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Il Vaticano contro la guerra dei droni: «Decidere su vita e morte è una responsabilità da uomini»

dicembre 4, 2013 Silvano M. Tomasi

Il rappresentante della Santa Sede all’Onu pone al mondo le enormi questioni etiche aperte dalla proliferazione delle armi tecnologiche

Pubblichiamo la traduzione proposta dall’Osservatore Romano dell’intervento pronunciato il 14 novembre a Ginevra dall’arcivescovo Silvano M. Tomasi, rappresentante permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali a Ginevra, in occasione dell’incontro annuale degli Stati parte della Convenzione sull’interdizione e limitazione dell’uso di alcune armi convenzionali che possono produrre effetti traumatici eccessivi o indiscriminati (Ccw).

Signor Presidente,

Le armi autonome letali e i droni, pur diversi tra loro, hanno in comune le stesse implicazioni umanitarie e suscitano molte domande di grande preoccupazione etica. L’aspetto più critico è l’incapacità dei sistemi tecnici automatici preprogrammati di dare giudizi morali su vita e morte, di rispettare i diritti umani e di osservare il principio di umanità. L’importanza e l’urgenza di tali questioni continueranno ad aumentare dato che la tecnologia robotica continua a essere sviluppata e utilizzata. Tenendo presente questa preoccupazione, colgo l’opportunità per esprimere il nostro sostegno alla sua iniziativa, Signor Presidente, che prevede l’adozione di un mandato per iniziare a riflettere su tali questioni importanti e urgenti. Di fatto, occorre avvalersi di tutti i contributi rilevanti in ogni campo, in particolare quelli del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani.

In questa occasione, mi sia consentito di affrontare la questione dei droni e di proporre alcune riflessioni collegate alla dimensione etica di tali sistemi.

Negli ultimi anni, l’uso di droni armati nei conflitti armati e in altre azioni ostili internazionali è aumentato in modo esponenziale. Per alcuni di coloro che prendono le decisioni, i fattori sociali, politici, economici e militari possono anche aver modificato l’equazione riguardo all’uso dei droni armati, ma le preoccupazioni etiche e umanitarie continuano a essere grandi e, di fatto, si sono fatte più pressanti con l’aumento del loro impiego.

Lo sviluppo della tecnologia dei droni armati e la maggior frequenza della sua applicazione militare costituiscono un notevole cambiamento nel modo di condurre le azioni ostili. Dal punto di vista di chi la usa, la capacità di operare a distanza, perfino da un computer che si trova dall’altra parte del mondo, riduce notevolmente i rischi per il proprio personale militare e aumenta la portata strategica, fino a permettere di gestire le minacce percepite in tutto il mondo.

Oltre che del diritto internazionale e del diritto bellico, occorre però tener conto anche delle implicazioni umanitarie ed etiche dell’utilizzo di droni armati, come pure di altre questioni collegate ai diritti umani. I droni armati – come ogni altra arma – sono e devono sempre essere soggetti alle norme e ai princìpi morali che tali strumenti giuridici impongono.

È difficile accertare con precisione l’impatto sui civili dell’uso di droni armati, in parte a causa della mancanza di trasparenza nell’informazione, ma è indubbio che vaste popolazioni vivono nella paura costante dei loro attacchi. Fonti attendibili parlano di un numero elevato di vittime tra la popolazione civile. Pertanto, se l’economia dei droni può avere un senso nel bilancio, dal punto di vista etico è imperativo che questi risparmi sui costi non siano gli unici di cui si tiene conto. Il costo per la vita e i beni dei civili, come anche quello psicologico ed economico di vivere nella paura costante di eventuali attacchi sbagliati, non devono essere ignorati.

Esistono alcune altre questioni pressanti che devono preoccupare la comunità internazionale. Quando un drone armato viene pilotato a migliaia di miglia di distanza, chi ha la responsabilità delle violazioni umanitarie compiute attraverso il suo utilizzo? Quando informazioni vitali relative all’uso di droni armati vengono sottratte alla verifica, come si può appurare la conformità con il diritto internazionale, il diritto umanitario internazionale e gli standard etici?

