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Il Vaticano smonta le rivelazioni di Ali Agca sull’attentato a Giovanni Paolo II

febbraio 1, 2013 Redazione

«Il mandante era Khomeyni», rivela Agca in un libro. Ma il portavoce della Sala stampa della Santa Sede spiega che si tratta di una bugia

Il Vaticano, per bocca del direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, smonta la nuova autobiografia di Mehmet Ali Agca. Il libro, uscito ieri per Chiarelettere, sostiene che il mandante del tentato assassinio di Giovanni Paolo II sarebbe stato l’Ayatollah Khomeyni. Riportiamo di seguito la nota di padre Lombardi.

La casa editrice Chiarelettere ha distribuito nelle librerie il 31 gennaio un nuovo libro con cui probabilmente si attende un altro colpo di successo. Si tratta di una nuova (non è la prima!) autobiografia di Mehmet Ali Agca: Mi avevano promesso il Paradiso. La mia vita e la verità sull’attentato al Papa, raccontata al popolo con indubbia perizia con l’aiuto di un esperto ghost writer che conserva l’anonimato.

Veniamo subito al dunque. La rivelazione centrale sarebbe – finalmente, dopo 32 anni! – quella del vero mandante del tentato assassinio del Papa Giovanni Paolo II, cioè l’Ayatollah Khomeyni!

Naturalmente il killer aveva rispettato finora un rigoroso segreto su questo mandato. A un’unica persona egli avrebbe detto la verità. A Giovanni Paolo II, nel corso del famoso colloquio nel carcere di Rebibbia, il 27 dicembre 1983. Questo colloquio rappresenta naturalmente uno dei passaggi cruciali del libro, e il dialogo è raccontato con vivacità e dovizia di particolari (pp.161-168). Dopo un primo scambio a proposito del terzo segreto di Fatima, il Papa avrebbe posto esplicitamente la domanda cruciale: “Chi ti ha mandato ad uccidermi?” e davanti al disagio di Agca avrebbe continuato: “Ti dò la mia parola d’onore che quanto mi dirai resterà per sempre un segreto fra me e te”. Ed ecco la risposta sconvolgente che svela “il grande segreto”: “Sono stati Khomeyni e il governo iraniano a ordinarmi di ucciderti”. Una terza parte del dialogo in carcere avrebbe poi riguardato l’invito del Papa ad Agca a convertirsi al cristianesimo, corroborato dal racconto che Agca gli faceva di una sua visione impressionante: “Stavo in croce come fossi Gesù Cristo, ecc. ecc.”.

Secondo Agca, il Papa ha tenuto fede alla promessa di segretezza, ma egli ora ritiene giunto il tempo di svelare il grande segreto perché, raggiunta il 18 gennaio 2010 la libertà definitiva e rinnegato il fanatismo del “nazifascismo islamico”, di cui era schiavo, può “scrivere la verità sulla sua vita, la verità sull’attentato a Wojtyla, il grande segreto che nessuno ha mai conosciuto” (p. 184).

Questa volta dobbiamo credere ad Agca?

Penso proprio di no. Mi sono preoccupato di fare le verifiche che mi spettavano più direttamente e che potevo compiere con persone precise dell’ambito vaticano su quanto affermato nel libro.

Ho incontrato e interrogato il card. Stanislaw Dziwisz su alcuni punti molto concreti. Anzitutto, naturalmente, sul colloquio in carcere fra Giovanni Paolo II ed Agca. Il Segretario di Giovanni Paolo II ha una memoria molto viva, in particolare di tutto ciò che riguarda l’attentato. E non c’è da stupirsene. Ora, il Segretario del Papa era presente al colloquio nella cella, naturalmente con il consenso del Papa e, anche se non vicinissimo, poteva sentire con sicurezza il colloquio. La sua testimonianza è quindi fondamentale. Egli conferma come i due interlocutori abbiano parlato del segreto di Fatima e dell’inspiegabilità della sopravvivenza del Papa, ma nega recisamente e assolutamente che si sia parlato dei mandanti e dell’Ayatollah Khomeyni, e che il Papa abbia invitato l’attentatore a convertirsi al cristianesimo. Nega anche quanto viene detto nel libro su una successiva lettera di Giovanni Paolo II ad Agca per tornare a invitarlo alla conversione (p.176): secondo il Segretario una simile lettera non c’è mai stata.

