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Il regime comunista cinese raccomanda «la repressione mettendola nero su bianco»

febbraio 8, 2012 Leone Grotti

A marzo in Cina si riunirà il Parlamento cinese farlocco. Un documento inviato al governo dell’Anhui, trafugato e diffuso sul web, raccomanda di «consegnare alla giustizia chiunque agisca in modo sovversivo o si connetta con altre persone su Internet». Commentatore politico cinese: «Scrivere queste cose nero su bianco era tabù».

«Investigare e consegnare alla giustizia chiunque agisca in modo sovversivo o si connetta a gruppi con altre persone su Internet». «Scovare chiunque voglia presentare delle petizioni, pratica che inizia a diffondersi». «Organizzare attività di intelligence tra la popolazione locale e concentrarsi sulle “forze straniere ostili” che potrebbero cercare di collaborare con gli attivisti locali per organizzare incontri “sovversivi”». Sono solo alcune delle misure che il Partito comunista cinese raccomanda di prendere al governo della provincia orientale dell’Anhui per evitare disordini e proteste prima dell’annuale sessione parlamentare di marzo, che si svolgerà a Pechino. Il documento, che è stato trafugato e diffuso su Internet dal sito cinese Canyu, ordina alle autorità locali di aumentare i controlli sul web e di monitorare gli sms e i post dei microblog, per bloccare e cancellare immediatamente ogni «contenuto offensivo e sovversivo». Inoltre le autorità dovranno «prestare attenzione alle notizie che possano avere degli sviluppi negativi per la stabilità del paese».

Lo scopo è «prevenire o diminuire il fenomeno delle petizioni su larga scala e gli incidenti di massa che solitamente hanno luogo durante le sessioni parlamentari». Ogni anno decine di milioni di persone si recano a Pechino per presentare in un ufficio apposito le loro petizioni. È questo un modo legale con cui i cinesi chiedono giustizia quando viene negata loro nelle città o nei villaggi di origine, a causa della corruzione dei tribunali e delle autorità locali. Dal 2009 il governo centrale ha imposto, senza ottenere grandi risultati, che la gente non si rechi più nella capitale, ma cerchi di ottenere giustizia in loco. Nonostante sia legale, per frenare l’ondata di petizioni ed evitare lo scoppio di un movimento di rivolta, la polizia ha diritto di arrestare e rinchiudere i portatori di petizioni nelle cosiddette black jail (prigioni nere), cioè case o appartamenti dove la gente viene detenuta senza arresto ufficiale, senza processo e senz’obbligo di notifica ai parenti.

A marzo si terranno le sessioni annuali dell’Assemblea nazionale del popolo, il Parlamento cinese farlocco, e il Comitato nazionale della Conferenza politica consultiva del popolo cinese. Secondo Liu Yiming, scrittore della provincia dell’Hubei e commentatore politico cinese, la repressione non è inusuale per il governo di Pechino ma la sua codificazione scritta sì. «È sempre stato un tabù scrivere queste cose in un documento ufficiale ma ora è nero su bianco e lo possono vedere tutti» dichiara Liu a Radio Free Asia. «Il governo le prova tutte per mantenere la stabilità sociale e proteggere il sistema monopartitico di governo».

Secondo Liu, se queste indicazioni sono state diramate nell’Anhui, quasi sicuramente verranno diffuse in tutta la Cina. «Faranno di tutto per impedire alla gente di scendere in strada e presentare delle petizioni». Secondo l’attivista per i diritti umani Xu Zhengqing, «quanto sta succedendo in Nord Africa e nel Medio oriente spaventa il regime, che temendo il crollo del suo sistema politico cerca dei bloccare ogni tipo di informazione che provenga dall’esterno».
twitter: @LeoneGrotti

 

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