I droni armati sono utili proprio perché tolgono dalle mani dell’uomo una serie di funzioni importanti, aumentando la precisione e riducendo i rischi per la vita e la salute del personale militare. Tuttavia, il crescente utilizzo di una macchina preprogrammata nelle diverse fasi del processo di puntamento e di attacco confonde ulteriormente la questione di chi è responsabile se qualcosa va male. Una responsabilità chiara è fondamentale per sostenere le leggi e le norme del diritto umanitario internazionale.

È inoltre essenziale comprendere ed esporre i criteri per identificare gli obiettivi legittimi e per distinguerli dai civili innocenti. La mancanza di rischi militari e la presunta precisione dei droni armati nel controllo e nel puntamento potrebbero far sì che gli operatori e i comandanti siano maggiormente disposti a compiere attacchi che comportano rischi più grandi per i civili: una migliore trasparenza e una responsabilità più chiara nel loro uso sono fondamentali.

Le decisioni su vita e morte sono di una difficoltà unica, una responsabilità pesante per un essere umano e carica di sfide. Tuttavia, sono decisioni per le quali una persona, capace di ragionamento morale, è particolarmente adatta. Un sistema automatizzato, preprogrammato a rispondere a determinati input di dati, fondamentalmente dipende dalla programmazione piuttosto che da una capacità innata di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Pertanto, qualsiasi tendenza a una maggiore automatizzazione della guerra dovrebbe essere gestita con grande cautela. Ma anche nell’automazione limitata di sistemi di droni che richiedono l’interazione umana, c’è il potenziale per rimuovere dal processo la fondamentale componente umana. Le persone coinvolte, alle quali spettano le decisioni, devono essere preparate, ben informate, e devono disporre di un tempo ragionevole e sufficiente per essere in una posizione tale da poter prendere decisioni etiche sagge.

La classe emergente di operatori remoti di sistemi di armi robotiche come i droni non sempre ha ricevuto questa preparazione o dispone del tempo necessario per riflettere quando, sullo schermo, prende decisioni che riguardano la vita e la morte a migliaia di chilometri di distanza. Si tratta di una procedura con implicazioni etiche per quanto riguarda il costo dei civili laddove sono destinati i droni, che però ha anche effetti negativi sull’operatore. Uno studio ha dimostrato che «quasi il trenta per cento dei piloti di droni sperimenta quello che i militari chiamano “burnout”, definito da ciò che i militari descrivono come… “crisi esistenziale”».

In questo contesto di guerra disumanizzata con armi telecomandate e a basso rischio per una parte, una domanda etica centrale è se ciò abbassa la soglia del conflitto, facendo apparire più attraente entrare in guerra. Riflettere su questa domanda e sulla quasi inevitabilità, nella guerra moderna, di numeri consistenti di vittime civili dovrebbe suscitare esitazioni.

Un’ultima considerazione etica da esaminare brevemente è la minaccia della proliferazione di una tecnologia dei droni sofisticata. La necessità di assumersi la responsabilità delle considerazioni etiche e di creare un forte precedente nel limitarne l’uso appare molto più urgente se esaminata alla luce della proliferazione costante e sempre più rapida di tali armi nel mondo. Ogni precedente che si crea, se ora si viene meno alla responsabilità verso le considerazioni umanitarie ed etiche nell’uso dei droni, costituirà un rischio sempre più grande, poiché la tecnologia dei droni continua a proliferare.

Signor Presidente,

Mentre entriamo in questa nuova era della tecnologia usata nei conflitti, è fondamentale che tutti gli attori si fermino a riflettere su tutte le questioni collegate all’uso dei droni. Rispettare la vita, rispettare i diritti umani ed evitare la disumanizzazione: è questa la nostra sfida collettiva.

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