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Il principe Renzi è rimasto senza nemici. Ma se fosse proprio questo il suo (e nostro) problema?

settembre 21, 2014 Francesco Amicone

Antonio Polito, Stefano Menichini e Augusto Minzolini spiegano a Tempi perché è difficile #staresereni quando si governa senza opposizione

«Non siamo qui per perdere tempo». «Qualcuno ha dipinto la scelta dei mille giorni come un tentativo di dilazionare. Lettura grottesca e ridicola». «Se perdiamo non perde il governo, perde l’Italia». «Mai rassegnarsi alla rassegnazione». «Ripartiamo dal ceto medio, io sto con chi si alza presto la mattina e si spacca la schiena».

renziAnche martedì, nella presentazione alle Camere del programma Mille giorni, il nostro presidente del Consiglio è apparso in splendida forma. Pieno di energia cosmica. Generoso in metafore calcistiche. Un colpo ai pm e al Corriere della Sera per il caso Eni («Gli scoop non cambiano la politica aziendale»). Un altro ai sindacati e alla sinistra radicale sul piede di guerra per la riforma del lavoro («Non c’è cosa più iniqua in Italia di un diritto del lavoro che divide i cittadini fra serie A e serie B»). Insomma, un Matteo Renzi ancora una volta strepitoso nel suo essere sempre all’attacco. Modulo irrinunciabile per un leader della comunicazione totale. Tale per cui la sua leadership sia anche psicologicamente percepita come incontenibile e vincente. Eppure…

Eppure «Roosevelt fece i lavori pubblici, Marshall finanziò la ripresa europea, Mussolini risanò le paludi» e Matteo Renzi che fa? «La ripresa viene automaticamente fuori dal suo inarrestabile presenzialismo?». Le domande di Lucia Annunziata, apparse in un polemico articolo contro il premier sull’Huffington Post, il 1° settembre, sembrano diffondersi fra gli italiani. L’opinione pubblica si chiede: al di là degli annunci, che cosa sta facendo Renzi? Da mesi sui giornali, sulle televisioni e sul web c’è spazio solo per Renzi, per i suoi annunci, la sua agenda, i suoi pensieri. Scompaiono dietro la figura del «nuovo principe», il governo, la coalizione che lo sostiene e i contenuti dell’attesa “rivoluzione”. Sbaragliati gli avversari, Renzi è alle prese con le sue promesse. Gli elettori attendono di vederle realizzate. E l’opposizione?

Si dice che l’assenza di un leader, di un partito avversario, sia il «capolavoro politico» di Renzi. Per Antonio Polito, il “capolavoro” del rottamatore della Leopolda potrebbe essere un danno per il paese e per la sua salute. Il direttore del Corriere del Mezzogiorno illustra a Tempi la sua preoccupazione. Senza evocare Mussolini, conia per la Repubblica italiana al tempo di Renzi, un binomio paradossale: «Democrazia personale». Polito non teme le ombre della “deriva” anti-democratica e plebiscitaria, già paventata negli anni passati, quando l’inquilino di Palazzo Chigi era Silvio Berlusconi. A preoccuparlo è prima di tutto l’equiparazione fra Renzi e governo, Renzi e politica, fra il destino di Renzi e quello dell’Italia, «una semplificazione dell’opinione pubblica, che però si riflette sul funzionamento delle istituzioni democratiche e sulle regole della democrazia».

Polito porta l’esempio dei decreti legge, le norme con percorso privilegiato, adottate dal governo in caso di urgenza e necessità. L’esecutivo Renzi, in soli sette mesi di vita, ha già ottenuto un record sul campo. «Alcuni decreti legge – ricorda – non sono stati pubblicati in Gazzetta prima di due settimane dall’approvazione dal consiglio dei Ministri. Non era mai accaduto prima». Sottinteso: a nessun altro premier l’opinione pubblica avrebbe concesso una tale flessibilità sulle regole. Con Renzi, prevale il silenzio, anche quando l’abuso non ha precedenti. «D’altronde – prosegue Polito – il rottamatore è approdato alla presidenza del Consiglio, con la benevolenza di Berlusconi, per fare le riforme necessarie al paese, il che, agli occhi dell’opinione pubblica, giustificherebbe la sospensione della democrazia».

«Affidarsi a una speranza per unire gli italiani – spiega Polito – piegare le regole democratiche di fronte alle difficoltà, delegare a una persona la risoluzione di tutti i problemi, è una tendenza italiana». La “democrazia personale” è, secondo Polito, una strada che non porta a risultati significativi: «L’assenza di una vera opposizione al governo, a parte quella anti-sistema dei 5 Stelle – osserva – compromette la qualità della produzione legislativa». In un Parlamento senza un’opposizione le leggi non passano al vaglio di una costante e puntigliosa disamina. «Si votano cattive leggi».

