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Mano al portafoglio, la stangata è alle porte

giugno 23, 2014 Matteo Rigamonti

La legge di stabilità 2014 ha rivoluzionato per la terza volta in tre anni l’imposizione locale su rifiuti e casa. Arriva la Iuc. E il verdetto degli esperti è unanime. Costa molto di più delle precedenti e a farne le spese sono le famiglie numerose

tasi-tari-confrontoTra il 2008 e il 2014, in Italia, sono state approvate 629 nuove norme fiscali. In pratica una norma alla settimana. Come se la certezza del diritto in questo paese fosse destinata a non trovare mai pieno ed effettivo riconoscimento. L’ultimo capitolo in ordine di tempo dell’interminabile elenco di nuove leggi e leggine che hanno a più riprese sconvolto la serenità dei contribuenti italiani è rappresentato dalla Legge di stabilità 2014, che ha rivoluzionato per la terza volta negli ultimi 3 anni l’imposizione locale sui rifiuti e sulla casa. Due tasse che garantiscono allo Stato un gettito di oltre 30 miliardi di euro l’anno. Per la precisione: l’Imu, l’Imposta municipale unica voluta dal governo Monti, nel 2012 ha assicurato all’erario 23,7 miliardi di euro, ha certificato il ministero delle Finanze (qualcosa meno nel 2013). Secondo la Cgia di Mestre, nel 2013 dalla Tassa comunale sui rifiuti e sui servizi (Tares) sono arrivati altri 8 miliardi. Quest’anno farà il suo debutto assoluto un nuovissimo balzello. È la Iuc, acronimo di Imposta unica comunale, che si regge su tre gambe: la Tassa sui servizi indivisibili (Tasi), quella sui rifiuti (Tari), che sostituirà la Tares, e l’Imu, che nel frattempo è rimasta solo per le prime case di lusso. La Tasi serve a finanziare i pubblici servizi come la pulizia e l’illuminazione delle strade, il trasporto scolastico o l’anagrafe. Devono pagarla tutti i proprietari di immobili, prime case comprese. Sulla carta, non è un’imposta patrimoniale come l’Imu, ma di fatto così è vista dai contribuenti italiani. E non a torto, se si considera che la Tasi replica le modalità di calcolo, ma anche le sperequazioni, dell’Imu.

Le scadenze: la tassa è nuova ma c’è già una prima eccezione. Entro il 16 giugno gli italiani avrebbero dovuto pagarne la prima tranche, un acconto pari al 50 per cento dell’importo totale, ma non è stato possibile per tutti. Molti Comuni, infatti, complici i rinnovi delle giunte amministrative del maggio scorso non hanno fatto in tempo a deliberare le aliquote entro il termine previsto per legge (23 maggio). Risultato: solo 2.251 amministrazioni su 8.057 l’hanno fatto, praticamente una su quattro, di cui il 40 per cento nel Nord del paese. In totale 7,1 milioni di contribuenti su 17.9 che avrebbero dovuto pagare.

Il condizionale è d’obbligo, perché nemmeno tutti questi Comuni hanno predisposto per tempo gli appositi bollettini di pagamento da spedire via posta. Lo faranno, assicura una nota del Consiglio dei ministri, ma a «decorrere dal 2015». Tra un anno. Questi sono i tempi “normali” per lo Stato italiano. Al momento l’unica possibilità per fare il versamento della prima rata della Tasi è stata tramite modello F24 direttamente in banca.

