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Il pigiama, il forno, la fisarmonica. Il suicidio dei due anziani sposi olandesi va letto attraverso i particolari

febbraio 16, 2014 Emanuele Boffi

David e Willemke avevano deciso di porre fine alla loro «inquietudine». Senza nemmeno più la dignità di un gagliardo dolore. Senza nemmeno il bisogno di vestirsi perché «domani si va nel forno»

olanda-eutanasia-coppiaIl pigiama, il forno e la fisarmonica. Converrà soffermarsi su questi tre particolari per leggere la vicenda di David Postma e di sua moglie Willemke Kloosterman, i coniugi olandesi – ottantasei anni lui, ottantaquattro lei – che la settimana scorsa sono ricorsi al suicidio assistito per porre termine alla loro esistenza. Né David né Willemke erano malati terminali. Neppure la ultrapermissiva legge olandese avrebbe consentito loro di farla finita in questo modo. Ma si sa come vanno queste cose. Avevano paura di ammalarsi o di finire in un ospizio, così hanno acquistato via internet il necessario e si sono congedati da questo mondo. Temevano la sofferenza e hanno deciso di ammazzarsi. Questo è il nocciolo della questione, ed è una frase terribile e assurda, se solo si avesse la pazienza di farla depositare almeno per qualche attimo fra i nostri pensieri.

David e Willemke si sono fatti accompagnare allo scalo d’addio dai quattro figli cinquantenni e dai dodici nipoti. Hanno suonato la fisarmonica e ballato, ed «è stato magnifico», hanno detto i figli alla stampa. Ma il quadretto familiare e il clima gioioso non dovevano essere così solari se, sempre come ci raccontano, i due anziani si sono presentati in pigiama perché, in vista della successiva cremazione, «oggi non c’è bisogno di farsi belli, domani si va nel forno».

Ma allora perché gli uomini puliscono e curano i propri defunti prima di adagiarli nelle bare? Che senso ha portare sottoterra gli indumenti più eleganti, gli ornamenti più preziosi?

Esiste un segreto avvertimento di una divinità – o, almeno, di un “oltre” – cui affidare le nostre spoglie mortali. È in nome di questo che Priamo si recò di soppiatto alla tenda d’Achille, è in nome di questo che anche l’ultima parvenza di vita – il cadavere – la vogliamo salutare con la sua immagine migliore: la giacca e la cravatta, il vestito da sera, i capelli pettinati, la barba curata, magari un po’ di rossetto sulle labbra. Come ci si agghinda per uscire per un appuntamento importante, così facciamo indossare ai fratelli uomini il vestito migliore per uscire dalla vita. Ma David e Willemke non andavano da nessuna parte. Non dovevano fare nessun viaggio. Sono rimasti in pigiama, tipico indumento casalingo. Tutta la loro vicenda rimbalza tra le pareti chiuse dell’immanenza, senza nemmeno una finestra che apra alla trascendenza.

Il saluto è stato accompagnato dalle note della fisarmonica, surrogato brillante per mascherare quelle che, una volta, erano le campane dell’agonia. Svagarsi, non pensarci, la musica come il titolo di coda di un film. Si sciama uscendo dalla sala, ordinati, senza recriminazioni. Nella storia dei due non vi è alcun segnale di ribellione, nemmeno un po’ di virile rabbia per l’infausta sventura di essere capitati in questa parentesi che chiamiamo vita. Qui il Capaneo dantesco non si erge a sfidare Dio. Qui c’è solo una rassegnazione borghese a un inevitabile commiato di cui, al massimo, si vuole determinare l’ora. È una conclusione che il Capaneo moderno attende con il mento tra le mani e i gomiti sulle ginocchia, non avendo più nemmeno un dio da bestemmiare.

Senza nemmeno più la dignità di un gagliardo dolore, David e Willemke avevano deciso di porre fine alla loro «inquietudine», come hanno spiegato i parenti. E chissà, forse, la festicciola l’avranno organizzata più che altro per loro, per confondere almeno con un passeggero sollievo le ultime ore. Non c’era nessun letto di dolore attorno cui radunarsi, attendendo l’ultimo battito. Non c’era nessuno sgomento, nessun tuffo al cuore per la notizia di una scomparsa improvvisa, nessuno schianto per una morte sentita come ingiusta. Non c’era nulla di tutto ciò. Solo una cerimonia col finale già scritto, perché l’ultimo giorno è davvero l’ultimo. Nessuna rinascita, nessun dies natalis, quello in cui i primi cristiani allestivano banchetti dopo la morte, non prima.

