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Il proporzionale è Bonino

giugno 23, 1999 Amicone Luigi

Il successo della Lista Bonino? “Frutto di un voto trasversale che chiede di giocare a liberal democratici contro laburisti piuttosto che a catto-comunisti contro qualcosa che a volte somiglia al clerico-fascista”. E magari senza escludere l’ipotesi del ritorno al proporzionale puro (ma con sbarramento al 5%) più rispettoso del pluralismo e delle identità politiche. Parola dell’inventore del comitato “Bonino for president”

Giovanni Negri è un giornalista, scrittore, saggista. Ex deputato di inossidabile pedigree radicale (del cui partito è stato anche segretario in tempi di gloriose battaglie civili) sua è stata l’idea e sua la realizzazione di quel comitato presidenziale che ha fatto conoscere al grande pubblico (e schizzare nei sondaggi) quella Emma Bonino che si è vista catapultata in Europa col 9% dei voti.

La tua creatura ha spiccato il volo. Dal comitato “Bonino for President” al quarto partito italiano. Come giudichi questa straordinaria performance?

Intanto credo che ci debba essere una forma di rispetto per il voto. E rispettare questo voto significa riconoscere che si tratta di un voto molto trasversale, un voto che ha raccolto consensi a destra come a sinistra, di identità laica come di identità cattolica, ed è un voto in primo luogo che arriva grazie alla credibilità dimostrata sul campo, istituzionalmente, da Emma Bonino. La prima considerazione, guardando tutti i calcoli che già si fanno, di quelli che vorrebbero sommare alla geometria della destra il risultato, o che la vorrebbero piuttosto aggiungere all’aritmetica della sinistra, è che assistiamo, fra tanto parlare di riforme e presidenzialismo, a una elezione diretta di una Commissaria europea. Per quel consenso conquistato da lei personalmente sul campo, si è registrato nelle elezioni europee – e sottolineo europee – un voto a sostegno della persona Emma Bonino, così come si era consolidato un consenso intorno all’ipotesi di Bonino al Quirinale, che chiede che lei sia confermata a Bruxelles per il tipo di apporto che ha dato al servizio del paese con la propria attività. Se questa classe politica si dice rispettosa delle sensibilità e delle istanze che vengono dalla società civile, allora la prima cosa che viene da dire è che il sistema politico, prima di valutare in quale campo si va a collocare questa forza – e senza farne oggetto di negoziato politico – dovrebbe procedere a un ragionamento su cosa chiede il boom della lista Bonino, proprio perché è un’istanza che viene dal paese, la più diversa e la più trasversale.

Tu chiedi alla politica di ragionare sulla esigenza di riforma istituzionale, presidenzialismo e quant’altro, espressa nella “elezione diretta” del Commissario europeo Bonino al Parlamento d’Europa. Ma la politica sta già ragionando di un “nuovo ago della bilancia” sceso nell’arena. E magari c’è già chi pensa alle regionali della prossima primavera…

Io dico che il fatto positivo delle campagne condotte intorno al nome di Emma Bonino è che hanno introdotto non delle figure di nuovi aghi della bilancia, ricattatorie, ma nuove forme di metodo e contenuto politico. L’incalzare di una campagna di opinione pubblica, la campagna “Emma for president”, ha concorso ad un circolo virtuoso per cui fra i migliori dei candidati del sistema, si è scelto quello su cui la larga intesa si poteva formare al primo colpo, senza dare lo spettacolo dei lunghi scrutinii. È venuta fuori così la candidatura Ciampi. Per quanto riguarda poi la destra o la sinistra, sono convinto che sia del tutto legittima la domanda: dove intendete schierarvi. Vorrei che però altrettanto si ragionasse, al di là dei progetti che hanno in mente i dirigenti della lista Bonino, sul segnale che questo successo rappresenta per entrambi gli schieramenti.

Quale segnale?

In primis mi sembra che questo voto sia una manifestazione di disagio da parte di alcuni elettori collocabilissimi in un fronte moderato di centro-destra, ma che non si riconoscono in quello che fu, tanto per intenderci, il palco Almirante-Fanfani. È forse la domanda a questo Polo a tre gambe (a parte l’esimia presenza di alcuni nobili professori in Forza Italia e l’operazione spericolata e non riuscita dell’elefantino di An) di una formazione politica moderata, di tipo laico liberale, non prevaricatoria nei confronti delle altre identità, insomma di una quarta gamba. Così come a sinistra mi sembra ci sia l’esigenza di liberarsi di una cultura politica insopportabile per un pezzo di quell’elettorato che non si riconosce nella storia del cattocomunismo italiano. Esiste una forma di sinistra che non si riconosce nel buonismo dossettian-cominformista e che manifesta il proprio disagio votando Bonino.

Da un lato cioè è stato un voto di stima alla persona, dall’altro un voto liberatorio nei confronti di un bipolarismo immaturo, che non soddisfa. Non voglio usare la parola laico-riformatrice perché forse induce a categorie vecchie. Mi pare però che globalmente l’elettorato Bonino sia un elettorato che auspica un polo veramente liberal-democratico, dove ci sia spazio per tutte le identità, di fede e civili, di questo ricco nostro paese, e dall’altra auspica un polo laburista riformista che fa i conti con gli errori drammatici della sinistra.

Questa manifestazione di voto di disagio chiede di giocare a liberal democratici contro laburisti piuttosto che giocare a catto-comunisti contro qualcosa che a volte rischia di essere soltanto clerico-fascista.

Domanda eretica: sotto questo profilo, la formazione di un terzo elemento nel quadro politico italiano non sarebbe favorita da un ritorno al proporzionale puro con eventuale sbarramento al 5%?

Io da tempo sono convinto che non ci sia una legge elettorale-bacchetta magica e, personalmente, non credo affatto che vicende artificiali quali quelle degli elefanti e degli asini, rispetto alla cultura e alle identità politiche italiane, siano proponibili. Non sono un fanatico del maggioritario e credo che di sistemi elettorali se ne deve parlare senza che sia un tabù. Tuttavia, proprio in questo risultato – e anche nel risultato referendario – trovo segnali “antinuovisti”: possono essere nuovi, e magari anche antichi, ma si può essere nuovi e antichi e non c’entrare proprio nulla, anzi essere avversari, del “nuovismo”. Il nuovismo è stato battuto da questi segnali. Io vedo in questo piuttosto una domanda di contenuti, di identità politiche e di modo di fare politica, che una domanda sulle regole. È una domanda che chiede forme di comunicazione e di aggregazione e anche modi di essere, ma anche riconoscimento di storie, di militanze politiche, senza negarle. Qualcosa che ha a che fare con un bipolarismo che in termini di cultura politica è poverissimo e rischia di estinguere quelli che invece sono patrimoni di ricchezze, identità, diversità di questo paese. Perciò non vedo tanto un segnale che chiede regole. Piuttosto sull’identità di poli: un polo a tre gambe che sono troppo poche, perché ne manca una; un centrosinistra a non so quante (27 o 29?) senza che si sia compiuto però un processo culturale di identità politica che in altri paesi si è invece compiuto.

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