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Il ritorno degli dei, video-intervista a Mirko Baldassarre

marzo 9, 2012 Mariapia Bruno

Lo storico dell’arte ci guida tra le sale della Galleria Borghese alla scoperta di sessanta opere provenienti dal Louvre che, dopo duecento anni, riprendono il posto che avevano lasciato accanto a Canova e Bernini.

Scriveva lo scultore Angiolo del Santo (1882-1938): «Comincio appena ora a capire cos’è la scultura. È bella, è sommamente bella quest’arte divina e misteriosa che si rivela lentamente, quasi con pudore». Chissà su quale meravigliosa creazione si erano posati i suoi occhi e le sue mani prima di pronunciare queste fatidiche parole, quale miracolo di marmo incandescente ha potuto sortire una tale inaspettata emozione. Varcando la soglia della Galleria Borghese a Roma e respirando quella magnificenza che solo le grandi ville nobiliari riescono a dare, anche a noi viene concesso il privilegio di provare questo sentimento di stupore improvviso, una sensazione che viene amplificata dalla straordinaria mostra “I Borghese e l’Antico” allestita al suo interno fino al prossimo 9 aprile. Qui, nella casa di Canova e di Bernini, possiamo assistere dopo oltre 200 anni al ritorno degli dei, ovvero al ritorno di quelle 60 opere di arte antica – oggi il nucleo essenziale della raccolta di antichità del museo del Louvre di Parigi – che nel 1807 Camillo Borghese vendette a Napoleone il quale, pur di perseguire il suo proposito autocelebrativo di dotare la capitale francese della raccolta di arte più importante al mondo, incaricò addirittura un antiquario di fama – Ennio Quirino Visconti – per stimare quella che sarebbe stata una delle acquisizioni più importanti della storia. «Si tratta di una raccolta di opere», spiega Mirko Baldassarre, storico dell’arte e fondatore dell’associazione culturale Mirabile Ingegno (che organizza percorsi d’arte in giro per la Città Eterna), «che Scipione Borghese, appassionato di arte antica ma, allo stesso tempo, abile nel riconoscere i talenti a lui contemporanei come Caravaggio e Bernini, aveva acquisito all’inizio del Seicento».

Un “Teatro dell’Universo”, come lo aveva definito il letterato Scipione Francucci, che ritorna, forse per l’ultima volta, nel luogo in cui tutto aveva avuto origine. Ecco risplendere in tutta la sua grandezza quel Vaso Borghese (40- 30 a.C.), secondo Visconti una delle sette opere più belle del mondo, un cratere per mescere il vino dove Bacco e Arianna, attorniati da satiri e menadi, suonano la lira. Una composizione che sembra nata in quella Grecia classica a cui tanto i romani conquistatori guardarono tra il V e il IV secolo a.C., le cui opere – espressione di una bellezza ideale – presero a esempio e interpretarono, trasformando gli dei in imperatori e i discoboli in guerrieri. Figure leggiadre immortalate in una gradevole danza svettano nei due Fregi con danzatrici: sono le Ore, figlie di Giove e Teti nel primo e le Sacrificanti di Bacco nel secondo, sculture a cui guarda anche un ben noto artista veneto qui di casa, Antonio Canova (1757-1822), di cui ogni visitatore della Galleria non vede l’ora di scoprire quell leggendario ritratto scultoreo di Paolina borghese (1805-1808). Bella come neanche la si immagina si mostra radiosa e superba ai nostri occhi «la Messalina dell’Impero, l’unica che preferiva l’amore al potere». La nobile semplicità, la calma, la grandezza come la profondità del mare, sono questi gli attributi mutuati dalle figure greche e romane che Canova imprime nella sua protagonista, resa come Venere Vincitrice con in mano il pomo della discordia. «Sono due gli elementi di richiamo all’antico: la divinizzazione di Paolina, dunque la sua idealizzazione come donna, e la posizione (distesa languidamente sul triclinio) che ritroviamo in molti sarcofa gi etruschi». È un’opera neoclassica dove trionfa il gusto per la purezza, un’opera amabile che ha consentito alla ieratica protagonista di essere eletta “La donna più bella dell’arte italiana” (ricerca Censis).

Ma basta varcare la soglia dell’adiacente sala per fare la conoscenza delle opere

barocche di Gian Lorenzo Bernini (1598- 1680), scultore, architetto e pittore che riuscì sin da giovane a raggiungere un virtuosismo compositivo quasi senza eguali. Baldassarre lo definisce «un regista talvolta occulto, diabolico e perverso » nel costruire dei veri e propri set che si svelano a poco a poco. Il primo personaggio che incontriamo è il David (1623-1624), soggetto biblico affrontato in vari stili dai più grandi artisti di tutti I tempi, come Donatello, Michelangelo e il Verrocchio. Questo bel giovane dal fisico possente e dai capelli ribelli, catturato nell’istante immediatamente precedente allo scaglio della pietra contro Golia, nasconde un doppio volto: è un autoritratto dell’artista che, guardando se stesso allo specchio, si ritrae affannato, con la fronte corrugata e il respiro trattenuto in quell’attimo di massima concentrazione che precede quella che per lo scultore è una consueta «lotta con la pietra».

Sono le espressioni il punto di forza del Bernini che scavava, oltre che nel marmo, nell’animo dei suoi soggetti imprimendo per sempre le loro paure, i loro desideri, le loro frustrazioni. La bocca spalancata in un urlo di dolore di Dafne quasi raggiunta da Apollo nell’opera Apollo e Dafne (1622-1625) non ci lascia alcun dubbio. Pare quasi di sentirlo, acuto e profondo, il grido della protagonista accompagnare i suoi occhi terrorizzati dalla trasformazione che sta avvenendo nelle sue membra: è il drama della metamorfosi, poetico quanto il testo di Ovidio, reale quanto una ripresa dal vero. Superbo quanto la sua abilità nel catturare le emozioni, il modo in cui lo scultore gioca con la materia, modellandola come se fosse creta. La gamba sollevata di Apollo e suo il braccio alzato paiono non avere peso, mentre sembrano quasi prender vita i movimenti di Plutone nel Ratto di Proserpina (1621-1622). In quest’ultimo gruppo il dio degli inferi ha appena catturato la sensuale ninfa ormai quasi del tutto rassegnata alla sua triste e inevitabile sorte. Il viso di quest’ultima candido e delicato, segnato da una lacrima che le scorre sulla guancia – una delicatezza forse più unica che rara nella scultura – si contrappone ai tratti duri e burberi del suo rapitore, che affonda le mani nella sua carne e la solleva come fosse fatta di piume.

Il miracolo dello scalpello

È proprio in questa presa incredibile che cominciamo a dubitare persino della durezza del marmo: Bernini ha vinto la sua sfida con la pietra. Mentre «il pittore col fascino dei colori, il maestro con l’incantesimo della melodia, il poeta con l’impeto dell’eloquenza possono coprire un errore della fisionomia, possono spiegare con altri modi l’errore del disegno, della tonalità, della descrizione», diceva il giornalista Rocco de Zerbi (1843-’93), «lo scultore non ha altri mezzi che il freddo scalpello sul freddo marmo. Dalla notomia deve far nascere la vita, dalla ricerca minuta l’espressione del sentimento». È questo il miracolo di Bernini, di Canova e degli altri scultori qui presenti. Sono loro gli dei celebrati alla Galleria Borghese; alcuni non l’hanno mai lasciata, altri vi ritornano trionfanti ritrovando, anche per poco tempo, il proprio posto come l’avevano lasciato tanti anni fa.

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