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Imputato Stalin si alzi in piedi

luglio 1, 2011 Emanuele Boffi

Dopo cinquant’anni di silenziosa censura, va in scena per la prima volta la tragedia di Eugenio Corti che mette alla sbarra il più spietato dittatore sovietico e la sua impeccabile interpretazione del comunismo. Per estirpare la corruzione dal mondo non c’è altro modo che eliminare l’uomo

(Dal numero 25 di Tempi)

Crusciov: Noialtri il comunismo lo costruiremo nella libertà.
Stalin: Che altro abbiamo cercato di fare, fino ad oggi?

I ragazzi alzano le ginocchia come cavalli da parata, formano con mani e gambe figure geometriche, si muovono a passo militare. Pugno sinistro chiuso a sfidare il cielo. Poi, uno o due capitombolano sul palco fragorosamente. È la raffigurazione plastica dell’errore, dell’imprevedibile sbaglio che caratterizza ogni schema. È l’umano, si direbbe, che irrompe nella sfilata del potere. «Si ripete sempre così», spiega il regista Andrea Carabelli. «Abbiamo pensato che ogni volta che sul palco i ragazzi ripercorrevano i movimenti che i militari erano soliti compiere sulla Piazza Rossa poi l’azione dovesse concludersi con una caduta». Per far intuire che c’è sempre qualcosa che inevitabilmente rovina. Qualcosa cede sempre, anche nel più rotondo dei progetti. «Come se anche il più rigido sfoggio di forza debba sottostare a un fattore che non torna».

Lo scrittore Eugenio Corti ha dovuto attendere mezzo secolo perché il suo Processo e morte di Stalin andasse in scena. L’aveva scritto tra il 1960 e il 1961 e, se si eccettua una rappresentazione ad opera di Diego Fabbri nel 1962 al Teatro della Cometa di Roma (solo una lettura e con testi maliziosamente depurati), questa è la prima volta che viene rappresentato. Un esordio, dunque. Dopo mezzo secolo il testo ormai introvabile – ma Ares l’ha meritevolmente ripubblicato di recente – è tornato in vita grazie a un casuale incrociarsi di eventi. C’è voluta tutta la caparbietà di un giovane attore-regista, Carabelli, e l’intuizione di uno dei migliori attori italiani, Franco Branciaroli, per tentare l’impossibile. L’impossibile di portare in scena ben trentacinque attori, di cui ventitré non professionisti. Sono nove ragazzi e quattordici ragazze del liceo Don Gnocchi di Carate Brianza. Un manipolo di incoscienti che per mesi s’è dato da fare per studiare, immaginare, costruire una tragedia sepolta sotto cinquant’anni di silenziosa censura.

Stalin: Perché non avrei dovuto anteporre gli interessi della costruzione del comunismo, anzi addirittura la sua salvezza, agli interessi dei singoli comunisti?

Quando Corti lo mise su carta, il suo Stalin subì una doppia squalifica: e da parte del Pci e, fatto meno comprensibile, da parte della Dc. Corti, d’altronde, è sempre stato considerato un irregolare all’interno dei confini patrii. Troppo cattolico, anche per molti cattolici. Non così all’estero, dove il suo Stalin fu tradotto in russo da alcuni dissidenti che lo fecero circolare tramite samizdat, l’editoria clandestina, e poi in polacco, valendogli, da parte dell’allora governo in esilio a Londra, l’onorificenza di “Cavaliere di Polonia”. Qui in Italia, grazie a Fabbri, rimase in cartellone solo tredici giorni, attirandosi le critiche della stampa di ogni colore, ma anche l’elogio del maggiore critico e storico italiano di teatro del Dopoguerra, Mario Apollonio, che la definì «una delle più grandi tragedie del Novecento». Un lavoro che valse a Corti anche un altro impensato riconoscimento, quello sotto forma di lettera dell’allora ambasciatore italiano a Mosca, Luca Pietromarchi, che trovò nell’opera dello scrittore brianzolo una mirabile e perfetta descrizione del comunismo.

