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Il segreto infame del jihad? L’assenza di santi musulmani che predichino la pace

giugno 14, 2017 Renato Farina

Non serve a nulla dialogare con gli imam né carne né pesce. Non hanno alcuna autorità sulla mente e sull’anima dei ragazzi delle periferie esistenziali islamiche

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Boris si chiede, e lo chiede a ciascuno di voi. Mettiamoci nei panni di un giovinotto – lo scrivo così un po’ scanzonatamente – i cui genitori, nonni, avi sono musulmani, e dunque lo è anche lui. Si è musulmani infatti senza bisogno di battesimo, di scelta esistenziale. Basta non abiurare. Come diceva il beato cardinale Newman, citato da don Giussani, l’islam è una serie di credenze e riti. Il suo Dio è il nostro Dio, su questo non c’è dubbio. È lo stesso di Abramo, nella sua purezza. Eppure, nell’islam, Allah (che è il nome di Dio in arabo, anche i cristiani arabi lo pregano con questo nome, anche se gli islamici si arrabbiano, e in Malesia è vietato ai cristiani usare questo termine), questo Dio-Allah resta lontano. Esistente, misericordioso, ma non presente, dunque assente. Senza Gesù Cristo, non c’è un Dio che sia presenza. E non c’è la prospettiva di un cambiamento del cuore, che è proprio ciò che un ragazzo/a, uomo/donna, desidera di più, dal fondo di se stesso. Essere afferrato da un Amore che lo colmi di infinito, felicità, bellezza, giustizia. Tutto, ma proprio tutto. Settanta vergini sono poche, niente, al confronto.

Ecco, cambiate panni: voi siete giovani musulmani. Amate la vostra tradizione. Vi fanno pena i vostri genitori, come le loro pratiche senza nerbo di vita, e il misero potere che assegna al maschio il diritto di comandare in casa come il sultano sul sultanato. Fuori di casa vostra, nelle bottigliette di birra sul muretto, che trovate? Il vuoto, la nullaggine. Oppure la rabbia. L’invidia. Normalmente è così. Finché qualcosa si affaccia in questo vuoto. Il fuoco! Qualcosa che fa sussultare il cuore. Il messaggio di una conquista terrestre e celeste. Una vita per uno scopo. I versi del Corano, scialbi in bocca a imam che gestiscono macellerie halal, hanno echi di eroismi, crudeli, ma riscattati dal coraggio con cui uccidendo però si accetta di morire. Il famoso radicalismo islamico, il jihad, un diamante nel fango del mondo. Così pare. Il martellamento costante del niente rende incapaci di difesa davanti all’offerta salvifica della violenza. Non tutti i milioni di giovani musulmani europei diranno di sì a questa prospettiva. Ma uno su mille, uno su cento sì. Avere un’armatura spirituale scintillante. Solo un altro fuoco, più vero, più totale e bello, può sconfiggere il fuoco malvagio adoratore della morte propria e altrui. E allora?

Il parere di Boris è sommessamente questo. Non serve a nulla dialogare con i simpatici imam, che coprono con la carta assorbente, come si faceva alle elementari, i versetti sanguinari dove si nega la libertà e si assicura la morte agli infedeli. Non sono loro gli interlocutori. Non hanno alcuna autorità sulla mente e l’anima dei ragazzi delle periferie esistenziali musulmane. A questi imam né carne né pesce semmai occorre chiedere di credere davvero al messaggio di pace, a una testimonianza di amore. Qualcuno di voi conosce il nome di un santo islamico vivente, capace di comunicare pace e operosità, portato dai potentissimi mass media islamici ad esempio di vita nuova, così che i ragazzi ne siano colpiti e si trasformino in profeti islamici disarmati? Io no. Conosco solo, e leggo con sommo interesse e adesione, un professore egiziano che sta in Italia, che io seguirei, e mi farei suo amico e discepolo se venissi da famiglie devote alla Mecca. Non ne dico il nome per non esporlo a vendette: ma gli tocca scrivere su giornali cattolici, difficilmente appetibili a ragazzi islamici in cerca di un porto di luce.

Questo è il segreto infame del Califfo. L’assenza di bocche di santi islamici che predichino la pace in modo credibile. Mi chiedo: ma forse è l’islam in sé – quello di oggi, non quello di Cordoba, di Averroè – a non essere in grado di produrre fiori e frutti belli e buoni, così che la gioventù li gusti, e onori i vecchi saggi che glieli offrono. Niente. Non si vede niente. Il Principe Pallavicini – persona meravigliosa, attaccato alla verità come una cozza allo scoglio – a me ha comunicato quest’altro islam, profondo, sereno, solido come un albero frondoso sulle rive di un torrente limpido. Ma è stato trattato come un filo-occidentale ed emarginato dalle altre comunità musulmane in Italia.

Il fuoco di Aleppo tra gli uomini di paglia
Boris, un po’ alla russa, ritiene che si debba recuperare il fuoco missionario degli apostoli, mendicandolo da Dio. Non con annunci a parole, e basta: ma con una presenza vivace, sorprendente, perché non nasce da capacità genetiche o da addestramento, ma è dono dello Spirito Santo. Testimonianze da Aleppo dicono che frati francescani sono diventati il punto di riferimento esistenzialmente concreto per tutti. Cattolici, ortodossi, armeni. E musulmani. Accolti come tali. Un incontro di misericordia, che è qualcosa di più della solidarietà, è oggi la sola speranza per questo nostro mondo. Potesse accadere – voglia il Cielo – che questa testimonianza di Aleppo attraversi i quartieri islamici di Londra e di Bruxelles, i centri di accoglienza italiani, i palazzoni e le stazioni di Milano, di Roma. Ma non soltanto dove stanno i potenziali terroristi islamici, ma anche dove abitiamo noi, in questa terra desolata, ricca di uomini di paglia. Oh, ci incendiasse quel fuoco…

Foto Ansa

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