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In difesa di Sebastiano Riso dagli omofobi. Ma un po’ anche da lui stesso

ottobre 5, 2017 Pietro Piccinini

Il regista preso a pugni da due aggressori per il suo film “Una famiglia” sull’utero in affitto. Ma chi dice che è un film a favore delle adozioni gay lo ha visto davvero?

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Sebastiano Riso dice di sentirsi «attaccato tre volte: come omosessuale, come regista e come persona». Tre volte si sente attaccato, tre volte lo hanno colpito i due aggressori che nel pomeriggio di lunedì 2 ottobre lo stavano aspettando nell’androne del palazzo dove abita a Roma. Tre pugni «sul viso, nello stomaco e all’altezza dello sterno», molti insulti omofobi e dieci giorni di prognosi per il 34enne regista di Una famiglia, preso di mira, a suo dire, proprio per la storia raccontata dal film.

Tre volte si sente attaccato Sebastiano Riso, quattro volte sono idioti i due individui che lo hanno pestato gridandogli «basta, avete rotto il c… voi froci» e «i froci non devono avere figli». Sono idioti quattro volte perché, primo, è idiota prendere a pugni un uomo per quello che pensa. Secondo, perché è idiota prendere a pugni una persona per quello che è. Terzo, perché è idiota prendere a pugni un regista per quello che fa. Quarto, perché questi idioti evidentemente non hanno capito niente del film che hanno visto, se l’hanno visto.

Una famiglia, al cinema proprio in questi giorni, racconta la storia, dura, sporca, tremenda, di una coppia che mette al mondo figli a raffica per venderli in nero ad aspiranti genitori, etero e omosessuali. E di per sé non è affatto un film funzionale all’agenda gay. Non per nulla alla sua presentazione, al Festival di Venezia, è stato «accolto tiepidamente dalla stampa ma applaudito dal pubblico» (Ariana Finos, Repubblica, 5 settembre). Non per nulla, fino all’agguato omofobo e idiota dell’altroieri, il regista non era stato trattato benissimo nemmeno dal “suo mondo” («sono stato accusato di non difendere la comunità», Sebastiano Riso a Angela Calvini, Avvenire, 14 settembre). Non per nulla, forse in parte proprio a causa della «accoglienza della stampa freddina» (Stefania Ulivi, Corriere della Sera, 5 settembre), Riso nelle settimane scorse si è sentito in dovere di ripetere all’infinito che nel film «non diamo giudizi» su nessuno dei personaggi, sulle loro aspirazioni e sulle loro atrocità, e «non si parla di madri surrogate o utero in affitto. È la storia di loro due». Al massimo, diceva, «raccontiamo l’Italia di oggi, dove l’adozione è difficilissima e lunghissima per le coppie eterosessuali e addirittura impossibile per gli omosessuali, cosicché la richiesta al mercato nero è alle stelle» (Sebastiano Riso a Federico Pontiggia, il Fatto quotidiano, 5 settembre).

Ieri, dopo il pestaggio omofobo e idiota, il regista parlando con Repubblica si è spinto un po’ più al largo e ha rivendicato apertamente di aver girato un film che «racconta della possibilità per le coppie gay di formare una propria famiglia e affronta il far west dovuto a una carenza legislativa che fa sì che esista un traffico clandestino di neonati». E può perfino darsi che sia vero. Può darsi che Riso abbia davvero pensato fin dal principio di utilizzare una storia agghiacciante di maternità surrogata seriale per nascondere un intento politico arcobaleno (adozioni per le coppie same-sex). Oppure può essere un semplice ripiegamento tattico suggeritogli a posteriori dai suoi stessi critici «freddini» (vedi Paolo Mereghetti, che sul Corriere della Sera indica il «fare i conti con il vuoto legislativo» come unica via per redimere l’«umanità capace solo di fare del male» dipinta da Riso).

A maggior ragione, dunque, bisogna prendere le difese di Sebastiano Riso. E non solo dagli omofobi idioti che lo hanno picchiato, ma un po’ tocca difenderlo anche da lui stesso. Perché Una famiglia non è il banale strumento di propaganda in cui adesso i giornali – dopo averlo accolto «tiepidamente» – cercano di ridurlo, Riso volente o Riso nolente. Di spazio per i «giudizi» ce n’è eccome nel film, perché è innanzitutto un film sul vedere. I richiami, lungo la trama, si ripetono continuamente: ritorna il desiderio di lei, la mamma incubatrice (Micaela Ramazzotti), di vedere almeno una volta i bambini che ha partorito e venduto; ritorna il potere dello sguardo di lui, il compagno padrone e manipolatore (Patrick Bruel); ritornano gli occhi dei genitori nei figli, inesorabilmente; ritorna il divieto di incontrarsi tra venditori e acquirenti per non rischiare di inceppare il meccanismo criminale. Ritorna la realtà, e alla fine permetterà il riscatto dell’unico personaggio che, pur senza uscire dalla propria miseria umana, avrà il coraggio di guardarla veramente.

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In effetti Una famiglia costringe a vedere molte cose poco gradevoli. Sofferenza, degrado sociale e personale, violenza, sottomissione, frustrazione, delusione, tristezza. Anche qualche scena abbastanza “ginecologica”. Una donna completamente succube del suo amante e nessuno che provi a sollevare la testa dalla pozzanghera in cui annega. Una famiglia mostra tutto questo, e mostra quanta devastazione umana possa generare il famoso “desiderio di un figlio a ogni costo”. È vero, a un certo punto del film c’è una battuta critica sull’impossibilità di adottare per le coppie dello stesso sesso in Italia, ma i due aspiranti papà immaginati da Riso, una volta raggiunto l’agognato bambino oggetto delle loro brame, lo rifiuteranno perché malato: non si meritano un «giudizio» molto migliore rispetto alla coppia etero che pretende indietro i soldi perché la figlia è morta poco dopo l’acquisto. Ecco, pare un po’ deboluccia, come campagna per le adozioni arcobaleno.

Non è cosa da poco, ha sottolineato Mr Family Day Massimo Gandolfini, il fatto che un regista dichiaratamente omosessuale e militante della causa gay abbia deciso di realizzare «una delle poche forme artistiche con cui sia mai stata denunciata, in Italia, la barbara pratica dell’utero in affitto». E questo resta, anche se poi lui stesso va in giro a dire che il suo non è un film sull’utero in affitto. Insomma, cari idioti omofobi, oltre che omofobi e idioti, siete pure ciechi.

* * *

Ps. Dice: quante menate, è una vicenda di fantasia. Repubblica, presentando Una famiglia dopo la proiezione a Venezia, lo ha scritto addirittura nel sommario dell’intervista alla protagonista: «Non convince la storia dei genitori che procreano per rivendere i figli» (per inciso: ma che sommario è?). D’altronde è giustissimo: quello di Riso è pur sempre un film, dunque finzione. E però lui e i suoi co-sceneggiatori sono partiti dagli esiti di una indagine effettivamente svolta in Campania su persone che davvero producevano e commerciavano esseri umani. Dimostrando che, come si dice, la realtà a volte supera l’immaginazione. «Di figli [la coppia] reale ne aveva venduti undici, finché per la crescente tensione della donna l’uomo non ha compiuto dei passi falsi ed è stato beccato. Noi abbiamo pressoché dimezzato questo numero: era troppo alto, incredibile persino per un film» (Sebastiano Riso, il Fatto quotidiano, 5 settembre).

Foto Ansa

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