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Immigrati: molta prigione, poca integrazione

gennaio 1, 1999 Tempi

Il grafico della settimana

Inutile nascondersi dietro a un dito: il problema dell’alto tasso di devianza degli immigrati stranieri esiste; non lo risolveranno misure razziste come la rilevazione delle impronte digitali delle dita dei piedi o demagogiche come la reintroduzione dei lavori forzati per i detenuti, ma nemmeno la negazione dell’evidenza o la semplicistica attribuzione delle responsabilità al modello di sviluppo capitalista e alle colpe dell’imperialismo. Il 13 dicembre scorso la Fondazione Cariplo per le Iniziative e lo Studio sulla Multietnicità (Ismu) ha presentato a Milano il suo Quinto Rapporto sulle Migrazioni. I numeri parlano chiaro: nei sei anni che vanno dal 1992 al 1998 in Italia il numero degli immigrati stranieri denunciati e di quelli arrestati è quasi raddoppiato: da 45.739 a 89.457 i primi, da 14.497 a 27.282 i secondi. Gli stranieri incarcerati, al 31 dicembre 1998, erano 12.686, pari al 25,4 per cento dell’intera popolazione carceraria italiana: in Italia, dunque, un detenuto su quattro è straniero. Quando si passa al raffronto fra i dati relativi alla popolazione italiana e quelli inerenti gli immigrati, gli indicatori risultano ancora più allarmanti: il tasso di detenzione degli italiani è pari a 65 incarcerati ogni 100 mila abitanti, ma fra gli immigrati, clandestini compresi, il tasso svetta a 1.014 detenuti ogni 100 mila stranieri: 15,6 volte di più! Scarti un po’ più bassi, ma sempre molto forti, per quanto riguarda i denunciati e gli arrestati: fra gli stranieri che vivono nel nostro paese sono rispettivamente 4 e 9 volte di più che fra i residenti italiani. Il fenomeno non è soltanto italiano: in tutti i paesi di Europa i denunciati, gli arrestati e i detenuti stranieri sono molto più numerosi di quelli nazionali. È vero però che l’Italia è superata soltanto dalla Spagna per quanto riguarda lo scarto fra il tasso di detenzione degli stranieri e quello dei nazionali, che nella patria di Cervantes arriva a 16. D’altra parte nei paesi dove lo scarto è più basso, come Francia e Svizzera (5 e 6 rispettivamente), il dato non è affatto trasparente, in quanto occulta il fatto che molti detenuti di nazionalità francese e svizzera sono in realtà stranieri naturalizzati. La morale che si trae da questi dati è piuttosto facile da delineare: l’emigrazione motivata da povertà e connotata da bassi tassi di scolarizzazione e formazione professionale rappresenta di per sé una condizione di fragilità ed esposizione alla devianza. I cui alti tassi non dipendono da fattori razziali o etnici, ma socio-economici. La strategia di risposta al problema (che non sparirà mai, questo è certo) consiste in quella che pomposamente la legge 40/98 (la cosiddetta Turco-Jervolino) definisce “politica dei flussi migratori”: l’Italia dovrebbe far entrare sul suo territorio quella quantità di stranieri che è in grado di inserire nel suo sistema economico, scolastico e formativo. Finora non ha neanche cominciato a farlo.

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