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Ilva, i pm vogliono processare 53 persone. Qui si pone qualche serio dubbio scientifico sulle loro “maxiperizie”

marzo 7, 2014 Luigi Amicone

La procura di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio di tutti gli indagati per “disastro ambientale”. Per l’epidemiologo dei tumori Diego Serraino «l’ideologia ha vinto sulle evidenze»

ilva-tempi-copertinaIeri il procuratore capo di Taranto, Franco Sebastio, il procuratore aggiunto Pietro Argentino e i sostituti procuratori Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile, Remo Epifani e Raffaele Graziano hanno chiesto all’ufficio del gip del tribunale cittadino il rinvio a giudizio per tutti i 53 indagati nell’inchiesta sul presunto disastro ambientale causato dall’Ilva. Insieme ai padroni dell’acciaieria, Emilio, Fabio e Nicola Riva, i magistrati chiedono dunque al tribunale di processare anche anche il governatore della Puglia Nichi Vendola.
In particolare, spiega l’agenzia Ansa, «la richiesta riguarda vertici vecchi e nuovi dell’Ilva prima del commissariamento, un assessore regionale (Lorenzo Nicastro), un deputato ed ex assessore della Puglia (Nicola Fratoianni), consiglieri regionali, l’ex presidente della Provincia di Taranto Giovanni Florido, il sindaco del capoluogo ionico, Ippazio Stefàno, dirigenti e funzionari ministeriali e della Regione Puglia, un poliziotto, un carabiniere, un sacerdote, nonché uno stuolo di dirigenti ed ex dirigenti del Siderurgico tarantino. (…) A 11 indagati la procura contesta il reato di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale e a reati contro la pubblica amministrazione, nonché l’avvelenamento di acque e sostanze alimentari. Tra le imputazioni, anche quella di omicidio colposo per due “morti bianche” all’Ilva».

Pubblichiamo di seguito alcuni stralci del servizio di Luigi Amicone dedicato alle indagini sul caso e pubblicato nel numero di Tempi attualmente in edicola.

(…) Toccherà ai giudici valutare la consistenza delle perizie che in questi due anni hanno motivato la lunga serie di atti giudiziari emessi dalle toghe tarantine. In sintesi, secondo le perizie accolte nelle carte dell’accusa, in tredici anni, dal 1998 al 2010, a Taranto sarebbero morte 386 persone a causa delle emissioni dell’Ilva. Questo dato delle 386 vittime dell’Ilva, inizialmente contenuto nella relazione che i periti Annibale Biggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere consegnarono nel gennaio 2012 al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Taranto, Patrizia Todisco, sarebbe stato confermato da altri studi e spiegherebbe la ragione dell’inflessibilità mostrata dalla procura nei riguardi di quanti hanno avuto a che fare con la conduzione di un’azienda, a detta del gip Todisco, responsabile di «malattie e morte».

In particolare, nella “maxiperizia” esposta nel corso dell’incidente probatorio del 2012, emerse la conferma che tra il 1998 e il 2010, su un campione di 321.356 residenti nei comuni di Taranto, Statte e Massafra, «sono attribuibili alle emissioni industriali 386 decessi totali». Inoltre «sono altresì attribuibili 237 casi di tumore maligno, 247 eventi coronarici, 937 casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie, 17 casi di tumore maligno in età pediatrica».

Una sintesi di questi dati è stata pubblicata nel numero del 24 dicembre 2013 del Journal of Environmental and Public Health, nell’articolo intitolato “Ambiente e salute nei siti contaminati: il caso Taranto” a cura di Roberta Pirastu, ricercatrice del dipartimento di biologia dell’Università la Sapienza di Roma e animatrice del progetto Sentieri (Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento), che monitora la salute dei residenti di 44 dei 57 Siti di interesse nazionale per le bonifiche (Sin). L’articolo è inoltre sottoscritto dai colleghi della Pirastu che hanno partecipato agli studi su Taranto (Pietro Comba, Ivano Iavarone, Amerigo Zona, Susanna Conti, Giada Minelli, Valerio Manno, Antonia Mincuzzi, Sante Minerba, Francesco Forastiere, Francesca Mataloni, Annibale Biggeri).