Stalin a un ufficiale: Che eseguiate qualsiasi ordine senza meravigliarvene. Meravigliarsi è già incominciare a cedere.

Processo e morte di Stalin non è solo questo. Non è solo un testo fieramente anticomunista, in cui l’autore ha riversato tutta la propria esperienza personale (ha fatto la campagna di Russia) e anni di studi meticolosi (ogni battuta ha il suo riferimento storico), ma è la più lucida e acuta analisi di quale sia l’errore che sta alla base del comunismo: l’essere una religione che, in nome di un perfetto umanesimo ateo, finisce col calpestare gli uomini imperfetti. La genialità di Corti sta nell’aver fatto esprimere tale verdetto al suo campione, Stalin, immaginandolo al cospetto dei congiurati del Politburò che lo processano per aver tradito l’essenza del marxismo-leninismo. Ad essi Stalin s’oppone rivendicando una verginale innocenza: «Io non sono che un pratico, un realizzatore, nessuno seguì con più coerenza di me gli insegnamenti di Lenin». Ecco perché l’opera di Corti non ha avuto successo. Tesi troppo controcorrente. L’ha riconosciuto lo stesso autore: «I comunisti, è vero, avevano già dato il via alla destalinizzazione, ma lì, nel mio lavoro, c’era un attacco frontale al comunismo in sé: Stalin e la sua politica di sterminio visti come logica ed estrema conseguenza del pensiero di Lenin, non come deviazione».

Stalin: Se gli uomini non si spogliano da se stessi della loro vecchia pelle, ci siamo qui noi per strappargliela di dosso.

Lo Stalin di Corti è il tiranno della tragedia greca, è il Riccardo III di Shakespeare. In lui si personifica la più antica di tutte le tentazioni umane: la sfida a Dio. Per questo è un personaggio magnificamente eterno e attuale. Quando Branciaroli ha letto il testo non ha potuto far altro che esclamare: «Stalin sono io!». Corti ha saputo condensare nella figura del dittatore il fascino ancestrale che alberga nel cuore degli uomini da che hanno messo piede nel giardino dell’Eden, quello di fare a meno del loro Creatore. Ma questo tentativo di ridurre «il vecchio cielo a una contrada qualsiasi dell’azione umana» cozza continuamente contro il muro della titubante condizione umana, che è per sua natura bisognosa d’altro per compiersi. È su questo che lo Stalin di Corti non si dà pace: «Il nostro guaio sta tutto nel fatto che gli uomini non vogliono spogliarsi della loro natura corrotta: ogni altro nostro guaio è contenuto in questo, come la pianta nel seme. Ecco cos’è che ogni volta ci impedisce la soglia del mondo nuovo, del paradiso in terra. A volte mi sembra d’aver contro un’invisibile mano… o piuttosto una spada… una spada che puntualmente ci ferma e ci ributta indietro».

Stalin: Capisci che razza d’impresa è la nostra? Noi stiamo costruendo una società mai vista prima: di uomini non solo liberi dal bisogno e dall’ignoranza, non solo dall’oppressione dello Stato e da qualsiasi autorità che li possa comunque costringere, ma liberi anche dal male.

C’è sempre un errore che perseguita i progetti del mondo senza macchie, un fattore spurio che non permette la perfetta realizzazione dell’utopico. Eppure le intenzioni erano buone. «Eppure – dice Stalin – ciò che il marxismo prescrive, noi lo abbiamo scrupolosamente eseguito». Sulle premesse del comunismo – e di qualsiasi ideologia – s’impernia il cuore dell’attacco di Corti: a un paradiso tanto perfetto non può accedere un abitante indegno. «Abbiamo trasformato l’ambiente – dice un corrucciato Stalin – e ciononostante gli uomini ostinatamente si rifiutano di trasformarsi; ecco: sono loro, gli uomini, che non rispondono. Tutta quanta la restante materia docilmente si trasforma: invece la materia uomo resiste caparbia. È lì dunque, sugli uomini, che dobbiamo agire con maggior energia, e senza più perdere tempo. Senza più perdere tempo».