Schermata 2014-06-19 a 20.35.18Nessuna sanzione. Per il momento
E per chi sbaglia quali sono le sanzioni? Non sono previste, rassicurano dal ministero dell’Economia. Perlomeno non fino al 30 giugno. Ma i sindacati chiedono più tempo. Vogliono che i Comuni concedano un differimento di 30 giorni per il pagamento di quanto dovuto, come ha già fatto, per esempio, Vicenza. Nel caso della Tasi, infatti, sono evidenti le «obiettive condizioni di incertezza delle norme fiscali», che legittimano il rinvio. Talmente «obiettive» che anche il premier Renzi ha dovuto ammettere che «sulla Tasi ci ho capito poco. Oggi in Italia sembra si faccia di tutto per rendere tutto più complicato. Sembra che tutto sia finalizzato a rendere il pagamento delle tasse un incubo. L’anno prossimo vi renderò più semplice pagarle». Per i sindaci appena eletti ci sarà tempo fino al 31 luglio per deliberare le nuove aliquote; i cittadini dei 5.806 Comuni dove pagare la Tasi non è ancora stato possibile potranno farlo con scadenza della prima tranche il 16 ottobre.
Ma quanto costerà la Tasi sulla prima casa alle famiglie italiane? Qualcuno ha provato a fare i conti e gli esiti sono stati dei più disparati. Basti pensare che c’è chi afferma che la Tasi sulla prima casa aumenterà rispetto all’Imu e chi afferma il contrario. Banca d’Italia ha stimato un possibile aumento fino al 60 per cento della tassazione sulla casa, se i comuni dovessero scegliere l’aliquota del 2,5 per mille. Il ministro dell’Economia commentando questa stima ai microfoni di Radio 24 ha dichiarato: «L’aumento era atteso». E ha aggiunto: «Starà ai Comuni stabilire quale aliquota adottare». Già, e qui casca l’asino: moltissimi Comuni che hanno già deliberato le aliquote hanno optato per quelle più elevate. Qualcuno ha addirittura superato il 2,5 per mille con una ulteriore maggiorazione dello 0,8 come consentito dalla legge, a patto di introdurre delle detrazioni. È il caso, per esempio, dei capoluoghi di provincia come Torino, Bergamo, Venezia, Rimini, Reggio Emilia, Bologna, Parma, Piacenza, La Spezia, Genova e Napoli che hanno spinto l’aliquota fino al 3,3 per mille. Con la premessa che il progressivo taglio dei trasferimenti statali ai Comuni è inarrestabile, la logica conseguenza è che per far quadrare i bilanci ai sindaci non resta che inasprire le aliquote per assicurarsi gettiti maggiori o perlomeno in linea con quelli degli anni passati. Soprattutto, perché quei soldi servono per pagare servizi indispensabili alla comunità. Per inciso, l’aliquota minima è del 1 per mille, ma è difficile credere che qualcuno l’adotterà.

Addio alle detrazioni
Il motivo di maggiore incertezza nello stimare la Tasi è rappresentato dal fatto che, mentre l’Imu sulla prima casa prevedeva una detrazione fissa di 200 euro più 50 euro per ogni figlio a carico con meno di 26 anni fino a un massimo di 400 euro, la Tasi lascia liberi i Comuni di stabilire da sé eventuali detrazioni. Il timore è che queste detrazioni possano essere inferiori a quelle previste in passato. E il Sole 24 Ore lo ha confermato: dei 2.251 Comuni che hanno deliberato le aliquote, nel 58 per cento dei casi si può tranquillamente parlare di totale assenza di detrazioni. Tempi ha chiesto a Vincenzo Vita, coordinatore dei Caf Cisl in Lombardia, di provare a fare un calcolo di quanto costerà la Tasi sulla prima casa e se il conto sarà più salato dell’Imu oppure no. Il computo è stato fatto su uno dei tanti comuni dell’hinterland milanese che ha adottato l’aliquota massima del 3,3 per mille con delle detrazioni. Il risultato lascia pochi dubbi e sembrerebbe confermare le stime della Banca d’Italia. Un single in un’abitazione di 50 metri quadrati oggi paga 116,04 euro di Tasi a fronte dei 35,20 di Imu del 2012: 80,84 euro in più. Una famiglia con un figlio a carico in un appartamento di 108 metri quadrati ne paga 421,24, rispetto ai 321,20 di Imu: 100,04 euro in più. In un appartamento di 120 metri quadrati, una famiglia con tre figli a carico paga 620,72 euro di Tasi rispetto ai 573,60 euro dell’Imu: 47,12 euro in più. Aumenti che in certi casi inizierebbero a rosicchiare percentuali significative del famoso bonus da 80 euro al mese che Renzi ha messo in busta paga a maggio. Per chi l’ha ricevuto. «Conti alla mano sembrerebbe che si vada verso un inasprimento della pressione fiscale sulle abitazioni principali», spiega Vincenzo Vita a Tempi. «Speriamo almeno che non tutti i sindaci applichino le aliquote più elevate». Secondo il coordinatore «molto dipenderà dall’evoluzione della situazione economica italiana». Ma se il paese non torna a crescere è facile attendersi batoste dalla Tasi.

