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Impedite le visite ai pastori in carcere in Sudan: «Rischiano la pena di morte»

giugno 12, 2015 Benedetta Frigerio

L’avvocato Mohaned Alnour Mustafa: «La famiglia non può incontrarli. Il 15 comincia il processo, l’Occidente non ci abbandoni». Antonella Napoli (Italians for Darfur): «Firmate la petizione»

peter yenHanno iniziato lo sciopero della fame i due pastori protestanti accusati di blasfemia, spionaggio e attentato all’ordine pubblico e che rischiano di essere giustiziati dallo Stato sudanese. «Li hanno spostati dalla prigione di Omdurman in un carcere federale di massima sicurezza e ora ci è stato impedito di vederli». A parlare è Mohaned Alnour Mustafa, l’avvocato musulmano che difese con successo Meriam Yaha Ibrahim, la cristiana fuggita dal Sudan dopo aver scampato la morte per apostasia, e che ora ha deciso di difendere anche i due reverendi Peter Yen Reith (nella foto a destra) e Yat Michael (sotto a sinistra).

IL TRASFERIMENTO. «Non solo io ma anche la loro famiglia non può incontrarli, nonostante ne abbiamo fatto richiesta alle autorità». L’ultima volta che l’avvocato ha visto i suoi clienti è stato lo scorso 31 maggio, quando si è chiusa la fase delle indagini. Il 3 giugno, poi, tre pastori protestanti americani hanno fatto visita ai due, ma uno di loro, il reverendo William Devli, è stato detenuto per più di un’ora dopo che le guardie si sono accorte che era in possesso di una macchina fotografica. Successivamente Reith e Michael sono stati trasferiti.

yat michaelIL CASO. La vicenda era cominciata lo scorso dicembre quando Michael venne arrestato dopo aver pronunciato un sermone in una chiesa protestante a Khartoum. A gennaio era stata la volta di Reith, arrestato per averlo difeso. Secondo il Morning Star News i servizi segreti, che li avevano arrestati e accusati, avrebbero anche chiesto 12 mila dollari per la loro liberazione. Normalmente, invece, i pastori protestanti, data la legge islamica che vige in Sudan, per cui è vietato convertirsi dall’islam a qualsiasi altra religione, vengono arrestati ed espulsi dal paese. È la prima volta quindi che viene avviato un processo per un reato che prevede la pena di morte.

E L’OCCIDENTE? Per questa ragione anche la Ong Italians for Darfur è intervenuta cercando di mobilitare la comunità internazionale. La presidente, Antonella Napoli, spiega a tempi.it: «Abbiamo fatto girare una petizione, come accadde nel caso di Meriam, che ha raccolto migliaia di firme, anche se ne servono ancora molte per raggiungere i risultati ottenuti per la liberazione della donna cristiana». La Ong, continua la sua battaglia su un tema che pare non interessare l’Occidente ma che riguarda «la situazione di tanti cristiani crudelmente perseguitati». Per questo l’associazione ha inviato anche alla commissione dei Diritti umani del Senato un’iniziativa e lo stesso ha fatto con il Parlamento europeo.
L’avvocato musulmano, quando scoppiò il caso disse a tempi.it: «La situazione dei cristiani è sempre a rischio e la loro libertà viene limitata per paura che il cristianesimo si diffonda. I casi sono molteplici e se ne sentono ogni giorno di nuovi. Questa è una violenza inaccettabile, perché non si può negare a nessuno il diritto fondamentale di professare il proprio credo». E pur rischiando ritorsioni per la sua azione aveva continuato: «Sono pronto a difendere qualsiasi cristiano perseguitato per la sua fede». Il 15 giungo comincerà il dibattimento e anche questa volta «ci batteremo ma chiediamo alla comunità internazionale di non abbandonarci».


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