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L’imprenditoria italiana non si perda in un bicchiere d’acqua. Anzi, di caffè

marzo 3, 2017 Francesca Parodi

La vicepresidente dell’Istituto Bruno Leoni spiega cosa dovrebbe imparare l’Italia dalla prossima apertura a Milano della catena americana di caffetteria Starbucks

sturbucks-milano

La polemica sulla prossima apertura di Starbucks in Italia è vuota e priva di fondamento. A dirlo è Serena Sileoni, vicepresidente dell’Istituto Bruno Leoni, che lascia al futuro esito di questa iniziativa il beneficio del dubbio: «Non si sa come andrà a finire, se il marchio di caffetteria americano piacerà o meno agli italiani, ogni congettura è pura ipotesi. Ci sono stati diversi casi di McDonald’s aperti con successo in Italia e poi chiusi. Nessuno può prevedere cosa succederà in questo caso». La catena americana approderà per la prima volta in Italia nel 2018, occupando l’ex palazzo delle Poste in Piazza Cordusio a Milano. Quello che è sicuro, secondo Sileoni, è che «Starbucks non rappresenta un attacco all’italianità né una minaccia di alcun tipo. Si tratta semplicemente di fornire sul mercato un’offerta in più, che oltretutto molto spesso noi italiani andiamo a cercare all’estero». Ma non è solo questa l’unica contraddizione: «Siamo sempre molto fieri dei ristoranti italiani che aprono all’estero, eppure siamo restii all’importazione. Invece dovrebbe valere lo stesso principio: se esportiamo le nostre tradizioni all’estero, perché dovremmo essere poi chiusi quando accada il contrario e sono gli altri a venire da noi?». Di certo non sarà il caffè americano a minacciare il celebre e italianissimo espresso, perché si tratta di offerte diverse: «Se ho voglia di un espresso andrò al bar sotto casa. Da Starbucks cerco altro, per esempio la cosiddetta “esperienza”, l’atmosfera americana. Anni fa all’estero si entrava da Starbucks, per esempio, per avere la connessione wi-fi. Oggi saranno il mercato e i clienti a decidere se premiare o bocciare questa offerta».

Anziché perdersi nella banalità di queste polemiche, secondo Sileoni sarebbe più utile per noi italiani farci un esame di coscienza e concentrarci sui nostri punti deboli: «L’Italia è famosa per la pizza, eppure la più grande catena al mondo è Pizza Hut; noi abbiamo il gelato, ma il gelato più diffuso è Haagen-Daz. Gli imprenditori italiani non sono riusciti a creare dei marchi forti, identificativi, di qualità e quindi esportabili all’estero. Noi siamo molto affezionati all’idea del “piccolo e bello”, che pure ha una sua forza e un suo valore, ma il problema è che questo modello non è esportabile perché non regge la concorrenza. L’unica eccezione è Eataly, che ha saputo invece creare un modello molto grande e strutturato, riuscendo così ad approdare anche all’estero. La nostra resistenza ai grandi esercizi ci ha frenato anche dal punto di vista imprenditoriale ed è sempre in difesa di questa idea che ora si osteggia la multinazionale americana Starbucks».

Invece, la presenza di una catena concorrente potrebbe spingere gli esercizi italiani a diventare più competitivi, migliorando il servizio per garantire standard qualitativi più elevati. «Il buon mercato non è solo quello piccolo, fatto dal piccolo imprenditore-artigiano, a cui si oppone, nella nostra mentalità, il cattivo grande mercato. Se si vuole puntare all’estero servono una struttura grande e soprattutto una grande idea che vadano oltre l’esercizio di vicinato. Noi questi modelli ancora non li abbiamo ed è per questo che poi ci arrabbiamo quando dall’esterno arrivano altri che ci “rubano” il mercato».

Foto Ansa

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