(…) È importante – e alquanto singolare – la scelta di pubblicare una revisione dei dati epidemiologici relativi a Taranto su una rivista scientifica di bassa qualità, edita in Egitto, senza impact factor (cioè non viene spesso citata da altri autori), Open Access, ovvero appartenente al genere di riviste che devono ancora guadagnarsi reputazione scientifica e per le quali non di rado la pubblicazione è accompagnata dal versamento di un assegno (cioè si pubblica a pagamento).

Qualcosa non torna. In effetti, come osserva uno dei più noti epidemiologi dei tumori, Diego Serraino, direttore del Registro tumori del Friuli Venezia Giulia e della struttura operativa complessa di Epidemologia e Biostatistica dell’Irccs Centro di riferimento oncologico di Aviano, quello che non torna è l’affidabilità della ricerca. «Se veramente avessero dimostrato che l’inquinamento a Taranto ha causato quel tale disastro sanitario, perché dati così importanti non sono stati pubblicati su riviste consolidate? Per esempio, American Journal of Epidemiology o International Journal of Cancer? Mentre tutto il mondo scientifico epidemiologico cerca di far luce sulla relazione ambiente-malattie, il gruppo collaborativo italiano pubblica i risultati che hanno implicazioni enormi su riviste nuove, Open Access, senza impact factor. In questo caso, mi pare, l’ideologia ha vinto sulle evidenze».

Ideologia? Ma questa è roba che potrebbe servire a sentenziare condanne pesantissime per almeno cinquantatré persone.
«Non credo. O per lo meno non sulla base di questi dati. Le conclusioni degli autori della review sono molto neutre. In pratica dicono, primo: che i dati dimostrano che bisogna procedere al risanamento ambientale a Taranto; secondo: che le malattie investigate hanno eziologia multifattoriale e quindi bisogna procedere a 360 gradi. Esattamente quello che dice la comunità scientifica internazionale: per rispondere alla domanda “quali malattie e – soprattutto – quale quota percentuale di queste malattie è attribuibile all’inquinamento ambientale” bisogna condurre molti e diversi studi di epidemiologia analitica dove si misurano le esposizioni individuali. Per arrivare a queste conclusioni, non c’era bisogno di condurre nessuno studio epidemiologico. Le industrie devono rispettare le leggi sulle emissioni indipendentemente dai risultati degli studi epidemiologici. La questione è ovviamente molto complessa, e ci sarà un motivo se l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Lione, Oms), il National Cancer Institute (Bethesda, Usa) e le più prestigiose università mondiali non riescono a quantificare gli eccessi di rischio. È ipotizzabile che queste istituzioni non si siano accorte che bastano differenze nei tassi di incidenza o di mortalità per scoprire le cause del cancro? Se così fosse, non mi stupirei che venissero chiuse. Ma non penso che questo succederà».

Dunque, anche sulla famosa “maxiperizia” del 2012, che imputa agli ultimi tredici anni di produzione industriale Ilva la responsabilità di 386 morti, di cui 237 causati da tumori, lei ha qualche perplessità. O sbaglio? 
«Dal mio punta di vista mi pare che l’ideologia abbia di gran lunga superato la difficile prova delle evidenze scientifiche. In assenza di evidenze forti, l’ostacolo è stato superato dicendo: a) che vicino all’Ilva ci si ammala e si muore di più; b) che l’ambiente deve essere rispettato. Due cose entrambe vere, ma che non dimostrano che l’inquinamento/disastro ambientale abbia causato quella situazione sanitaria».