Caganovic: Perché li avete uccisi?
Stalin: I singoli individui? Farneticate Ca-
ganovic? Che importanza può avere per noi il singolo?
Caganovic: Ma fucilare degli uomini fedeli, è cosa assolutamente immorale.
Stalin: Perché? Per noi è morale, e buono, e quindi deve essere fatto, tutto ciò che giova alla costruzione del comunismo: nient’altro.

La violenza è l’inevitabile corollario di questa premessa. Quando Malencov, Beria, Crusciov e gli altri membri del Politburò lo processano con l’accusa di aver tradito il comunismo per aver mandato a morte tanti compagni che avevano creduto nella rivoluzione, Stalin sbotterà in una delle frasi più significative dell’opera: «Cosa vorreste? Essere anticristi verso tutti gli altri, e invece cristiani fra voi? Voi pretendete d’applicare la nostra morale agli altri, mentre invece, quando si tratta di voi, vorreste applicare il principio oscurantista: “Non ti è lecito uccidere il tuo fratello!”. E perché non è lecito? Chi lo dice? Dio lo dice: lo sapete o no? E vorreste tornare sotto il giogo di Dio, voi, moderni uomini liberi?».

Stalin ai congiurati: Io vi vedo già divorarvi fra voi, come avverrà infallibilmente, e ne godo. Così il mio odio è più grande del vostro.

Eppure nemmeno Stalin riesce a essere fino in fondo all’altezza del compito che s’è assegnato. Corti ce lo presenta in tutta la maestosità del dittatore feroce che annusa l’avvicinarsi dei nemici, circondato ma mai domo («Sapete che cosa fa il contadino coi lupi? Li stermina. Vedremo chi si stancherà prima, se io di ammazzarli, o loro di essere ammazzati»). Ma anche stanco, acciaccato, nostalgico, che vive solo «come un lebbroso, nella mia stessa casa». Un vecchio tormentato dai ricordi e dai rimorsi, che ha come unici interlocutori le statue mute di Lenin, cui si rivolge in incessanti monologhi. Un uomo che – sono notizie storiche – ha sacrificato la sua famiglia, la moglie suicida, il figlio rinnegato mentre era in un lager nazista, tutti i suoi congiunti in nome dell’idea: «Su quattro cognati, non ho potuto evitare di fucilarne due, e su cinque cognate, sono stato costretto, assolutamente costretto, a deportarne quattro».

Olga: Non vedete che la vostra azione non può produrre uomini nuovi, ma soltanto nuovi cadaveri?

Eppure in questo tragico fortilizio esistenziale, pare, ad un certo punto, irrompere una figura angelica, Olga, la nuora. A lei Stalin confiderà la sua solitudine, il suo bisogno, la necessità di non sentirsi, almeno nell’intimo, «un mostro». Nello spettacolo è l’unico personaggio cui è consentito di sfiorare il dittatore. Tutti gli altri stanno tre passi indietro. Tra loro e Stalin v’è la distanza del dibattito dialettico, la lotta delle parole per far accreditare la teoria più convincente. Anche con Olga, a tratti, è così: «A volte mi sembra quasi di parlare non con un uomo, ma con un libro», dirà. «E con un libro non si può parlare». Ma per altro verso, Olga è l’unica a trapassare con le sue osservazioni elementari la scorza dottrinale del dittatore: «Se state costruendo la felicità degli uomini, perché queste incessanti sofferenze?». E ancora: «Vedete? Avete potuto industrializzare la nostra patria, grande quanto un continente, e state addirittura per raggiungere la luna, ma non potete cambiare la natura dell’uomo». Bisogno contro Tracotanza. Misericordia contro Necessità. Realtà contro Teoria. Potrebbe essere l’ultimo avvertimento prima della tragica fine, come un segreto presentimento di una qualche divinità, se su tutto non calasse la più tremenda delle bestemmie: «Donna senza cervello! La realtà siamo noi».

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