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Il PPi nega la sussidiarietà, la Consulta i ricorsi Bindi e il tg3 la realtà

maggio 12, 1999 Tempi

I popolari affossano la sussidiarietà

In queste settimane la Commis-sione Affari Sociali della Camera sta discutendo il Testo unico di riforma del settore dell’assistenza. Una legge, come sottolineato da Tempi (n° 12, 1-7 aprile 1999) che punta a ridisegnare l’intero settore dei servizi assistenziali e che, nella sua prima stesura presentata dal relatore diessino Elsa Signorino, ribadiva il ruolo accentratore dell’Ente pubblico nelle sue diverse forme di governo (Stato, Regioni, Provincie, Comuni) con il Terzo settore coinvolto nell’organizzazione e gestione dei servizi solo come eventuale supporto. In pratica, al di là di una enunciazione teorica del principio di sussidiarietà al comma 3 dell’articolo 1, l’ennesimo esempio di centralismo statale. Erano stati, perciò, presentati 586 emendamenti e in particolare l’onorevole di Forza Italia Maria Burani Procaccini aveva chiesto a gran voce, presentando gli emendamenti elaborati dalla CdO, che l’articolo 1 recepisse espressamente il principio di sussidiarietà orizzontale e non solo verticale. Giovedì 29, si arriva alla discussione delle modifiche all’articolo in questione. La Signorino illustra l’emendamento che vorrebbe raccogliere in se le istanze di numerosi altri emendamenti. La Commissione approva tagliando fuori ogni altra modifica. La Burani Procaccini si oppone alle modalità del procedimento osservando che, come avviene nelle altre commissioni, nell’attuale situazione politica dovuta alla guerra i lavori dovrebbero essere sospesi per consentire di esaminare provvedimenti tanto importanti con la dovuta attenzione e in sedute stabilite con orari certi alla seduta di giovedì mancavano, infatti, diversi gruppi di opposizione e la Commissione aveva comunque proceduto alla votazione degli articoli 1 e 2, i più importanti visto che riguardano i principi organizzativi del sistema, Marida Bolognesi, presidente della Commissione, ribatte che il calendario dei lavori è deciso dalla presidenza e che il numero legale è presente e chiude la seduta che, aperta alle 14 e 45, termina alle 15 nel tempo record di un quarto d’ora votazioni comprese. Il testo del comma 3, articolo 1, è quindi approvato. Si limita a un’astratta citazione del termine sussidiarietà e recita: “La programmazione e l’organizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali compete agli enti locali, alle regioni e allo stato (…) secondo i principi di sussidiarietà, cooperazione, efficacia, efficienza, ecc.”. Ma nella versione finale esiste anche un comma 3bis che, se possibile, è perfino peggiorativo: “Lo Stato, le regioni e gli enti locali promuovono e riconoscono il ruolo degli organismi non lucrativi di utilità sociale, degli organismi non lucrativi di utilità sociale, degli organismi della cooperazione, delle associazioni e degli enti di promozione sociale, delle fondazioni e degli enti di patronato nella programmazione, nella organizzazione e nella gestione del sistema integrativo di interventi e servizi sociali”. Di fatto, quindi, è l’ente pubblico, unico gestore ufficiale, a riconoscere, graziosamente, il ruolo delle organizzazioni sociali.

Interessante osservare, in questa vicenda, il ruolo del Ppi che se a parole si batte per la valorizzazione piena delle forze sociali presenti sul territorio come ribadito anche a Tempi da Dino Scantamburlo, suo rappresentante in Commissione con Giuseppe Fioroni, di fatto, poi, non ha alcuna difficoltà ad approvare un testo che nega il principio di sussidiarietà e subordina la società civile al potere dei burocrati. Gian Paolo Gualaccini, responsabile dei rapporti istituzionali della CdO, ha inviato una lettera al segretario del Ppi Franco Marini richiamando le responsabilità dei deputati popolari che, a dispetto di quanto sostenuto pubblicamente “al momento del voto in Commissione hanno ancora una volta approvato un governo del sistema affidato all’ente pubblico che, a propria discrezionalità, decide il coinvolgimento della società civile, relegandola, ancora una volta, a un ruolo subordinato”, e auspicando un suo intervento presso i deputati Ppi perché contribuiscano ad evitare l’approvazione di una “legga statalista e ingiusta”.

La Bindi bocciata dalla Consulta Martedì scorso (27 aprile), la Corte costituzionale ha bocciato il ricorso presentato dal ministro della Sanità Rosy Bindi contro la riforma sanitaria approvata nel 1997 dalla Regione Lombardia. La bocciatura è dovuta a due clamorosi errori del ministro: innanzitutto la Bindi ha presentato il ricorso in ritardo e in secondo luogo, non toccava a lei impugnare la riforma sanitaria regionale, ma, semmai, al presidente del Consiglio Massimo D’Alema.

Il presidente della Regione Lombardia ha commentato che o la Bindi “non conosce la materia, ma lo escludo categoricamente fosse solo per il numero di consiglieri che ha intorno, oppure significa che tenta di metterci i bastoni tra le ruote in tutti i modi”. E per non smentirsi il ministro, per il quale il modello di Sanità è che “Berlusconi sia curato al Niguarda come l’ultimo dei barboni” (e non viceversa), ha attaccato l’ultima delibera del Pirellone che vorrebbe creare società miste pubblico-privato per realizzare di progetti pilota per la gestione di servizi non sanitari (ristorazione, pulizie, ecc) e la ristrutturazione di alcuni ospedali lombardi.

Traffici giornalistici sul caso Alpi Giovedì 29 aprile i quotidiani (Repubblica in testa) annunciavano con titoli ad effetto la scoperta dei mandanti dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la giornalista e il cameraman del Tg3 uccisi in Somalia il 20 marzo 1994. “Un signore della guerra, un faccendiere italiano e poi personaggi dei servizi segreti”, ecco, secondo quanto scriveva Repubblica i personaggi dietro i quali si nasconde il “traffico internazionale di armi” e i mandanti del duplice omicidio. I loro nomi sarebbero: Mohamed Ali Mahdi, già presidente ad interim e signore di Mogadiscio Nord; Giancarlo Marocchino, imprenditore italiano (gambizzato la scorsa settimana a Mogadiscio) con residenza e affari in Somalia; Moussa Bogor, meglio noto come “il sultano di Bosaso”; Omar Mugne, titolare della compagnia di pescherecci Shifco; Mohamed Sheik Osman, ex ministro delle Finanze somalo e Ciliow, responsabile dei servizi segreti somali. La rivelazione è stata fatta dall’ex capo della Digos di Udine Antonietta Donadio Motta che sentita come testimone, ha fornito anche i nomi di due dei sei presunti killer, entrambi poliziotti somali, e ha spiegato che la ricostruzione dei fatti proposta si fonda sul racconto di fonti confidenziali considerate attendibili di cui non ha voluto rivelare i nomi (le dichiarazioni dei quali sono, perciò, irrilevanti ai fini processuali): alcuni esponenti di una comunità di somali che vivono a Udine. Secondo la Motta sarebbero stati Marocchino e Ciliow a condurre i killer sul posto e a tornarvi subito dopo per trafugare i notes della Alpi con i compromettenti appunti sul traffico d’armi e consegnarli ad Ali Mahdi. Il tutto sarebbe quindi la conferma alla teoria che la giornalista sarebbe stata uccisa per aver scoperto un traffico d’armi gestito dai suddetti personaggi e svolto sui pescherecci della Shifco.

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