Ci faccia capire meglio. 
«Provo a spiegarle brevemente la questione per tappe logiche. Punto primo. Così come non esiste l’infezione ma le malattie infettive, il cancro come malattia non esiste. Esistono le malattie neoplastiche che sono circa 230, molto eterogenee e accomunate dalla crescita cellulare abnorme. I fattori di rischio per queste malattie neoplastiche sono ben noti e solo due di questi sono necessari perché si formi un tumore: l’infezione da virus Hpv per il cancro della cervice e l’infezione da virus Kshv (prima si chiamava Hhv8) per il sarcoma di Kaposi. Senza queste infezioni non ci sono questi due tumori. Ma da sole, queste due infezioni non possono causare i due tumori (in pratica, sono condizioni necessarie ma non sufficienti). Per tutti gli altri tumori, l’eziologia è multifattoriale: più cause concorrono all’insorgenza del tumore. Le evidenze attuali dicono che le esposizioni ambientali (quelle non evitabili dalle persone – esclusi quindi stili di vita, fattori occupazionali, familiarità eccetera) sono responsabili, in media, del 2 per cento dei tumori. I tumori per cui la relazione è certa sono il tumore del polmone e – con meno sicurezza – il tumore della vescica. Per le altre sedi, a oggi non vi sono evidenze certe ma risultati discordanti da vari studi.
In pratica, sappiamo che inquinamento atmosferico vuol dire aumento del tumore del polmone e della vescica. Va però detto che la principale fonte dell’inquinamento atmosferico è il traffico veicolare, seguito da inquinamento di origine industriale e da riscaldamento domestico. In sintesi, di 100 tumori del polmone, 90 sono dovuti al fumo, 5 all’inquinamento e 5 a vari altri fattori. Domanda: quanti di quei 5 casi su 100 sono dovuti all’inquinamento industriale? Ecco perché la risposta è complessa e perché a Taranto non è stata data. Inoltre, i tumori che si diagnosticano oggi non hanno nessuna relazione con l’inquinamento di oggi perché il tempo di latenza è di circa 30 anni: cioè, i tumori diagnosticati nel 2000 sono associati a esposizioni iniziate nel 1970».

In conclusione, quale idea complessiva si è fatto dei metodi scientifici usati a Taranto?
«L’idea complessiva che mi sono fatto, in sintesi, è questa: per i tumori, a Taranto come in altre situazioni – penso al caso Ferriera di Trieste di cui recentemente ho scritto qualcosa di abbastanza preciso (vedi Il Piccolo del 24 febbraio 2014, ndr) –, bisognerebbe studiare solo quanti casi di tumore del polmone e della vescica sono attribuibili all’inquinamento industriale (no fumo, no occupazione, no traffico veicolare) attraverso studi analitici. È più probabile che l’inquinamento atmosferico sia associato a malattie acute o sia un fattore scatenante su malattie pre-esistenti come quelle cardio-vascolari (infarto). Ma su queste non ho esperienza. In generale, i dati epidemiologici dovrebbero essere prima validati dalla circolazione su riviste scientifiche, possibilmente quelle internazionali consolidate, dove tutti noi ci possiamo confrontare. Così è stato per il fumo di sigarette, per i virus, per la dieta eccetera: il passaggio dei dati scientifici dai laboratori ai media via uffici giudiziari, non fa parte del metodo scientifico».

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2 Commenti

  1. taranto scrive:

    La perizia dei periti Annibale Biggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere è stata pubblicata sulla rivista Epidemiologia e Prevenzione, rivista dell’associazione italiana di epidemiologia.
    E’ sufficiente come attendibilità?

  2. taranto scrive:

    Quando il dott. Diego Serraino chiederà il trasferimento a Taranto per poter studiare sul campo gli effetti sulla salute della popolazione di:

    172.123.800 kg di monossido di carbonio;
    8.606.106.000 kg di biossido di carbonio;
    718.600 kg di composti organici volatili non metanici;
    8.190.000 kg di ossidi di azoto;
    7.645.000 kg di ossidi di zolfo;
    157,1 kg di arsenico;
    137,6 kg di cadmio;
    564,1 kg di cromo;
    1.758,2 kg di rame;
    20,9 kg di mercurio;
    424,8 kg di nichel;
    9.023,3 kg di piombo;
    23.736,4 kg di zinco;
    15,6 g di diossine;
    337,7 kg di idrocarburi policiclici aromatici;
    1.254,3 kg di benzene;
    356.600 kg di cloro e composti organici;
    20.063,2 kg di fluoro e composti organici;
    1.361.000 kg di polveri.
    (dichiarazione E-PRTR della stessa ILVA – anno 2010)

    potrà levarsi tutti i dubbi che solleva sulla presunta “ideologizzazione” che attibuisce ai suoi stessi colleghi.

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