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Ilaria Stagni: «Dopo 23 anni Bart Simpson è nel mio Dna, spero di doppiarlo ancora» – Audio

marzo 6, 2012 Paola D'Antuono

La doppiatrice Ilaria Stagni, storica voce di Bart Simpson e di numerose attrici straniere (Eva Longoria, Scarlett Johansson, Jennifer Lopez) racconta a Radio Tempi come ha trasformato la sua voce in un lavoro. E su Bart dice: «Ormai mi sento gialla, è nel mio Dna. Ma un mancato accordo con i produttori potrebbe mettere fine al mio “Ciucciati il calzino”»

“I doppiatori italiani sono i migliori al mondo”. Affermazione tanto banale quanto vera. Da quando si è andata consolidando la pratica di doppiare i film stranieri, i maestri della voce italiana hanno subito dimostrato al resto del mondo di avere una marcia in più. Merito della grande tradizione attoriale italiana, di una preparazione indiscutibile e di una tecnica da dieci e lode. Dalle grandi voci del passato, tra cui spicca l’inconfondibile Stallone/Ferruccio Amendola, agli ottimi interpreti contemporanei, Dario Penne, Luca Ward, l’intera famiglia Izzo, il mondo italiano del doppiaggio riscuote ancora un incredibile successo. Radio Tempi ha raggiunto una delle doppiatrici femminili più famose, Ilaria Stagni, che da ventitrè anni da la voce al pestifero Bart Simpson, per parlare con lei della sua grande passione per il cinema, diventata uno splendido lavoro. «Era inevitabile per me, mio padre e mia madre erano due doppiatori, ho respirato quest’aria sin da piccola».

 

Come hai mosso i primi passi nel mondo del doppiaggio?
Sono cresciuta nelle sale doppiaggio. Spesso i miei genitori mi portavano con loro e, mentre registravano, io correvo in un’altra sala per sostenere un provino. Ma i miei non volevano che intraprendessi questa strada così, quando venivo scelta per una parte, ero sempre costretta a rinunciare a causa loro. Dopo molto tempo e uno sciopero della fame, si sono convinti. Volevo davvero fare questo mestiere, me ne sono innamorata da subito, ma devo ammettere che mia madre e mio padre si sono comportati in maniera intelligente, rispettando la mia infanzia e facendomi lavorare con moderazione. I bambini vanno sempre rispettati, per loro questo mestiere dev’essere un gioco.

 

Anche tu figlio Jacopo ha intrapreso questa carriera
Perché anche lui come me è cresciuto in una famiglia di doppiatori. Ricordo che da piccolo aveva un’autentica passione per Winnie the Pooh: la sera chiamavo il doppiatore dell’orsetto e lo facevo chiacchierare al telefono con Jacopo, che la mattina, entusiasta, raccontava ai suoi amichetti dell’asilo che aveva parlato con Winnie the Pooh e nessuno gli credeva, invece era vero! Lui ha iniziato a lavorare in questo mondo per caso, come spesso succede: non siamo una casta, come molti credono, semplicemente quando siamo alla ricerca di voci di bambini le cerchiamo per prima cosa tra i nostri figli, per una questione di comodità, tutto qui. 

 

Oggi come definiresti il doppiaggio?
Pessimisticamente direi che è molto cambiato, anzi peggiorato. La crisi spinge sempre più a ottimizzare il più possibile, a ridurre i tempi e i costi e inevitabilmente a rimetterci è la qualità. Io ho avuto la fortuna di imparare dai maestri dell’arte del doppiaggio, quelli della generazione d’oro come Fede Arnaud e Mario Maldesi. Un tempo c’era la possibilità di imparare il mestiere con calma, ora tutto corre e devi essere pronto, anche se in realtà non sei preparato.

