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Il Pd dovrebbe vincere facilmente a Catania. Così ha iniziato a litigare

gennaio 15, 2013 Chiara Rizzo

Nel capoluogo etneo alle prossime elezioni per il sindaco si candidano Enzo Bianco (ala liberal) e Giuseppe Berretta (bersaniani). Entrambi pronti a dividere il centrosinistra

Una bufera locale che in realtà è specchio di una tensione crescente anche a livello nazionale. In primavera, subito dopo le politiche del 24-25 febbraio, a Catania si terranno le elezioni per il nuovo sindaco, successore dell’uscente Raffaele Stancanelli (Pdl). Per il capoluogo etneo è un appuntamento molto importante: il comune versa da anni in un pesante stato di crisi, attualmente ci sono grosse vertenze sindacali aperte e il fallimento sul tavolo di un colosso della Gdo locale, Aligrup, che ha lasciato senza stipendi da almeno 5 mesi qualcosa come 4 mila persone. L’occasione per il Pd locale è ghiotta: dopo gli anni della “primavera”, in cui la città è stata guidata dal sindaco Enzo Bianco, Catania è stato il regno incontrastato del berlusconismo dal 2000. Naturale dunque che il centrosinistra non voglia farsi scappare l’occasione di una rivincita quasi certa, sulla carta.

MARGHERITI CONTRO TUTTI. Aveva stupito molti catanesi il fatto che alle primarie del Pd per i parlamentari, alle falde dell’Etna, non si fosse visto il nome del senatore Enzo Bianco. Secondo i maligni – e gli avversari del Pdl –, la motivazione è che Bianco non è stato inserito nel listino bloccato, e che si sia sentito rigettato dal partito. Il diretto interessato ha smentito sabato in una conferenza stampa, spiegando di aver ricevuto l’offerta di candidarsi come capolista in Piemonte, ma di averla rifiutata, per candidarsi a sindaco della sua città. I giochi sembrerebbero fatti, ma così non è: nel capolouogo etneo la spaccatura tra gli ex margheriti da una parte (giovani e vecchi, “bianchini” e “renziani”) e gli ex Ds dall’altra non è mai stata così forte. In quest’ultima ala da tempo scalpita Giuseppe Berretta (classe 1970, veltroniano prima bersaniano poi, una legislatura da deputato alle spalle): alle primarie del 30 dicembre è risultato il più votato, con 4.700 voti, ed il suo nome è legittimamente finito ai primi posti tra i candidati della Sicilia orientale. Berretta, in realtà, da tempo ambisce ad un posto in prima fila, nella logica del meglio essere “re” di una città di provincia, che uno dei tanti “servi” a Roma. Così, all’annuncio di Bianco, ha risposto autocandidandosi. Anzi: chiedendo primarie in città che legittimino l’uno o l’altro.

VELENI A MEZZO STAMPA. «Francamente trovo incomprensibile che se uno inizia un percorso contemporaneamente pensi di farne un altro. E poi serve un po’ di serietà» ha risposto subito piccato Bianco a mezzo stampa: «Mi permetto di ricordargli che la questione è stata affrontata in modo chiaro nel regolamento interno del Pd, chi si candida alle primarie per le politiche, non può candidarsi a sindaco delle città metropolitane».
L’avversario ha fatto spallucce e, sempre a mezzo stampa, ha replicato che avere primarie aperte sarebbe utile per la città e per la coalizione e che «Bianco chiede che gli altri pretendenti invece si tirino indietro, in nome di una candidatura imposta – la sua – e non scelta dai cittadini. Vorrebbe primarie dall’esito scontato, a tavolino». Immediata la replica di una parte del Pd catanese, che ha invitato Berretta a tacere, sostenendo Bianco: membri della sua segreteria hanno spiegato a tempi.it che un sondaggio in mano all’ex sindaco gli darebbe consensi in città vicini al 45 per cento. Numeri che fanno gola al Pd siciliano abituato da troppo tempo all’arsura. Persino alle ultime regionali a Catania il Pd ha fatto appena il 9 per cento (il candidato della Destra-Pdl, Nello Musumeci, è della città).
Gli avversari interni tra i sorrisi ricordano anche che Bianco nel 2005 fu sonoramente sconfitto da Scapagnini, e che i 40 comitati che lo sostengono (raccolte sinora 6 mila firme per la sua candidatura) in realtà siano così numerosi solo sulla carta. Bianco per la propria candidatura sarebbe disposto anche ad una spaccatura del partito. Se il Pd non lo sostenesse, se ne andrebbe per i fatti suoi.

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