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In carcere per 21 anni, ma era innocente. Ieri finalmente si è sposato

settembre 10, 2012 Chiara Rizzo

Il matrimonio di Giuseppe Gullotta, assolto solo lo scorso febbraio dopo anni di accuse per un delitto mai commesso ad Alcamo: «Mi avevano puntato una pistola e detto: “Confessa, o ti uccidiamo”»

Michela Aronica, la sposa raggiante, davanti alla chiesetta medievale di Certaldo (Fi), ieri non ha avuto esitazioni: «Finalmente siamo insieme e felici», ha detto ai cronisti assiepati nella piccola rocca toscana sugli Appenini. Non è stato un matrimonio da star, ma il lieto fine di una vicenda che ha come protagonista una coppia, con alle spalle una drammatica storia di ingiustizia italiana. Michela ieri ha sposato Giuseppe Gullotta, della cui vicenda tempi.it ha raccontato lo scorso febbraio. Gullotta, 55 anni, condannato in via definitiva all’ergastolo per un delitto mai commesso, ha passato 21 anni in prigione prima che fosse riconosciuta la sua totale innocenza, con una nuova sentenza definitiva di revisione. Ora Giuseppe e Michela, dopo una vita d’attesa, finalmente sono partiti per il viaggio di nozze iniziando a mettere un muro di felicità tra il presente che li aspetta, e il passato da superare.

LA STRAGE DI ALCAMO. Gullotta è stato condannato e poi prosciolto con l’accusa di aver massacrato due carabinieri in servizio ad Alcamo (Tp), località natale dell’uomo. La notte del 27 gennaio 1976 qualcuno si era intrufolato nella piccola caserma del paese, e aveva massacrato Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, due militari di turno entrambi appena diciottenni, e ne aveva rubato le armi (due Berretta calibro 9). Il fatto aveva suscitato molto clamore e se ne era occupato anche il giovane conduttore di un’emittente privata, Peppino Impastato, che appena due anni dopo finì trucidato dalla mafia. Secondo Impastato, l’uccisione dei carabinieri era stato un avvertimento della mafia allo Stato: tuttavia, il reparto antiterrorismo dell’Arma a Napoli, che malgrado la distanza geografica seguì il caso, si concentrò sulla pista del terrorismo eversivo. Così le indagini portarono ad un ragazzo di Alcamo, Giuseppe Vesco, nella cui auto fu trovata una calibro 9 come quella in dotazione alle vittime, e per di più con la matricola abrasa. L’ottobre successivo, Vesco si suicidò in carcere, ma non prima di aver confessato la paternità della strage facendo anche i nomi di alcuni complici, tra cui quello di Gullotta, inseparabile amico. Quest’ultimo da subito ha gridato la sua innocenza, ma nessuno lo ha ascoltato e per ben tre gradi di giudizio è stato condannato all’ergastolo. Gullotta, pur in carcere, non si è arreso nemmeno dopo la sentenza di Cassazione del 1990, e ha chiesto la revisione del processo. Una volta gli è stata rigettata: la seconda invece è stata accolta, perché nel frattempo è accaduto un fatto nuovo.

L’ASSOLUZIONE. Renato Olino, ex brigadiere dei carabinieri che avevano condotto le indagini, si è presentato infatti ai magistrati di Trapani, tormentato da un peso che si trascinava da una vita. E ha raccontato dei «metodi persuasivi eccessivi» che nel ’76 erano stati usati dai militari per «far cantare» Vesco: il giovane, condotto in una caserma, era stato costretto a ingurgitare con un imbuto un miscuglio di acqua e sale, e a subire scosse elettriche, fino alla confessione. Nel secondo processo di revisione, lo stesso pm che ha rappresentato l’accusa ha chiesto per Gullotta l’assoluzione, arrivata poi a metà febbraio 2012. «Spero che ora le famiglie dei carabinieri Apuzzo e Falcetta abbiano giustizia», ha poi detto ai giornalisti l’uomo finalmente assolto: «Non ce l’ho con i carabinieri. Solo alcuni di loro hanno sbagliato in quel momento. Mi hanno puntato una pistola e detto “confessa o ti uccidiamo”. Bisogna credere nella giustizia: e oggi è stata fatta una giustizia giusta». Al matrimonio ieri era presente anche il figlio di Gullotta, William, 23 anni: «Con mio padre ci iniziamo a conoscere ora». Lo sposo era molto commosso: «È il giorno più bello della mia vita, dopo la completa assoluzione. Mi avevano tolto la vita e poi me l’hanno resitituita. Segno che c’è ancora una giustizia che funziona».

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