Nel libro si parla anche di “diverse lettere dell’allora card. Joseph Ratzinger”, presentate come “lettere spirituali nelle quali dice di pregare assieme al Papa per me, e di pregare anche per la mia conversione” (p.176). Per scrupolo, mi sono preoccupato di sapere oggi dall’”allora card. Ratzinger”, se veramente aveva scritto delle lettere ad Agca. E la risposta è stata molto chiara: che egli aveva sì ricevuto delle lettere da Agca (non bisogna stupirsi, perché molti ne hanno ricevute: anche io!), ma non aveva mai risposto.

Naturalmente Agca dice di aver stracciato tutte queste lettere papali e cardinalizie perché era “ancora un combattente islamico e non poteva tenere con sé testi simili”. Ma guarda un po’…

Si potrebbe continuare. Ad esempio, l’Agca del libro lascia intendere alcune volte che in Vaticano si prendesse in considerazione anche la “pista islamica” come spiegazione dell’attentato al Papa. E cita a questo proposito delle presunte dichiarazioni di Joaquin Navarro-Valls, che nel contesto della scomparsa di Emanuela Orlandi nel 1983 avrebbe detto: “Potrebbe trattarsi di fondamentalisti musulmani che si illudono di poter liberare Agca”. Il libro afferma: “Il Vaticano fa vedere di aver capito. C’è il fondamentalismo islamico dietro il rapimento di Emanuela e, dunque, dietro l’attentato a Giovanni Paolo II” (p.153). Ma Navarro-Valls diventerà portavoce solo il 4 dicembre 1984 e nega recisamente di essersi occupato della scomparsa di Emanuela e di aver mai preso in considerazione una “pista islamica” dell’attentato.

Anche il card. Dziwisz nega risolutamente che in Vaticano si sia considerata come attendibile una “pista islamica”, anzi sembra che proprio non se ne sia praticamente mai parlato. Del resto è del tutto incredibile che, se il Papa ne fosse stato veramente informato e ci avesse creduto, non ne fosse neppure trapelato il minimo sentore.

Questa vita romanzata di Ali Agca riprende molte cose da lui già scritte in precedenza, conferma la sua politica di depistaggio sistematico degli inquirenti, nega le piste che centravano l’attenzione sull’Est europeo, ma cerca soprattutto di costruire uno scoop internazionale: l’Ayatollah Khomeyni, l’Iran, l’islam “nazifascista”, sono la vera spiegazione della volontà di uccidere il Papa come punto cruciale della guerra finale contro l’odiato occidente cristiano.

Per parte mia, ho presentato alcuni riscontri negativi precisi sulla base di testimonianze attendibilissime:

Non è vero che Agca avesse parlato al Papa dell’Ayatollah Khomeyni e dell’Iran come mandante nel corso del colloquio in carcere (e questo è un punto cruciale del libro!).

Non è vero che in Vaticano si ritenesse fondata una pista islamica. Non è vero che Giovanni Paolo II abbia invitato Agca a convertirsi al cristianesimo e gli abbia inviato una lettera in carcere.

Non è vero che il Card. Ratzinger abbia scritto delle lettere ad Agca. Non è vero che Navarro-Valls abbia voluto far riferimento a una pista islamica del caso Orlandi e dell’attentato al Papa.

Insomma, praticamente tutto quello che era di mia competenza e che ho potuto verificare è falso.

Le oltre cento versioni dei fatti che finora Agca ha dato e a cui ora si aggiunge quest’ultima sono un po’ troppe perché adesso possiamo credergli.

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