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Il senso del paese di Geronzi, il banchiere che tentò di mettere ordine nella Seconda Repubblica

novembre 27, 2012 Lodovico Festa

Quella che racconta Geronzi è la storia di un grande banchiere che ama l’Italia e che non può essere descritto come la marionetta di un teatrino composto da angeli e demoni.

La lettura di Confiteor. Potere, banche e affari, la storia mai raccontata. Massimo Mucchetti intervista Cesare Geronzi (Feltrinelli, 362 pagine, 18 euro), in libreria dal 28 novembre, è fonte di vera soddisfazione e mantiene quel che promette. Tante le puntualizzazioni e le indiscrezioni sulle vicende bancarie intrecciate a quelle politiche ed editoriali di questi ultimi vent’anni. E su tutti: da Massimo D’Alema a Giovanni Bazoli, da Gianni Letta a Vincenzo Maranghi. Il libro nasce da un colpo di genio dell’ex presidente di Capitalia (e poi Mediobanca e Generali) che per dire “la sua verità” si sceglie un interlocutore scomodo, professionalmente impeccabile e suo “nemico” da decenni, con attacchi già sull’Espresso e, ancora più efficaci, su un Corriere della Sera di cui Geronzi era in qualche modo amministratore. Certo la scelta è fatta anche per mandare messaggi di pace a Bazoli, amico di Mucchetti, ma non procura sconti perché il giornalista corrierista non gli risparmia niente: dalle raccomandazioni andreottiane per la Lazio alla mancanza di adeguato free capital nelle banche da lui dirette, ai rapporti con i Tanzi, i Cragnotti, i Bisignani, l’Opus Dei e via inquisendo.

Il vecchio leone si difende ogni tanto come quei pugili di grande classe ma un po’ stanchi che alzano la guardia e lasciano sfogare lo sfidante prendendosi tutti i colpi, poi non mancano suoi tiri mancini ma soprattutto non c’è una vera competizione nel dare il senso a una storia. Mucchetti merita grandi lodi per preparazione e capacità di ricostruire i fatti, però – come è tipico dei professionisti di formazione scalfariana – non sa dare visione alle analisi. Svolge in modo perfetto il ruolo da cane da guardia che spetta a un giornalismo civile ma, quando vuol dare sfondo ai giudizi, non contrappone niente di solido al racconto geronziano spesso molto concreto e così radicato nel senso del reale da prevalere sull’effetto pur impressionante delle singole accuse. L’idea che vuol dare Mucchetti di Geronzi è di un banchiere che si afferma essenzialmente per capacità relazionali: al dunque è questa l’essenza del suo essere banchiere di “sistema”. È una descrizione che per più di un aspetto appare convincente. Ma non invalida la visione contrapposta del vecchio banchiere che spiega come soprattutto gli ultimi suoi vent’anni siano stati spesi per mettere ordine in un’Italia nella quale la Seconda Repubblica nasceva dal caos e al caos tendeva, dove il più geniale regista della finanza si avviava a morire, dove la Fiat, cioè il cardine della nostra industria, era sull’orlo del fallimento, dove le privatizzazioni erano state fatte male e il decollo dell’euro non era ben meditato.

Ci sono tante “mosse” descritte da Geronzi – anche via Mucchetti – che non condivido e su alcune di queste lui stesso ha oggi dei dubbi: così la lotta a Maranghi, l’affidare non solo soldi ma potere a una Fiat boccheggiante, l’isolare Giulio Tremonti nel 2003 quando tentava nuove vie (pur se l’argomento dell’arroganza del ministro dell’Economia è convincente), lasciare al suo destino Antonio Fazio quando difendeva l’italianità di un pezzo decisivo del sistema bancario. In questo senso quell’istinto relazionale che Mucchetti individua in Geronzi ha pesato ma perché innanzitutto si è affidato troppo ai Bazoli e ai Profumo (eroi mucchettiani) che per primeggiare comprimevano lo sviluppo del sistema sacrificando chi invece poteva stimolarlo. E più che Alberto Nagel e il gruppo De Agostini – al contrario di quel che denuncia il banchiere romano – è questa tendenza che ha portato all’oltraggio della congiura per farlo dimettere dalle Generali. Certo non si può sottovalutare l’appello geronziano a tenere in piedi quel che restava dell’establishment, ma forse si sarebbe dovuto fare aprendo le fila e non rinserrandole.

Comunque, limiti o meno, quella che racconta Geronzi è la storia di un grande banchiere che ama l’Italia e che non può essere descritto come la marionetta di un teatrino composto da angeli e demoni.

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1 Commenti

  1. nolite tangere says:

    Grande banchiere ?? aiuto
    personalmente ritengo Maranghi un grande, Geronzi no.

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