Schermata 2014-06-19 a 20.35.33Oggettiva ingiustizia
Inoltre, prosegue Vita, ci sono Comuni che hanno già abbassato l’importo della detrazione sui figli a carico «da 50 a 40, 30 o anche 20 euro, restringendo l’età per goderne da 26 a 18 anni». I più penalizzati, spiega il coordinatore dei Caf Cisl, sono i proprietari delle abitazioni con rendite catastali inferiori agli 800 euro, quindi quegli appartamenti non di lusso che offrono un tetto a larga parte del ceto medio italiano. E, naturalmente, le famiglie numerose che hanno tanti figli a carico. «Un’oggettiva ingiustizia che non tiene conto della realtà», sentenzia Giuseppe Butturini, presidente dell’Associazione nazionale famiglie numerose.

Il problema, spiega a Tempi il commercialista Massimiliano Casto, è che «nel calcolo della Tasi non è mai considerato il reddito», ma solo i metri quadrati dell’abitazione e il numero di persone che vi risiedono. «C’è però una bella differenza se a vivere sotto lo stesso tetto, in un appartamento di 100 metri quadrati, sono una coppia con due redditi e un solo figlio, piuttosto che una famiglia numerosa che può fare affidamento su un solo reddito». Ma su questo il fisco italiano ci sente solo da un orecchio.

Chi inquina paga
Anche per la tassa sui rifiuti (Tari) la situazione è analoga. Non tutte le amministrazioni hanno già deliberato le aliquote. Una volta decise stabiliranno le scadenze di pagamento della Tari prevedendo almeno due rate a scadenza semestrale in modo differenziato rispetto alla Tasi. Secondo un primo studio di Ref Ricerche condotto tra i comuni capoluogo di provincia, quello che è certo è che gli aumenti rispetto alla Tares ci sono e sono maggiori soprattutto per i nuclei familiari più numerosi. Che, ancora una volta, pagano dazio più di tutti a una fiscalità che si conferma particolarmente miope di fronte ai redditi reali e ai carichi familiari. Ecco qualche esempio: l’importo della Tari per un appartamento da 50 metri quadrati posseduto da un single è mediamente pari a 2,2 euro al metro quadrato, per un totale di 110 euro. Il conto è più salato per chi ha figli a carico: la famiglia con un figlio paga 2,8 euro al metro quadrato, che fanno 302,4 euro in un appartamento di 108 metri quadrati. Quella con tre figli ancora di più: 3,2 euro al metro quadrato per un appartamento di 120 metri quadrati, che fanno 384 euro in totale. Il rincaro, dunque, è nel primo caso dell’1,6 per cento rispetto al 2013, l’anno in cui la Tares ha fatto il suo debutto, del 2,1 per cento nel secondo e del 3,4 nel terzo. Ma se andiamo a paragonare il conto rispetto al 2010, gli aumenti lievitano, esasperando le diseguaglianze: più 19,8 per cento per il single, più 15,8 per la famiglia composta di tre persone e più 24,4 per cento per quella composta da cinque.

Sono i risultati di una tassa che è stata confezionata per soddisfare il principio europeo del “chi inquina paga” e le famiglie numerose, ancora una volta, pagano più di tutte le altre.

