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Il sentiero di Zen Ze-Chiun

ottobre 12, 2006 Casadei Rodolfo

Sottile, astuto, diplomatico come un cinese. Ma soprattutto consapevole che la sua posizione unica lo predestina a un ruolo unico: quello di portavoce delle istanze di libertà religiosa, evoluzione democratica, rispetto dei diritti umani in Cina. Stiamo parlando di Joseph Zen Ze-kiun, arcivescovo di Hong Kong e cardinale della Chiesa cattolica dal marzo scorso, che […]

Sottile, astuto, diplomatico come un cinese. Ma soprattutto consapevole che la sua posizione unica lo predestina a un ruolo unico: quello di portavoce delle istanze di libertà religiosa, evoluzione democratica, rispetto dei diritti umani in Cina. Stiamo parlando di Joseph Zen Ze-kiun, arcivescovo di Hong Kong e cardinale della Chiesa cattolica dal marzo scorso, che abbiamo incontrato a Siena dove è stato recentemente premiato da Fondazione Liberal. La Legge basilare che regola la vita dell’ex colonia britannica dopo il suo ritorno alla Cina consente ai suoi residenti una libertà d’azione che agli altri cinesi non è concessa. Anche se i suoi margini vanno ultimamente restringendosi: vedi il tentativo di introdurre leggi antisovversione lesive dei diritti civili e l’approvazione di una legge destinata a sottrarre le scuole cattoliche al controllo della Chiesa. Zen Ze-kiun non ha mancato di manifestare la sua pubblica solidarietà a quanti hanno protestato contro queste misure, e nel contempo ha alzato la voce per condannare la repressione della setta Falun Gong e sostenere coloro che chiedono l’introduzione del suffragio universale prima a Hong Kong e poi in tutta la Cina. Al contempo il cardinale si candida a portavoce dei diritti dei cristiani di tutta la Cina e a mediatore per l’avvio di relazioni diplomatiche fra la Santa Sede e il governo cinese. Con un’astuzia manovriera che i lettori sapranno riconoscere.
Eminenza, com’è cambiata la sua vita con la nomina a cardinale, il più giovane fra i cinesi?
All’inizio pensavo che non sarebbe cambiata molto, che a parte un’intensificazione delle relazioni col Santo Padre, il mio lavoro non sarebbe mutato granché. Invece presto mi sono accorto che in Cina sempre più gente pensava che dovessi interessarmi anche delle loro diocesi. Venivano a parlarmi, oppure mi scrivevano. Di solito rispondevo: «Quello che mi chiedete non è compito mio». Ma dopo aver riflettuto, sono giunto alla conclusione che, avendo io accesso al Papa più di altri, devo anche interessarmi un po’ delle cose delle diocesi in Cina, per potere al momento giusto dare un consiglio al Santo Padre quando me lo chiede. Vedo davanti a me un grande lavoro. Perciò spero che il Santo Padre mi lasci andare in pensione come arcivescovo di Hong Kong, così che possa dedicarmi di più a quell’altro lavoro. Le due cose insieme sono troppo impegnative: non basta il tempo e nemmeno l’energia; dopo tutto ho quasi 75 anni.
La Chiesa cinese risulta ben complicata all’osservatore esterno: alcuni obbediscono al Papa prima che al governo, altri obbediscono al governo prima che al Papa, alcuni obbediscono al governo «con le lacrime agli occhi», com’è stato scritto, altri fingono un’obbedienza principale al governo ma segretamente obbediscono di più al Papa. Perché la Chiesa cinese è così complicata?
È la situazione storica che ha portato a questo, non ragioni dottrinali. Però, a lungo andare, certamente questa grande confusione è a detrimento della fede. Proprio per porre fine a questa confusione si cerca di concludere un accordo tra il governo cinese e la Santa Sede. Anche se esso comporterebbe un inconveniente: si dovrebbero rompere le relazioni diplomatiche con Taiwan. Una cosa, insomma, un po’ problematica.
In Europa molti pensano che la Cina si stia aprendo in senso liberale e quindi continuano a proporre, anche recentemente, di togliere l’embargo alle compravendite di armi con la Cina. è d’accordo con questa visione?