Aldous Huxley, l’autore de Il mondo nuovo, scriveva che «non basta che le formule siano buone, dovrebbe pure essere buono ciò che se ne ricava». Ed è una sentenza che dovrebbe far riflettere su questa noncuranza moderna davanti ai grandi misteri della vita (la nascita – la morte), trattati ormai alla stregua di avvenimenti senza alcun nesso con l’evidenza prima dell’esperienza: non c’eravamo, ci siamo. Abbiamo creato leggi per non fare più i conti col Cielo e ci siamo convinti che è meglio così. Che è più dignitoso così. Proviamo ripugnanza per la bestialità di quegli uomini che ne misero in fila altri davanti ai forni crematori. Poi, per quel che ci riguarda, facciamo tutto da soli, incolonnandoci davanti a un forno dalla crosta dorata in cui crepiterà per l’ultima volta il nostro grasso umano.

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8 Commenti

  1. beppe scrive:

    in olanda è anche successo che sia stata assassinata la madre dell’eutanasia. se ne può parlare? evidentemente gli autori del fatto si fidavano poco della giustizia divina.

  2. ftax scrive:

    Pigiama (a righe?), fisarmonica, forno.
    Davvero bisogna leggere i particolari: quelli di un nuovo campo di concentramento…

  3. Ily scrive:

    Ma è il primo caso di suicidio nella storia mondiale? Appunto, l’avete scritto pure voi, la legge non c’entra niente, queste persone si sono suicidate con mezzi propri, di propria iniziativa, non per iniziativa di qualche programma statale di eutanasia nel senso nazionalsocialista del termine, non hanno ricevuto assistenza medica di alcun genere. Adesso scandalizza il fatto che si siano suicidati in compagnia e dopo una festa, invece che da soli?

    • Daniele Ridolfi scrive:

      Cara Ily,
      quello su cui l’articolo di Tempi.it vuol far riflettere è il fatto che in Olanda, dopo anni ed anni di “cultura eutanasica”, la gente – ed il caso dei due anziani coniugi suicidi è un po’ come la punta di un iceberg – è arrivata sostanzialmente ad “autoconvincersi” che l’uscire di scena di propria iniziativa sia tutto sommato accettabile. In altre parole, stiamo assistendo alla banalizzazione della morte. Sono proprio le parole e gli atteggiamenti dei due coniugi prossimi al suicidio a banalizzare la loro stessa morte: decidono di non mettersi il “vestito buono” ma rimangono in pigiama e parlano della loro imminente cremazione come se si trattasse di far entrare nel forno non i corpi di due persone, ma un pane da cuocere (la frase “Tanto domani è ora di andare nel forno” è più normale che la dica un fornaio rivolto alle pagnotte che ha preparato, che non una persona riguardo se stessa).
      Inoltre, a me la musica poco prima di morire in quel modo fa pensare ai campi di sterminio nazisti in cui alcuni prigionieri erano costretti a suonare (il violino) mentre altri prigionieri andavano a morte.
      Un’altra cosa agghiacciante e che è sintomo della banalizzazione della morte è che i figli della coppia abbiano parlato di “addio magnifico”.

  4. giuliano scrive:

    pare che tutta questa immonda vicenda abbia degli accesi sostenitore tra le larve di sinistra. Molti di questi nazi-comunisti scrivono anche qui

  5. Alex scrive:

    Come non condividere ogni parola?
    E tu, Ily, non prenderci ( e non prenderti) per il culo, un suicidio con queste motivazioni lo vedi benissimo anche tu che ha le sue radici in una legislazione che permette l’eutanasia anche solo per un vago malessere psicologico, non far la finta tonta.
    Se poi tu sei di quelle che non battono ciglio se uno si uccide perchè vuole evitare la sofferenza, accomodati. Coerentemente, però, dovresti essere d’accordo con quel tal Adolf Hitler, che come gli odierni eutanasisti gli piaceva molto stabilire chi aveva una vita degna d’essere vissuta e chi no.

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