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E l’Impostore cadrà nella polvere

agosto 23, 2017 Riccardo Paradisi

Ascesa, disincarnazione, trionfo e disfatta dell’Anticristo negli scritti profetici di Solov’ëv, Guénon e san Giovanni

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – L’imperatore dello Stato mondiale sarà «un convinto spiritualista», un asceta e un filantropo. «Amico non solo degli uomini ma anche degli animali». Vegetariano, «proibirà la vivisezione e sottoporrà i mattatoi a una severa sorveglianza; le società protettrici degli animali saranno da lui incoraggiate in tutti i modi». Sarà capace di «altissime dimostrazioni di moderazione, di disinteresse e di attiva beneficienza», teorico di una «via aperta verso la pace e la prosperità universale», dove «si uniscono il nobile rispetto per le tradizioni e i simboli antichi con un vasto e audace radicalismo di esigenze e direttive sociali e politiche, una sconfinata libertà di pensiero con la più profonda comprensione di tutto ciò che è mistico, l’assoluto individualismo con un’ardente dedizione al bene comune, il più elevato idealismo in fatto di princìpi direttivi con la precisione completa e la vitalità delle soluzioni pratiche».

Laico ma estimatore del messaggio cristiano, non avrà per la figura di Gesù un’ostilità di principio, anzi ne riconoscerà la storicità e l’altissimo insegnamento umano. Della Parola respingerà tuttavia certi passaggi così radicali, come quel «sono venuto a portare la spada» (Mt 10,34). Che bisogno c’è infatti di opporre resistenza al male, fino al sacrificio, se l’appetito e l’inquietudine degli uomini si possono appagare saziandone i bisogni? Che bisogno c’è di dire che «il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11,12)se gli uomini possono essere ammansiti in terra dalla pace secondo il mondo? La radicalità di Cristo può generare scandalo, disturbare l’unità a cui mira il nuovo mondo dello Stato planetario, come può turbare quella pretesa di unicità proclamata nel Vangelo: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Perché questa urgenza, questa necessità di mancare così di riguardo a tanti altri magisteri, compreso l’ultimo dell’imperatore filantropo che armonizzandoli li eredita tutti? Ma soprattutto c’è un’ultima cosa che davvero al sentire dell’imperatore risulta inaccettabile e intollerabile, così tanto da avvertirvi una minaccia mortale alla pace del suo regno conseguita dopo tanti dissidi e dimostrazioni di persuasiva potenza per piegare e sedurre i riottosi, gli irriducibili, gli inquieti. Quell’idea che Cristo sia vivo, che sia risorto: «Lui non è tra i vivi – si ripete l’imperatore – e non lo sarà mai. Non è risorto, non è risorto, non è risorto! È marcito, marcito nel sepolcro…».

L’imperatore del mondo, fin qui descritto da Vladimir Solov’ëv, è naturalmente l’Anticristo: «Colui che nega che Gesù è il Cristo» (1Gv 2,22). I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, opera compiuta la domenica di Pasqua del 1900, è un testo profetico. Solov’ëv vi prevede che il secolo ventunesimo sarà l’epoca delle ultime grandi guerre, delle discordie ideologiche e delle rivoluzioni, mentre l’epoca che seguirà vedrà la scomparsa delle vecchie nazioni e il formarsi delle grandi entità sovrastatuali assieme all’avvento di una nuova religiosità, vaga e indefinita, dai contorni umanitari ed ecumenici, dominata dal regime delle sensazioni e delle immagini.

La parodia per eccellenza
Al di là delle datazioni storiche che lasciano il tempo che trovano – «Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa» (Mt 24,36) – Solov’ëv tuttavia, considerati i vettori dominanti dell’attuale ciclo epocale, fornisce una verisimile possibilità delle forme con cui potrebbe avvenire in un indeterminato futuro l’incarnazione del Male. Soprattutto evidenzia la natura di impostore dell’Anticristo, la sua cifra scimmiesca e parodistica rispetto alla maestà autentica del Cristo. E del resto, menzognero sin dal principio (e omicida, di vita e di verità), l’Anticristo è nient’altro che l’Impostore incarnato e il suo regno grottesco, come scriverà René Guénon ne Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, «altro non sarà che la “grande parodia” par excellence, l’imitazione caricaturale e “satanica” di tutto ciò che è veramente tradizionale e spirituale».

Non è un materialista l’Anticristo, il suo progetto «non sarà più il “regno della quantità” che era soltanto il culmine della “antitradizione”; al contrario, col pretesto di una falsa “restaurazione spirituale”, sarà una specie di reintroduzione della qualità in tutte le cose, ma di una qualità presa a rovescio del suo valore legittimo e normale». Sta qui la grande abiezione, nel confondere l’impersonalità con l’indistinzione, l’universalità con l’omologazione, nel potere di compiere infine prodigi e meraviglie, tra tutte trasformare le pietre in pane, magari coi sussidi e la democratizzazione dei piaceri per averne molti prostrati ai suoi piedi, ad adorarlo. E tuttavia egli sa che la sua catena è misurata perché «il principe di questo mondo è già stato condannato» (Gv 16,11). Da qui la sua inquietudine e il suo dissimulato odio per il Risorto la cui eruzione si manifesterà nel racconto di Solov’ëv di fronte ai rappresentanti delle Chiese perseguitate, cattolica, ortodossa e protestante. I quali dopo aver dato testimonianza della loro fede lo intimano a riconoscere in Gesù Cristo il figlio di Dio incarnato, che è resuscitato e che verrà di nuovo.

Il disvelamento della Bestia
A questo punto viene innescata nel racconto la dinamica del disvelamento dell’autentica natura dell’imperatore: che si rivelerà appunto come la Bestia, il figlio della perdizione. Ma il suo scatenarsi in terrore e persecuzioni – dopo che nel cielo sarà apparsa «una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle» (Ap 12,1) – sarà contiguo alla fine del suo dominio e all’avvento del Regno. Siamo all’ultimo atto della partita finale cominciata con l’evento del Golgotha: l’apparente vittoria, come allora con la morte di croce di Cristo, si rovescia nella più rovinosa disfatta. Il serpente antico è di nuovo precipitato, con chi l’ha adorato, nell’abisso, nello stagno di fuoco e di zolfo.

Il destino della più superba e della più miserabile delle creature, il migliore dei tattici, il peggiore di tutti gli strateghi, era già stato segnato ab origine: «Ho visto Satana cadere come la folgore» (Lc 10,18). Dopo la grande tribolazione, per chi avrà perseverato, finalmente la visione di Patmos: «Poi vidi un cielo nuovo e una terra nuova, perché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi e non c’era più il mare. E io, Giovanni, vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da parte di Dio: splendente, bella come una sposa alle sue nozze. (…) “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! (…) E non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né dolore, perché tutte le cose di prima sono scomparse”. (…) E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (Ap 21,1-5).
La fine sarà dunque più dell’inizio: l’uomo meta delle gerarchie, la terra che diventa sole.

Foto Ansa

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