Secondo il direttore di Europa, renziano della prima ora, Stefano Menichini, «al fondo delle critiche al governo c’è un nucleo di verità». Non si dovrebbe però giungere a conclusioni frettolose. «Il governo Renzi ha avuto un avvio tumultuoso – ricorda –, il premier ha dovuto affrontare in primavera le elezioni europee. La sua agenda puntava a quello. C’è bisogno di tempo per vedere gli effetti del suo operato». «È vero – spiega a Tempi – che c’è stata confusione nell’agenda di governo. Si sono sovrapposti i comunicati di Renzi con il calendario ministeriale e quello parlamentare, che hanno tempi diversi. Gli elettori, però, continuano a dargli fiducia».

Anche se di risultati, per ora, se ne contano non molti, è innegabile che finora un successo Renzi lo abbia ottenuto: «Nessun presidente del Consiglio era riuscito a sbarazzarsi dell’opposizione, interna ed esterna al partito». La vittoria ottenuta dal segretario del Pd alle elezioni europee, secondo Menichini, «pesa sul governo e lascia il presidente del Consiglio senza alibi. Renzi ora deve essere forte non tanto perché ha sbaragliato la concorrenza, ma per quello che fa come premier».

Del clima “renziano” calato sull’Italia da qualche mese, il direttore di Europa vede il lato positivo: «Per la prima volta, l’opinione pubblica è costretta ad abbandonare le chiacchiere, i retroscena e le manovre di correnti. È obbligata a parlare del merito delle leggi e delle riforme». «Le luci dei media – rincara – non sono più puntate sui conflitti tra partiti, sui duelli rusticani fra leader, ma su come fare ripartire il paese».

Se il renzismo è un problema per i giornali, non lo è per la politica, secondo Menichini. Il direttore di Europa ricorda che «nell’epoca del governo dei tecnici, la capacità dei partiti era stata azzerata». L’impatto del renzismo è stato fondamentale per risollevare le sorti dell’arte politica. «Merito di Renzi e di uno straordinario processo democratico politico interno al Pd, che, con le primarie, ha portato a una leadership forte».

Alla corte del principe
Augusto Minzolini, che prima di essere un parlamentare, un falco di Forza Italia, un direttore del Tg1, è stato per un ventennio il principe del retroscena politico, spiega a Tempi come si viva il renzismo, in Parlamento. «Non c’è un senatore – racconta Minzolini – che creda davvero che la riforma del Senato sia una buona riforma. Eppure pochi lo dicono. Al di là delle chiacchiere, si dimostra soltanto che il nuovo principe è il segretario del Pd».

Secondo l’ex direttore del Tg1, oggi in Italia, c’è «un unico progetto politico, senza contenuti». «Renzi ha fatto del Pd un “partito della nazione” un po’ come la Dc. È un partito trasversale, nella logica di chi lo propone». Ottimo per racimolare consensi, poco efficace per varare le riforme. L’assenza di contrasti tra forze politiche, fra una destra e una sinistra, il ripudio di quello che per tutto l’occidente democratico è il bipolarismo “a fasi”, da molti italiani può anche essere accettato come un dato positivo, ma è un limite: «Se inglobi tutto il dibattito politico, come sta facendo Renzi – spiega Minzolini – si crea, da una parte, un’assenza di alternative, dall’altra, un vuoto nella proposta politica. Il renzismo non è né la destra liberale, né la sinistra. Quali riforme può attuare? Qui sta la contraddizione: Renzi in questo momento dovrebbe agire come il leader di un partito di area moderata liberale, ma chi deve votare le sue riforme è la sinistra. Alla fine può succedere che le riforme si riducano a slogan».

La trasversalità renziana, secondo Minzolini, non offre prospettive, proprio perché non è fondata su un’identità chiara e netta. «A fronte dell’operazione elettorale vincente di Renzi, mancano i contenuti programmatici e i risultati. Guardiamo ai dati: finora non si è risolto nulla, le tasse continuano ad aumentare e non si riesce a frenare il debito». Non giova il fatto che la dialettica politica del paese si riduca a dibattiti interni al Pd. I giornali si guardano bene dal dirlo, perché? Perché stanno a sinistra? «No. Ma perché si crede, come è avvenuto prima con Monti e poi con Letta, che questo sia l’unico governo possibile. Una omologazione diffusa, eccetto qualche rara eccezione, – osserva Minzolini – che rende assurda l’esistenza dei giornali».

Il rischio è che se Renzi fallisce, non si parlerà più di “riformismo” per anni. «Il premier aveva annunciato una riforma al mese, ora siamo passati a una ogni mille giorni. Si chiama “annuncite”: Renzi annuncia e non riesce ad accompagnare le sue promesse con i fatti». Minzolini ha le idee chiare sugli effetti del fallimento: «Come con Monti l’opinione pubblica ha sputtanato la figura dei “tecnici” e con Letta si è sputtanata l’idea di “unità nazionale”, con Renzi si sputtanerà il “riformismo”».

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