Io preferirei non esprimermi, perché in un senso o in un altro si diventa controversi. Molti dicono che non si dovrebbe togliere l’embargo finché la Cina non migliora il suo trattamento dei diritti umani. Ma ragionando freddamente, io dico: cosa hanno a che fare le armi col problema interno dei diritti umani? Per reprimere il popolo i governanti non hanno bisogno di armi sofisticate, bastano i fucili che già possiedono, le mitragliatrici o i carri armati che hanno usato in piazza Tiananmen: con essi possono schiacciare qualunque rivolta interna. Dunque le armi che vogliono acquistare servirebbero per la difesa nazionale, anche se non si vede da chi debbano difendersi. E se comunque ammettiamo che l’acquisto delle armi abbia a che fare con la sicurezza nazionale, si tratta di una cosa che non ha molto a che fare con i diritti umani all’interno dello Stato. Perciò le due questioni non sono necessariamente connesse; i paesi occidentali dovrebbero piuttosto valutare se il commercio di armi con la Cina è opportuno a livello di scacchiere asiatico, perché forse le altre nazioni asiatiche hanno paura che la Cina diventi troppo potente militarmente.
Lei ha parlato in passato di «viltà dell’Occidente» nei rapporti con la Cina. In che cosa sbaglia l’Occidente nei suoi rapporti diplomatici ed economici con la Cina?
Ho usato parole forti, ma è un dato di fatto che nessuna nazione rischierà mai i propri affari con la Cina a motivo dei diritti umani. A meno che tutte le potenze dell’Occidente non si uniscano in questo sforzo: allora avrebbe senso. Altrimenti una singola nazione potrà sempre dire: “Perchè devo sacrificare i miei affari in nome dei diritti umani mentre altre nazioni fanno buoni affari con la Cina? Il mio grido a favore dei diritti umani non serve a niente, io sacrifico i miei affari per niente”. Posso capire questa posizione. Pertanto auspico un impegno unanime delle potenze straniere, che possano dire: “Migliorate la condizione dei diritti umani e faremo affari con voi”. Altrimenti la Cina non ha paura: sa benissimo che nessuno è disposto a sacrificare i suoi affari.
Eminenza, lei è stato accusato di essere un vescovo «troppo politicizzato», addirittura di avere «trasformato la Chiesa in un partito politico». Cosa risponde a questa accusa?
Posso capire che a questo ragionamento facciano ricorso quelli che non condividono le mie idee, nell’intento di farmi tacere, ma mi meraviglio che anche nella Chiesa qualcuno possa avere questa opinione. Perché, specialmente dopo il Concilio Vaticano II e le tante encicliche del Papa sui temi sociali, con tutto l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa a cui siamo richiamati, come si può dire che sto facendo politica? Se la si vuole chiamare politica, allora dovremo dire che la Chiesa vuole che facciamo anche politica. Ma io non direi che questo è “fare politica”. È piuttosto questione di interessarsi degli affari sociali, dei diritti umani. Perciò io ho la coscienza tranquilla, perché so che sto operando secondo gli insegnamenti della Chiesa e l’esempio dei papi.
Sono in corso contatti fra governo cinese e Santa Sede per avviare relazioni diplomatiche. è ottimista circa l’evoluzione di tali rapporti?
Ci sforziamo di essere ottimisti, perché senza una normalizzazione delle relazioni la Santa Sede non sarà in grado di aiutare la Chiesa cinese e i suoi numerosi fedeli. È un ottimismo nella fede, perché non abbiamo elementi positivi per sapere se veramente in questo momento il governo di Pechino sia deciso a muovere verso una normalizzazione.
Quali sono gli ostacoli principali a questa normalizzazione per quanto riguarda la Chiesa?
Se la Santa Sede deve interrompere le relazioni con Taiwan, un atto senza precedenti e molto grave, deve ottenere un compenso proporzionato, deve avere veramente la libertà religiosa. Se dall’altra parte non promettono un’autentica libertà religiosa, non vale la pena interrompere la relazione diplomatica con Taiwan. Non sappiamo se dall’altra parte siano già disposti a fare questo. Temiamo che siano in corso scontri interni per il potere ad alto livello. In questo caso ci sarebbero poche speranze: la normalizzazione delle relazioni con la Chiesa non sarebbe più prioritaria.
Lei è l’arcivescovo cardinale di Hong Kong: per lei la Legge basilare è stata rispettata o sono cambiate cose che non dovevano cambiare? Ci sono libertà in pericolo ad Hong Kong?
Quando è apparsa la Legge basilare, abbiamo detto che era ben fatta. Naturalmente a quel tempo era interesse di Pechino rassicurarci prima del passaggio di poteri. Forse adesso si può sospettare che allora abbiano concesso certe cose senza pensare di doverle mantenere. Infatti, alla prova dei fatti, senza osare dire che bisogna correggere la Legge basilare, cercano di reinterpretarla in un modo che secondo noi non è fedele. Questo vale anche per le leggi sull’educazione, contro le quali abbia fatto ricorsi giudiziari.

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