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Il re pallido di Wallace mette in pagina la noia

dicembre 5, 2011 Mattia Majerna

Wallace esplora in lungo e in largo la noia bruta, quella che ti fa sbadigliare e lacrimare gli occhi. Recensione del romanzo incompiuto del grande scrittore americano morto suicida nel 2008.

La noia è un sentimento dal purissimo pedigree letterario e David Foster Wallace, con il suo romanzo incompiuto intitolato Il re pallido, concorre certamente a raffinarlo. Lo scrittore americano, morto suicida nel 2008, dopo aver portato a termine l’immane Infinite Jest, aveva cominciato a lavorare a un nuovo romanzo, il terzo, già nel lontano 1996. A quegli anni, infatti, risalgono i primi accenni a “qualcosa di lungo” fatti ad amici e conoscenti. Nel frattempo, però, D. F. Wallace scrive due raccolte di racconti e due miscellanee di saggi che pubblica negli anni compresi tra il 1997 e il 2005. Tutto fa pensare a un magnum opus di importanza non inferiore al precedente Infinite Jest, ma la tragica morte del suo autore ne ha interrotto la composizione, per quanto in fase avanzata. Ciò che ci resta sono quintali di capitoli salvati su floppy disc, annotazioni sparse, appunti, fasci di  manoscritti, che oggi si possono leggere grazie alla paziente curatela di Michael Pietsch

Il romanzo presenta un aspetto decisamente frammentario e irrisolto, che, però, non può essere ascritto in tutto e per tutto alla sua natura incompiuta, ma costituisce forse l’originale sigla di quella che è un’opera molto composita a metà tra il saggio e la narrativa, il memoir e il libro d’invenzione, e che rielabora in termini letterari un anno della vita dello stesso Wallace trascorso al servizio dell’Agenzia delle entrate statunitense. Le vicende narrate si moltiplicano nel corso del romanzo senza che appaia immediatamente evidente il loro legame con il filone centrale, dando voce a situazioni e personaggi estremamente variegati. La sensazione che un preciso compimento sia sempre di là da venire risponde alla volontà stessa dello scrittore, il quale scrive a proposito della sua opera in lavorazione: «Qualcosa di grosso minaccia di succedere, ma poi non succede».

I critici, che hanno letto Il re pallido, hanno messo in luce la sua straordinaria capacità di coinvolgimento, che è forse uno degli elementi che hanno determinato la fortuna di Wallace nel corso degli anni fino a imporlo come uno degli autori più influenti della scena letteraria internazionale. In effetti, la forza empatica dei suoi libri, di quest’ultimo in particolare, è senza pari, soprattutto se si considera che D. F. Wallace è erede di una tradizione, quella postmoderna di Pynchon e DeLillo, che non sembra avere nell’empatia con il lettore la sua dote migliore. Wallace è un affabulatore sfrenato e un indiavolato stilista come il migliore dei postmoderni e, allo stesso tempo, sa creare situazioni narrative emotivamente intense dalle atmosfere minimaliste, dimostrando di possedere la facoltà di sintonizzarsi, con acutissima sensibilità, sulle particolari frequenze del disagio dei suoi personaggi e, di conseguenza, dei suoi lettori. 

Un romanzo sulla noia, un romanzo sul nulla. Flaubert fantasticava di scrivere un romanzo sul nulla, che si reggesse in piedi solo in virtù del suo stile. Più o meno come Mallarmé apriva la sua raccolta di versi con la parola “rien” all’insegna di un aristocratico nichilismo. Il miraggio era quello di un’opera dal tema così esiguo che solamente il suo intrinseco splendore formale potesse riscattarla e cosa c’è in fondo di più barboso e insignificante di un ufficio statale, pieno di scartoffie e schedari? David Foster Wallace sembra aver accettato la scommessa, deciso a esplorare in lungo e in largo il tema prescelto, quello della noia bruta, che ti fa sbadigliare e lacrimare gli occhi, e aggredisce speculativamente la materia “esigua” del suo romanzo, senza limitarsi alla vertigine del virtuosismo formale, ma con la ferma intenzione di scoprire cosa si celi dietro l’apparente insignificanza della situazione narrativa di partenza, come afferma nell’introduzione del romanzo singolarmente e ironicamente dislocata a pagina novanta. Auden scriveva in una sua poesia intitolata Il Romanziere che, mentre il poeta può indossare il proprio talento come una sfolgorante livrea e scatenarsi «like hussars», lo scrittore di narrativa «must become the whole of boredom» («deve infatti far sua tutta la noia» trad. Nicola Gardini). Sembra proprio che David Foster Wallace l’abbia preso in parola.      

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