bertè abita a Milano. Qualche giorno prima della festa di sant’Ambrogio è venuto a Roma per far sapere a papa Francesco che, nel capoluogo lombardo, sull’antico cimitero dei primi martiri cristiani è stato costruito, nonostante le mozioni contrarie del Consiglio comunale di Milano e della Regione, un volgare parcheggio. Senza forcone, ma in sciopero della fame e indossando un cartello giallo, Lucio Bertè ha sostato per alcuni giorni e notti ai margini di piazza San Pietro, chiedendo solo di poter consegnare una lettera al Papa.

La questura di Roma gli ha consegnato il foglio di via, a firma del questore Fulvio Della Rocca, ingiungendogli di non rimettere piede nella capitale per due anni. C’è da rimanere basiti. Ecco come Lucio Bertè viene descritto: «Nel comune di Roma non ha fissa dimora e non vi svolge alcuna attività lavorativa, si presume che qui si trattenga al solo scopo di commettere azioni che mettano in pericolo l’ordine e la sicurezza pubblica». Sì, essendo residente a Milano Berté non ha fissa dimora a Roma e, essendo pensionato, non svolge attività lavorativa né a Roma né a Milano. Un criminale, insomma.
Che sia un ex consigliere regionale lombardo, l’unico – a quel che mi risulta – a non riscuotere vitalizi, e un radicale che da una vita si batte per i diritti umani, al questore di Roma non interessa. Un’identità, armata solo di non violenza, cancellata da un foglio di via.

Lucio Bertè, ne sono convinta, è uno che piacerebbe a papa Francesco, perché con la sua azione rivolge un richiamo alla Chiesa dei poveri, della nonviolenza e della parola. La sua vicenda ci richiama al significato della imminente terza Marcia di Natale per l’amnistia, la giustizia, la libertà. Il 25 dicembre partiremo da San Pietro, anzi – come direbbe Marco Pannella – da “Pietro”, per arrivare a “Cesare”, alla sede del governo. Sì, perché papa Francesco non solo ha pronunciato sulle carceri parole che ci hanno colpito: «Nessuna cella è così isolata da escludere il Signore, il suo amore paterno e materno arriva dappertutto», ma, nello Stato del Vaticano, ha abrogato l’ergastolo e introdotto il reato di tortura, cosa che di qua dal Tevere siamo molto lontani dal fare.

Certo, anche in Italia abbiamo avuto parole importanti come il messaggio alle Camere del presidente della Repubblica, o quelle pronunciate dalla guardasigilli Annamaria Cancellieri secondo la quale «l’amnistia è un imperativo categorico morale». Ma ora occorre che queste parole siano concretizzate, consentendo allo Stato italiano di uscire dalla condizione di “sorvegliato speciale” da parte del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa per i trattamenti «inumani e degradanti» che riserva ai detenuti, e per l’irragionevole durata dei processi con il portato di milioni di procedimenti penali e civili pendenti, che distruggono il tessuto democratico, sociale e civile del nostro paese.

Chi camminerà con noi
La Marcia attraverserà tutte le sedi istituzionali del centro e si concluderà dinanzi a Palazzo Chigi, in piazza della Colonna Antonina. Forti delle parole di Pietro, chiediamo a Cesare, al governo, di attivarsi urgentemente nei confronti del Parlamento che fino ad oggi ha taciuto sul messaggio del presidente Napolitano. Il giorno di Natale, don Antonio Mazzi e don Luigi Ciotti marceranno con i familiari dei detenuti e gli ex detenuti, con Marco Pannella, Emma Bonino, Luigi Amicone, Enrico Sbriglia, cappellani e direttori dei penitenziari, i parlamentari Luigi Manconi, Mario Marazziti, Sandro Gozi, Luigi Compagna, Nitto Palma, Roberto Giachetti, Lucio Barani, Felice Casson, Franco Marini, i sindacati degli agenti penitenziari Uilpa, Osapp e Snalpe, la Comunità di Sant’Egidio, l’Associazione Antigone, il Detenuto Ignoto, L’Unione delle Camere penali italiane, la Conferenza nazionale Volontariato Giustizia, la Lega italiana per i Diritti dell’uomo, la Nazionale italiana cantanti, il Partito Radicale e i cittadini democratici che hanno a cuore la democrazia e che sanno che non c’è pace senza giustizia.
Ho un presentimento: anche il vietato Lucio Bertè troverà un modo per marciare con noi. È il caso di dirlo? Le vie del Signore sono infinite.

Rita Bernardini è la segretaria nazionale dei Radicali italiani

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3 Commenti

  1. Giuseppe Crippa says:

    Amicone, quando un Suo articolo di pari lunghezza in difesa della vita del concepito sarà ospitato nel sito http://www.radicali.it ce lo faccia sapere per favore.

  2. Alex says:

    Mancano solo le Giovani Marmotte e le Femen

  3. blues188 says:

    Il vero punto è che i maggisdradi -tutti provenienti da un solo punto d’Italia- pur prendendo lauti compensi mensili, lavorano ad capocchiam e solo quando hanno digerido bbene ‘a pizza co’ pummarola ‘n goppa. Cioè quasi mai. E visto che hanno poca voglia di lavorare (tanto lo Stato non licenzia nessuno) quando c’è un processo mettono in galera il malcapitato che dev’essere giudicato così possono riposare ulteriormente. Accumulando per anni tutto il lavoro, accade così che di gente in attesa di giudizio ce ne sia una barca e oltre. La soluzione è semplice: pagarli a ore lavorative fatte, questi ggiudigi mediderranei. Non ultimo c’è che abbiamo gente non italiana venuta per ‘migliorare la vita’ spacciando e delinquendo. E il Nord paga. Anche stavolta.

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