In attesa della riforma del fisco
La possibilità di applicare «riduzioni e agevolazioni», almeno in linea teorica, «esiste e la normativa che disciplina l’applicazione della Tari riserva agli enti locali un ampio margine di discrezionalità», spiega a Tempi Francesca Signori di Ref Ricerche. Ma, come nel caso della Tasi, i margini di manovra delle amministrazioni comunali, provate dai tagli ai trasferimenti, sono il più delle volte esigui. In questo caso ancor di più perché il gettito della Tari deve assicurare, per legge, la copertura integrale dei costi del servizio di trattamento dei rifiuti. Con tanti saluti a ogni serio tentativo da parte dei sindaci di introdurre correttivi significativi, specie per le famiglie numerose e il ceto medio. Fortunatamente, prosegue Signori, non mancano esempi di Comuni virtuosi, che approfittano della libertà concessa loro per configurare riduzioni e agevolazioni «in modo da tener conto del reddito familiare o della capacità contributiva come risulta dall’indicatore della situazione economica equivalente (Isee)». Anche se il più delle volte si tratta di un’asticella sotto la quale non sono in molti a poter passare. Il caso che colpisce più in positivo è forse quello di Cremona, «dove è riconosciuta una riduzione del 20 per cento ad anziani e famiglie numerose, a patto però, che abbiano un reddito Irpef al di sotto di una determinata soglia», che è di 90.684 euro per chi ha più di due figli fiscalmente a carico, aumentato di 2.738 euro per ogni figlio successivo. A Cremona l’esenzione è concessa anche «ai nuclei familiari composti da soli pensionati e familiari fiscalmente a carico con reddito derivante esclusivamente da pensioni, assegni sociali, invalidità civile e reversibilità. Nel comune di Macerata, invece, la riduzione – il cui costo è coperto dalla fiscalità generale – è riconosciuta in generale alle famiglie in disagio economico, individuato in un livello di Isee inferiore o uguale a 7.500 euro, valore raddoppiato nel caso di nuclei familiari con quattro o più componenti: l’ammontare della riduzione è pari rispettivamente al 30 e al 20 per cento. Infine, nel caso di Savona le riduzioni sono concesse alle utenze domestiche di residenti con un indicatore Isee non superiore all’importo annuo del trattamento minimo di pensione Inps (maggiorato di 1.500 euro nel caso l’occupante sia pensionato)». È per questo che l’Associazione famiglie numerose ha invitato i cittadini dei comuni che non hanno ancora deliberato su Tasi e Tari a chiedere di introdurre detrazioni e correttivi. È sempre qualcosa, in attesa che il fisco italiano sia finalmente riformato.

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4 Commenti

  1. filomena scrive:

    Se una famiglia è così numerosa ( ma poi quante sono in percentuale le famiglie numerose?) come minimo ci saranno due redditi. E questo non per fare polemica ma mi pare veramente impensabile mettere al mondo 4,5,6 o più figli e mantenerli con uno solo stipendio. Quantomeno se fatto deliberatamente e non perché uno dei genitori ha perso il lavoro, è un comportamento da irresponsabili in primo luogo per quello che si nega ai figli che non hanno scelto di nascere in una famiglia monoreddito e numerosa.

    • Jolanda scrive:

      …e quindi vanno puniti! Mi sembra giusto! Sarebbe meglio il figlio unico, meglio se maschio, come in Cina.

      • filomena scrive:

        Queste sono conclusioni tue che io non ho mai detto. Ho solo detto che se decidi di fare tanti figli devi essere in grado di mantenerli visto che sei tu a decidere se metterli al mondo o no
        Detto questo è chiaro che una volta nati se i genitori non sono in grado di mantenerli, lo Stato se ne dovrebbe fare carico ma non certo per premiare i genitori bensì per aiutare i figli che non possono rispondere per scelte non loro.

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