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In Corea del Nord arriva il capitalismo (o quasi). Nascono sempre più imprese private (e pagano meno tasse che in Italia)

settembre 16, 2014 Leone Grotti

Il regime chiude un occhio e in cambio del 30 per cento dei profitti permette a singoli privati di aprire aziende. Compaiono anche i primi taxi fuori dalla capitale Pyongyang

Piccoli segnali di capitalismo sembrano contagiare uno degli ultimi e più repressivi regimi stalinisti esistenti al mondo: la Corea del Nord. Secondo il quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo, sul territorio stanno nascendo sempre più compagnie private gestite in modo indipendente da singoli residenti.

IMPRESE PRIVATE. È il caso di un commerciante di Chongjin (Hamgyong settentrionale), che attraverso una rete di prestiti è riuscito a mettere da parte circa 30 mila dollari. Con questi ha aperto un’industria tessile che «formalmente appartiene allo Stato, ma è lui che assume i lavoratori e controlla il business: dall’acquisto dei materiali alla produzione fino alle vendita e alla distribuzione dei profitti».
Gli ufficiali del regime comunista di Kim Jong-un per ora chiudono un occhio e si fanno corrispondere il 30 per cento dei profitti, mentre i lavoratori guadagnano circa 50 dollari al mese.

«FORTI PROFITTI». Non solo. Nella seconda città più grande del paese dopo la capitale Pyongyang, Hamhung, un uomo ha aperto con il benestare del Partito dei lavoratori un grande centro di distribuzione di prodotti agricoli. È la prima volta, sottolinea il quotidiano sudcoreano, che un grande centro viene lasciato nelle mani di un privato, «che sta facendo forti profitti».

MERCATI E TANGENTI. Il sistema capitalista in Corea del Nord è una diretta conseguenza dello sviluppo dei mercatini. Per sopravvivere al crollo del sistema di distribuzione alimentare, e per evitare di morire di fame, sono nati in molte province luoghi di scambio di generi alimentari e altri prodotti artigianali. Col tempo e grazie alla tolleranza degli ufficiali, previo pagamento di tangenti, i mercatini sono cresciuti diventando veri e propri centri di scambio e dando così il via all’iniziativa privata.

ARRIVANO I TAXI. Secondo quanto riportato da DailyNk, nella provincia di Pyongan del Sud hanno preso servizio anche i primi tassisti privati, già presenti a Pyongyang. Secondo una fonte, «i primi taxi sono comparsi nelle città di Pyungsung e Suncheon e sono subiti diventati popolarissimi. Molti privati li considerano un ottimo modo per fare soldi». Nella prima città ci sarebbero già 18 taxi, nella seconda tra gli otto e i 10 e i proprietari devono «registrarsi presso la Compagnia di trasporto passeggeri a Pyongyang».

PICOLA TASSA. Alla compagnia statale, continua la fonte, vanno «almeno 500 dollari al mese “per salvare le apparenze”» ma il guadagno per ogni taxi si aggira sui «100 dollari al giorno». Poiché in Corea del Nord non c’è libertà di circolazione, ma ogni cittadino deve chiedere un permesso per uscire dalla propria città o provincia a seconda del suo “songbun” (curriculum rivoluzionario), anche i taxi non possono circolare dovunque ma hanno comunque «discreta libertà».
I veicoli non sono certo accessibili a tutti: per percorrere i quattro chilometri che separano Pyungsung da Suncheon, i tassisti chiedono 75 mila won. La stessa tratta in autobus costa 10 mila won.

VECCHI TRATTORI. Il settore dei trasporti si sta sviluppando anche in un altro senso. Molti nordcoreani stanno infatti comprando vecchi trattori dalla Cina per trasportare prodotti agricoli a pagamento. Kim Young-hee, la prima donna a disertare il regime e a lavorare per una compagnia di Stato sudcoreana, ha confermato: «Sempre più imprese in Corea del Nord sono passate negli ultimi mesi a un sistema privato».

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