 

Ascolta l’intervista integrale a Ilaria Stagni

[podcast pid=117/]

Da un po’ di tempo a questa parte dovete anche subire la concorrenza di colleghi un po’ improvvisati
Si, purtroppo. In America queste cose non succedono ma in Italia spesso si scelgono calciatori o concorrenti dei talent show per doppiare, ad esempio, i film d’animazione. Peccato che in molti casi queste persone si approccino al lavoro essendo totalmente impreparate. Certo la cosa a volte può avere anche dei risvolti divertenti: una volta chiesero a Francesco Totti e alla moglie Ilary Blasi di doppiare un episodio dei Simpson. A un certo punto Francesco sbottò: «Ma io non ce la faccio, fatemè giocà a calcio ma questo no, è troppo difficile». Aveva ragione, non ci si può improvvisare doppiatori, anche perché il pubblico è molto più attento e molto meno stupido di quello che si crede.

A proposito di Simpson: da 23 anni sei la doppiatrice italiana di Bart
Si e sono felice di farlo, anche se in questo momento siamo un po’ in rotta con la produzione, che ci ha chiesto uno sconto del 50 per cento sulla paga che, ci tengo a dire, è in linea con i cache tradizionali del doppiaggio e non è nemmeno lontanamente paragonabile agli otto milioni di dollari a episodio che percepiscono i doppiatori americani. Abbiamo risposto “No, grazie” e loro ci hanno fatto sapere che organizzeranno dei provini per trovare le nuove voci.  Non sappiamo allo stato attuale quali saranno le nostre sorti, anzi invito i fan dei Simpson a ribellarsi a questa cosa. Per me sarebbe difficilissimo abbandonare Bart, è nel mio Dna, a volte io mi sento gialla. Quando succedono queste cose ti chiedi se davvero vale la pena continuare a fare questo mestiere.

 

Oltre a Bart Simpson tu intepreti anche Scarlett Johansonn, Jennifer Lopez, Eva Longoria: come fai a passare da un cartone animato a una bomba sexy?

Per me ormai è diventato abbastanza normale dopo tanti anni. La mattina esco di casa e vado a fare Bart, al pomeriggio divento Scarlett Johansonn e poi la sera interpreto la parte di una donna stuprata o una suora. Mi viene naturale, lo chiamo il Metodo Stanislavskij: guardo l’attrice e viene fuori la voce, del resto siamo attori anche noi, solo che lavoriamo con le voci.

Di recente hai anche prodotto un documentario dal titolo L’arte del doppiaggio
Un documentario molto bello, già ottimizzato in dvd ma ancora senza distribuzione. Ho intervistato grandi doppiatori, alcuni dei quali anche scomparsi come Sergio De Stefano, Claudio Capone, Oreste Lionello: è un viaggio nel nostro mondo, dagli inizia sino a oggi e sono molto fiera del risultato.

Una curiosità: come fai a mantenere la riservatezza sui film che doppi? Ti verrà voglia di raccontare a qualcuno la trama in anteprima
In realtà non è così semplice, perché ci sono dei film che effettivamente visioniamo prima, altri no. Quando ho girato La guerra dei mondi, per esempio, io e i colleghi potevamo vedere solo delle bocche con una mascherina nera che si apriva e si chiudeva, e la stessa cosa successe per Star Trek. Capisci quanto possa diventare complicato per noi distinguere le sfumature, i particolari su cui lavoriamo. Questa procedura si applica in caso di film molto importanti per impedire la pirateria o la diffusione di notizie sulla trama. A ogni modo i doppiatori devono sempre firmare un foglio in cui s’impegnano a non divulgare informazioni sui film.

Un’ultima domanda: consiglieresti questo mestiere?
In questo momento sinceramente no. Se riuscissimo a riconquistare la qualità persa, a ritrovarci come categoria, fare un discorso etico professionale allora si. Però al momento questo è un mestiere destinato a morire. Il lavoro scarseggia e tutte queste scuole di doppiaggio nate come funghi finiscono solo per illudere i ragazzi che vogliono fare questo mestiere. Speriamo che il futuro mi smentisca.

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